Attualità

Di chi sono i figli ?

Giovanni Giusto
29 Marzo 2014
4 commenti
Di chi sono i figli ?

Di chi sono i figli ?

Fatti di cronaca ricorrenti e raccapriccianti

di Giovanni Giusto

Io direi solo alcune cose di commento e per semplicità le enumero in ordine sparso.

1) Difficile è giudicare senza far danni, spesso chi si propone di farlo si trova inconsapevolmente schiavo di se stesso: sia che si tratti di magistrato di psichiatra, psicologo o assistente sociale deve aver fatto i conti con il proprio modo di sentire (letterale), di valutare i sentimenti e le emozioni; il rischio è quello di “fare” senza riuscire a pensare e soprattutto senza ascoltare l’intimo bisogno di chi ci è di fronte, in questo caso un bambino “conteso” da due adulti che lo hanno occasionalmente biologicamente generato, ma che forse non sono riusciti a “generarlo” mentalmente riconoscendogli una individualità al di la di quello che ciascuno di loro gli ha trasferito dentro con rabbia in un vortice che si autoalimenta inglobando anche le istituzioni come un tornado che cresce e distrugge quello che incontra.

2) l’esempio è utile per riflettere sul limite delle diagnosi in un momento in cui si inaugura il nuovo DSM5 che rappresenta il tentativo di ribadire il potere classificatorio della norma aprioristicamente definita da interessi anche particolare, piuttosto che la necessità di riflettere con onestà sul limite che inevitabilmente caratterizza chi fa la professione nostra (psichiatri).
Il nostro è un bel lavoro, sicuramente creativo che rischia di banalizzarsi in una dimensione prevalentemente classificatoria e biologicamente orientata: allora assistiamo alla discesa in campo dei “dotti, medici e sapienti” per dirla con una canzonetta di Edoardo Bennato che spesso parlano di cose che non conoscono per non essere stati padri o aver dimenticato le emozioni dei figli, rinunciano alla curiosità della scoperta dell’altro e descrivono i fenomeni come per loro devono essere, di fatto distorcendo la realtà un poco come fanno alcuni critici d’arte che vogliono spiegare a tutti i costi un artista perché non tollerano la forza dell’idea e la devono ingabbiare in noiosissime trattazioni, o come a volte fanno i sacerdoti che devono garantore che la “dottrina” non evolva pericolosamente .
3) Allora forse in questi casi è bene riflettere, ascoltare, tollerare una relativa impotenza e non accettare deleghe onnipotenti e come tali molto rischiose: il problema dei ruoli e delle competenze che derivano da una opportuna formazione diviene quindi fondamentale per garantire interventi opportuni, come lo è la buona comunicazione tra rappresentanti di istituzioni scarsamente portate al dialogo……………………………….. ma ci addentiamo in campi minati.

 



4 risposte.

  1. P. Pisseri ha detto:

    Forse Freud ai tre mestieri impossibili – curare, educare, governare –
    avrebbe potuto aggiungerne un quarto: giudicare. Figuriamoci il mettere
    insieme il giudicare con il prendersi cura! Le esigenze sottolineate
    nelle importanti osservazioni di Gianni e Carmelo mal tollerano il
    confronto con la durezza petrosa della legge; i tempi della cura e del
    pensare non sono gli stessi di quelli di procedimenti giudiziari
    condizionati da un intreccio perverso fra scadenze rigide e lunghe
    procrastinazioni. Personalmente ho rinunciato a incarichi di questo
    tipo, perchè il problema va al di là del singolo psi o giudice o
    assistente sociale e della sua attitudine o meno a pensare, riguardando
    soprattutto il confliggere di esigenze diverse. Un esempio per tutti: i
    tre gradi di giudizio, garanzia (forse) necessaria, in casi come questi
    possono sottoporre il bambino a una doccia scozzese di decisioni
    difformi, forse più nociva degli stessi traumi subiti in famiglia.

