Attualità

DONNE CHE SI FANNO ODIARE

Federica Olivieri
7 Novembre 2014
1 commento

DONNE CHE SI FANNO ODIARE

di Marcella Senini

 

Con questo scritto ci si propone di riflettere, a fronte dell’enorme clamore che negli ultimi anni ha suscitato l’argomento della violenza sulle donne, sulla possibilità di una prevenzione non solo rivolta all’uomo che agisce la violenza, ma anche alla donna che la subisce.
Ci si chiede in un’analisi a 360° come professionisti, per insegnamento e cultura, neutrali di fronte a sesso, nazionalità, religione, cultura e non giudicanti in caso di fatti ritenuti efferati dalla maggior parte dei non addetti al lavoro; quali vicendevoli implicazioni vi siano, in relazioni in cui l’uomo compie violenza sulle donne.

L’aggressività maschile e femminile si esplicita in maniera diversa già nel bambino, si differenziano nel gioco e nelle modalità di relazione, canali di espressione differenti, che hanno a che vedere con lo sviluppo e la sessualità.
In origine l’identità precoce del bambino è definita dalla figura femminile, solo dopo la separazione e differenziazione dal sé e non sé saranno fattori ormonali, il rapporto con la figura paterna e la società a convalidare l’identità, anche di genere, dell’individuo.
In particolare la sessualità maschile viene correlata alla potenza, alla forza e virilità, alla responsabilità dell’atto sessuale e nella procreazione per cui è necessaria l’integrità sessuale e “all’aggressività” in quanto soggetto attivo per la conservazione della specie.
Oggi probabilmente destabilizza essere uomini in una società dove, non più solo perché sei maschio hai diritti e potere come accadeva in passato o forse il potere delle donne c’è sempre stato a definire l’identità dell’uomo, ma in sordina e non essendo più “l’occupazione” principale femminile questa mancanza, che equivale ad una perdita luttuosa, li rende più fragili?
Ci si chiede se in alcuni casi la prevenzione non si possa applicare anche rispetto ai comportamenti di donne che inconsapevolmente possono scatenare l’aggressività maschile se la loro immagine viene lesa o disconfermata.
Se l’incomprensione tra i sessi non possa essere talvolta letale.
La visione della donna dell’uomo forte, potente che protegge da un lato e dall’altro quella dell’uomo che si aspetta di essere sempre “contenuto” e confermato nella sua virilità hanno probabilmente la stessa origine, nell’angoscia di separazione.
Se si va a indagare sui moventi dei fatti di cronaca, l’intolleranza all’espulsione dalla famiglia, al rifiuto e lo svilimento dell’immagine maschile sono le principali cause di violenza sulle donne.
Se la Sig.ra x avesse colto la frustrazione che aveva indotto nel Sig. x, se non avesse continuato a premere sulla ferita narcisistica creata dal suo rifiuto o avesse compreso di dover cambiare atteggiamento o si fosse allontanata prima, forse non sarebbe stata picchiata o uccisa?
Sicuramente una donna inconsapevole dei limiti e delle fragilità dell’altro è una donna a rischio.
Entrano in gioco fattori di dipendenza, integrità narcisistica talvolta perversi con connotazioni sadomasochistiche, che rendono le relazioni pericolose.
È noto che nella relazione sadomasochistica è il soggetto passivo, apparentemente il più debole, che controlla e dirige gli eventi. Così inconsapevolmente la donna potrebbe rischiare che il “gioco”, di farsi amare e desiderare nonostante tutto, si spinga troppo in là, perdendo il controllo.
Sarebbe utile un’educazione delle donne a non subire passivamente o rischiare di provocare, ma a riconoscere i segnali precoci di rischio, a chiedere aiuto in tempo scegliendo la via migliore per gestire la relazione.

 


Una risposta.

  1. Anna Maria Gioia ha detto:

    LA VIOLENZA DI CHI?

    A chi appartiene la violenza? Chi è il violento? La società che ci rende intolleranti alle frustrazioni e che mercifica il corpo della donna? Gli uomini che la agiscono? La donna che subisce, abbandona, provoca? O è piuttosto il prodotto di una dinamica relazionale di cui rappresenta solo l’esito finale e visibile?
    La società analgesica in cui viviamo è popolata sempre di più da identità fragili, precarie, costruite su ferite narcistiche solo all’apparenza rattoppate. La caratteristica che salta più agli occhi, spesso chiamata in causa dai sociologi, è l’assoluta difficoltà a tollerare ogni tipo di frustrazione. Società analgesica nel corpo e nella mente, perché quello che si vuole estirpare non è solamente il dolore fisico, che non riusciamo più a tollerare, ma soprattutto quello emotivo. Come ben sanno gli addetti ai lavori, ciò che più fa fatica a sopportare una personalità narcisista è la messa in discussione della propria autostima. Nel caso di gravi lacune identitarie non è l’autostima in sé a essere messa in discussione ma l’esistenza psichica stessa, e il dolore mentale diventa insopportabile. Questo è tanto più vero nell’ambito delle relazioni interpersonali, dove ci aspettiamo di essere amati, visti, riconosciuti e confermati nel nostro valore. E’ negli occhi della madre che il neonato inizia a esistere. I fallimenti, gli ostacoli, l’abbandono, l’essere respinti non sono mentalizzabili e non riescono a essere elaborati funzionalmente perché rappresentano una minaccia invivibile all’identità stessa e vengono perciò agiti attraverso la violenza, psicologica e fisica. Il vissuto di impotenza viene trasformato in onnipotenza e l’uomo esercita il proprio potere laddove ancora può, nel fisico.
    Questa lettura della violenza di genere chiama in causa la contemporaneità e motivazioni sociologiche e psicologiche che caratterizzano il momento che viviamo, perché è nella contemporaneità che questo fenomeno sembra essere esploso. In realtà la violenza di genere non è un fenomeno contemporaneo ma è passata dal silenzio a una chiassosa visibilità, è maggiore la consapevolezza perché diverse sono la sensibilità e l’immagine della donna. Chiamare in causa la precarietà identitaria e la scarsa tolleranza alla frustrazione, la crisi della mascolinità e dei ruoli di genere dei giorni nostri non può che rendere questa visione del fenomeno, per quanto vera, parziale, perché porta a dimenticare che la violenza di genere è fenomeno purtroppo antico come la storia dell’umanità. In ultima analisi la lettura sarà parziale fino a quando non si cercherà di comprendere la violenza contro le donne come un fenomeno che avviene all’interno di una relazione in cui gli attori sono due. La maggior parte delle violenze avviene all’interno di una relazione intima in cui l’autore della violenza è solitamente il partner o un membro della cerchia familiare. Allora sarebbe più utile riflettere sulla violenza come una dinamica di collusione di coppia tra un narcisista perverso che utilizza l’altro per mantenere coeso il proprio sé e un masochista narcisistico che ha altrettanto bisogno dell’altro per dimostrare il proprio valore, la propria capacità di sopportazione, di abnegazione, di altruismo per sentirsi esistere. Questo aiuterebbe a comprendere come la vittima della violenza possa ritornare innumerevoli volte dal suo carnefice, spinta da motivazioni che è inutile cercare nella ragione perché appartengono piuttosto al regno dell’inconscio. In entrambi i casi l’altro è usato come regolatore del sé. In entrambi i casi due inconsci si sono cercati, si sono riconosciuti, si sono sedotti, si sono scelti reciprocamente e complementariamente instaurando una dinamica di dipendenza relazionale in cui sono rimasti intrappolati.

Aggiungi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Scopri come vengono trattati i tuoi dati