Attualità

Democrazia “riabilitazione e cura” Ovvero scampoli di vita quotidiana in comunità.

Felice Alessandro Spata
14 Aprile 2016
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In occasione del “Referendum Trivelle” del 17 aprile per la ricerca e l’estrazione di idrocarburi nel territorio nazionale, stiamo predisponendo a “La Villa” le procedure necessarie a consentire ai degenti l’esercizio del diritto di voto. Già nella passata tornata elettorale i pazienti de “La Villa” si erano cimentati con successo nell’impresa.

Dico “impresa” e sottolineo con buon successo dell’organizzazione e dei pazienti prima di tutto perché il lavoro necessario a permettere questo esercizio di democrazia richiede da parte degli operatori di riferimento e dei pazienti un impegno non indifferente. A “La Villa” possiamo contare oltretutto sulla collaborazione degli impiegati della segreteria che riescono a conciliare per il tempo necessario le consuete mansioni amministrative e commerciali con un obiettivo di alto valore morale prima ancora che clinico tout court, oserei dire. Loro si sono immedesimati nello spirito della questione ci aiutano a sbrigare tutte le pratiche burocratiche necessarie all’espletamento del voto.

E secondo me ciò che da l’idea dell’ “impresa” in se stessa è proprio l’espressione di una paziente di “lungo corso” che tra lo stupore e la contentezza, una volta ricevuta l’informazione di questa possibilità assicurata dalla struttura ai residenti, si pronuncia in modo quasi commovente : “Ma perché… anche noi malati possiamo votare?”.

Questo breve e apparentemente semplice e genuino sbigottimento la dice lunga sul pregiudizio e il sarcasmo e le resistenze varie che dobbiamo affrontare ogni volta che si prospetta la possibilità di poter fare “agire” alle persone con sofferenza psichica una “responsabilità” di natura “pubblica” (civica, in questo caso) che va al di là della loro condizione di “malati”. Una condizione quella di “malato” e “psichiatrico” per di più che spesso viene confusa con quella più brutale e scarna di prevalente valenza giudiziaria che è l’ “incapacità di intendere e di volere”.

“Cosa vuoi che ne sappiano di trivelle?”, è il commento più gradevole e benevolo che mi capita di ascoltare tra la gente, anche tra quelli normalmente e intellettualmente più illuminati, tutte le volte che mi azzardo a proporre l’argomento. Dunque, sostenuto dal Dott. Nicora e con la collaborazione dei colleghi “psicoeducatori” e amministrativi ci accingiamo ad un’opera che non esito a definire di alto valore “riabilitativo” prima ancora che democratico e che fa onore al Gruppo Redancia nel suo complesso e ai suoi operatori. E mi scuso se sto qui a ribadire cose scontate ma che evidentemente non devono esserlo per tutti. Mi spiego! Dietro questo non proprio scontato esercizio di democrazia si cela l’idea fondamentale che le persone non devono essere identificate con la sofferenza patita. Ancora una volta le persone non sono la propria “malattia”. Quest’ultima dovrebbe essere soltanto un aspetto della persona. Prima della malattia o della diagnosi bisogna ricordarsi che ci sono delle persone in carne ed ossa che sono molto di più della malattia espressa attraverso pensieri e comportamenti.

Allora il punto non è se uno è “ferrato sull’argomento trivelle”, né se a suo tempo i pazienti fossero informati sulla situazione politica ed economica del paese. Qui il sarcasmo dei ben pensanti e le loro perplessità si giocano tutti sul senso di “responsabilità”: possono delle persone che fondamentalmente soffrono di una “disabilità mentale” (questa è una delle chiose più cattive e frutto della peggio grassa ignoranza sul tema, secondo me) esprimere un voto “consapevole”, e “responsabile”, quindi? Quando devo ribattere all’obiezione, siccome non mi va di stare a lì disquisire sulla differenza tra consapevolezza e responsabilità, mi limito a rispondere che non sono poi così sicuro che sia altissima la percentuale di uomini e donne cosiddetti “normali” (che costituiscono fulgidi esempi di riuscito inserimento in società), che si recano al voto con la capacità di esprimere un consenso tanto consapevole quindi responsabile frutto di appassionate ricerche e grande amore per la conoscenza e l’informazione. Basterebbe questo a “tagliare” le gambe agli improvvidi corridori.