    Si tratta di una contraddizione insanabile per definizione? Forse non
    totalmente. Qualcuno ha prospettato l’istituzione di un Tribunale della
    famiglia destinato ad assorbire le competenze dell’attuale Tribunale dei
    Minori; potrebbe essere l’occasione di un qualche cambiamento reale e
    non nominativo.

  2. C. Conforto ha detto:

    Caro Gianni il tuo commento sul senso della
    generatività mi pare assolutamente centrato. Il bambino
    nasce nella mente dei genitori, come gli aborigeni
    australiani confermano concretamente, con il loro mitico
    luogo in cui (un tempo?) le coppie si recavano a “pensare il
    bambino che sarebbe nato”.

    Ciao, Carmelo

  3. r.antonello ha detto:

    io penso a cosa sta pensando il bambino strattonato ed esposto. “devo odiare mio padre per essere amato da mia madre, devo mostrarlo perchè lei vuole così, perchè sono confuso, perchè sono stufo di essere mostrato da lei a tutta questa gente, perchè mi guardano, parlano di me? Parlano male di me? Dei miei genitori? mi da fastidio, perchè intorno questo fragore non mi fa sentire più niente, recito o mi fanno recitare. Se non la smettono non so cosa provo sono sempre più confuso e ho bisogno di mia mamma e non capisco perchè lei mi mostra agli altri, e non capisco neanche se odio mio padre. Sono i miei genitori e tutti li conoscono più di me . Basta recito, recito e basta.”
    Certo la mia è un’ipotesi ma un bambino ricattato per affetto in un fragore del genere rischia di non saper più cosa sente. Silenzio mediatico e pensiero di chi è intorno, istituzioni comprese prima delle azioni. E forse i genitori riprenderanno a pensarlo non come una loro proprietà ma come un bambino con anima e cuore e bisogni, loro figlio.

  4. Alex ha detto:

    Qui si parla di un articolo che tratta la vexata quaestio della sindrome da alienazione genitoriale(PAS, dall’acronimo di Parental Alienation Syndrome)che riguarda la dinamica psicologica disfunzionale che si innescherebbe sui figli minori “trascinati” in questioni di separazione e divorzio conflittuale dei genitori.Sottolineo gli stralci della sentenza di cassazione citati nell’articolo che sembrano emblematici di questioni più generali:sussiste “la necessità che il giudice del merito…verifichi il fondamento, sul piano scientifico, di una consulenza che presenti devianze dalla scienza medica ufficiale”.Mi pare che la Cassazione abbia un’idea molto discutibile e alquanto angusta del concetto di “scientificità”:per la suprema corte una questione è “scientifica” se non “presenta devianze dalla scienza medica ufficiale”.Questa equiparazione tra “scientificità” e medicina l’unica che possa fregiarsi dell’appellativo di “scientifico” per la suprema corte mi lascia alquanto perplesso.Poi mi chiedo cosa centri la PAS con la medicina. La PAS, ammesso che si debba dare credito alle ossessioni categoriali di certa vulgata, è questione prettamente psicologica e non medica, mi pare.A meno che la Cassazione non voglia far rientrare la psicologia nell’ambito della medicina tout court (vocazione a medicalizzare tutti i fenomeni umani?) o non voglia affermare che la psicologia non è una scienza perché non avrebbe il “rigore metodologico proprio della medicina o della chimica o della fisica.La medesima corte suprema in un altro passo della sentenza 6-20 marzo 2013, n. 7041 (non citato dall’articolo in questione) evidenzia ”…che il Manuale Diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM) non la riconosce (la PAS) come sindrome o malattia”.Dunque, per la Cassazione (o meglio per questa sezione della cassazione) la PAS non è una “malattia” perché non è nemmeno menzionata nel DSM o nell’ICD che evidentemente per la suprema corte sono gli unici “organi”a poter conferire lo statuto di “malattia” alle “cose umane”. Il DSM o l’ICD sono scientifici?Ancora,dalla Cassazione sembra emergere un concetto di “malattia” che è prettamente medico, non includendo, quindi, in essa gli aspetti personali e sociali del fenomeno “malattia”.Dal punto di vista psicologico, oggi è reputabile come “malattia” ogni stato di sofferenza in ambito non solo fisico e mentale, ma anche relazionale, familiare, sociale e lavorativo.Gli anglosassoni normalmente utilizzano il concetto di “sickness” per indicare la persona malata come tale riconosciuta da parte del contesto sociale non medico.La notizia confortante, secondo me, ci viene da un’altra sentenza (Cass. Civ., n. 5847/2013) che presenta un orientamento più cauto e meno ideologico quando afferma che la ‘Sindrome da alienazione genitoriale” non proponendo una valida attestazione e descrizione “scientifica”,non può rappresentare l’unico fattore a determinare decisioni radicali e potenzialmente esiziali per la vita di minori invischiati nelle crisi familiari,ma sono necessari(per una decisione rispettosa dei diritti e del benessere del minore)“…altri elementi non specificatamente censurati dal ricorrente…”(vedi Cass. Civ., n. 5847/2013).Aggiungo che esiste l’istituto dell’audizione del minore,ex art. 155 sexies, co. 1, c.c.,che permette di valutare se ciò che dichiara il minore sia frutto di una sua effettiva volontà,bisogno e desiderio.Ma poiché,non è detto che ciò che dichiara il minore sia ciò che realmente è meglio per lui, l’autorità giudiziaria“…in quanto doverosamente orientata a realizzare l’interesse del minore…”,può prendere decisioni che “possono non coincidere con le opinioni dallo stesso manifestate, potendo in tal caso essere difformi…”(vedi anche Cass. Civ., n. 7773/2012, ).Inoltre, perde l’affidamento il genitore con una condotta ostruzionistica (v. Cass. Civ., n. 5847/2013).Poi spiegherò dove voglio andare a parare con tutti questi riferimenti giurisprudenziali.Ribadisco che non mi interessa esaminare la scientificità clinica della PAS.Non ho mai avuto l’attitudine per la “categorizzazione manualistica” spesso inutile della sofferenza umana.Faccio presente soltanto che non c’è nulla di nuovo all’orizzonte.Le dinamiche coinvolte in quella che oggi dai“fautori dei cataloghi”viene denominata PAS sono state già descritte in una tradizione di studi approvata dalla scienza psicologica che già descriveva e spiegava questo fenomeno chiamandolo “triangolazione”.Ai sistemici e ai terapeuti familiari questo termine è ben noto insieme a quello di “doppio legame” o di three party interaction (interazione a tre bande) o “triade rigida” o “triangolo perverso”.Si tratta di configurazioni emotive a tre persone e di differente generazione:il “triangolo” che più interessa in questo contesto è quello nel quale i figli sono utilizzati sistematicamente per risolvere, evitare o spostare i conflitti tra i genitori.I figli vengono utilizzati come armi da un coniuge per vendicarsi o per regolare comunque i conti con l’altro coniuge in modo più o meno consapevole.Mi scuso anticipatamente con gli addetti ai lavori per le inevitabili imprecisioni giuridiche. Quello a cui miro è specificare che attualmente abbiamo tutti gli strumenti giuridici,secondo me,e per quel che mi riguarda anche psicologici per valutare e affrontare il grado di conflittualità genitoriale e il benessere/malessere del minore coinvolto nelle crisi coniugali e senza doverci necessariamente appellare a categorie patologiche strampalate e di dubbia efficacia clinica, psicologica e medica,eventualmente.Se poi qualche giudice di cassazione vuol dire che il concetto di “triangolazione” non è scientifico perché “presenta devianze dalla scienza medica ufficiale”apriamo pure il “dibattito”, tuttavia consiglierei, e con tutto il dovuto rispetto s’intende,ai supremi giudici di attorniarsi di qualche esperto“sistemico-familiare”(sul mercato se ne trovano e anche a buon prezzo)che potrebbe giovare

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