Ma siccome siamo petulanti e anche un po’ ossessivi (scrivo anche per conto dei miei colleghi che si stanno cimentando nell’azione anche se non garantisco per la loro ossessività) vogliamo rimarcare alcuni concetti fondamentali che più o meno direttamente hanno attinenza con la democrazia, “l’essere democratici” e la riabilitazione.

Intanto, nel rispetto della volontà altrui e partendo dal presupposto che siamo tutti personcine “responsabili” chiediamo ai pazienti anche a quelli apparentemente più “regrediti” se abbiano l’intenzione di votare. La richiesta è rivolta in particolare alle persone che hanno un grado di “coscienza” tale da poter esprimere almeno un “Sì” o un “No”. Non stiamo lì a tentare di convincerli, né intendiamo fargli “l’esame preventivo sulle trivelle”, né verifichiamo il grado di disabilità mentale dei pazienti. La reazione dei pazienti a parte quella sopra citata è normalmente connotata per la maggior parte dal timore di non essere all’altezza: − Ho paura di sbagliare… Non ho mai votato… Non mi ricordo come si fa… Non mi occupo di queste cose e allora che voto a fare… (già quest’ultima espressione sarebbe indice di grandissima responsabilità e profondissima) −. E’ nostra cura rassicurarli prima di tutto che non c’è obbligo, che non si tratta di un esame, ma che possono liberamente scegliere di votare oppure no. Superate le prime perplessità organizziamo delle riunioni che tra il serio e il faceto hanno lo scopo di informare i pazienti sulle operazioni di voto e sull’argomento in discussione. Ci limitiamo a rispondere alle domande e ai dubbi descrivendo i temi del dibattito e senza esprimere giudizi in modo da ridurre il rischio di indebite interferenze sulla volontà e preferenze di voto e soprattutto per evitare di scadere nel paternalismo più bieco. Alcuni pazienti sono più informati di quanto ci aspettiamo e questi per primi in occasione di queste “lezioni” di voto si prodigano per spiegare ai compagni meno informati di che cosa stiamo trattando. Una delle difficoltà maggiori consiste nel descrivere come si piega correttamente la scheda elettorale dopo ave posto il segno sul simbolo. Ma sorpresa, sorpresa dopo adeguato training persino quelli più distratti sono capaci di eseguire correttamente come dimostra concretamente O.C. un paziente che tradizionalmente è considerato tra i più problematici sotto l’aspetto cognitivo.

Il lato più triste della questione è il dovere superare le resistenze dei tutori e degli amministratori di sostegno medesimi la cui reazione spesso oscilla tra l’incredulità, la svalutazione (se non vero e proprio disprezzo che sfocia nel razzismo) e l’ignoranza: a volte mi ritrovo a spiegare ad AdS e tutori vari che la legge Basaglia a suo tempo ha conferito il diritto di voto anche agli interdetti e che per quest’ultimi non è necessario nemmeno l’accompagnamento del tutore all’interno della cabina. Si accompagnano in cabina soltanto le persone con problemi sensoriali o che sono costretti su sedia a rotelle, ma il voto è comunque liberamente espresso: non è necessario che sia il tutore a votare per il paziente, non più (ma i più esperti in materia potranno essere più precisi). E mi ritrovo a dovermi incuneare in questioni giurisprudenziali citando ad esempio il concetto che all’interdizione non corrisponde necessariamente l’incapacità di intendere e di volere. Per fortuna normalmente non devo arrampicarmi troppo sugli specchi delle sentenze costituzionali considerato che di giurisprudenza ci capisco quanto paperino di fisica quantistica (ma forse gioverebbe approfondire tali questioni visto che i pazienti non hanno spesso altri difensori al di fuori dell’istituzione). Personalmente un tutore all’ennesima sollecitazione a farci pervenire la tessera elettorale rispose molto risentito: − I miei pazienti non votano! −. Ribadita l’enormità della sua affermazione si ammorbidisce e ribatte che si sarebbe informato sulla questione presso il giudice tutelare. E poi certi parenti che all’idea che i propri congiunti possano votare si fanno delle grosse risate o nella migliore delle ipotesi ci “consigliano” bonariamente di “lasciar perdere perché hanno già un sacco di problemi” (i congiunti ricoverati, voglio dire, non i loro compassionevoli parenti).
Allora il punto non sono le “trivelle”, ma uscire da se stessi, andare oltre la propria difficoltà, aprirsi ancora una volta a quel “mondo fuori dal luogo di ricovero”, acquisire consapevolezza che il proprio ruolo è ancora importante e nonostante la malattia o i tribunali abbiano ristretto i nostri orizzonti (seppure momentaneamente come accade per i pazienti autori di reato). Insomma, è di sana autostima che stiamo parlando non soltanto di “esercizio democratico” in prospettiva di reinserimento sociale. Allora, i pazienti e gli operatori ciascuno nei rispettivi ruoli sono chiamati a questo esercizio di “responsabilità”. L’istituzione nelle persone degli operatori di riferimento sono chiamati a consentire l’esercizio di un diritto democratico. I pazienti sono chiamati ad uscire dal recinto angusto della propria “malattia” per sentirsi ancora protagonisti a pieno titolo della realtà anche se nei limiti delle proprie possibilità. È così che si esercita anche l’esame di realtà. È anche così che si fa “Riabilitazione” concreta e si combatte il rischio di ridurre la permanenza in comunità alla “carità pietosa” della “ricreazione” ad oltranza. Per molti pazienti accostarsi al rito del “voto” può voler dire davvero un sano “bagno di realtà” quotidiana. Significa in qualche modo provare ad entrare con maggior forza in quel paese degli adulti da cui spesso si tengono fuori per paura o per un mal interpretato senso della trasgressione, forse. Vuol dire sottrarli a quel mondo dell’infanzia in cui si ostinano a permanere perché in molti casi trovano più comodo sfuggire alle proprie responsabilità. Le “Trivelle” sono un pretesto per provare a far breccia in quel muro che tende a fare della Comunità e del “mondo-reale” due pianeti apparentemente separati. E invece è importante che si sappia che la Comunità non è un rifugio avulso dal mondo circostante: la Comunità come la vita è fatta di tante cose alcune piacevoli altre meno, ma occorre pur sempre ricordarsi prima di tutto che in comunità bisogna fare un “lavoro”, un “lavoro su se stessi” e che tutto, compresa la ricreazione e gli aspetti ludici della situazione, è finalizzato a quell’obiettivo.

La prima sensazione che provammo, operatori e impiegati, all’indomani delle elezioni amministrative del 2015 fu di aver compiuto una buona azione e questo può apparire scontato. Ma soprattutto fu il “sollievo” provato per aver superato lo scherno, l’irrisione, le battute caustiche e persino razziste di quelle persone che incredule e anche un po’ dispiaciute si dovettero ricredere in seguito dinnanzi all’adeguatezza con cui i pazienti esercitarono il proprio diritto costituzionale. Avemmo l’impressione di aver garantito qualcosa di più di un semplice diritto. In verità, ci scontrammo con una mentalità quella delle “classificazioni”, quella che alza i muri rassicuranti dell’ideologia, quella che parla della “diversità”, ma soltanto per celare certa grettezza dietro “solide motivazioni di opportunità” o appellandosi a pseudo teorie scientifiche sulla natura umana e sul suo funzionamento. E invece, avemmo l’illusione per un momento di aver superato un tabù e improvvisamente ci ritrovammo tutti un po’ più “democratici”. Ma certi tabù e pregiudizi vanno combattuti tutti i giorni tra una tornata elettorale e l’altra con la consapevolezza che non bisogna mai dare nulla per scontato: soprattutto le persone e tantomeno i pazienti!



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