Attualità

Dalle ore di scuola a Moravia e Pascal. Il segreto della noia

Pasquale Pisseri
28 Settembre 2017
1 commento
Dalle ore di scuola a Moravia e Pascal. Il segreto della noia

Commento all’articolo apparso il 26 settembre 2017
L’Autore dell’articolo parla della noia che “ci colpisce quando, dopo una cena con amici, sentiamo di aver perso tempo ”. Ma questa esperienza di mancanza può esser produttiva, poiché porta a una risposta di ricerca: la mancanza di senso può spingere alla ricerca di senso.

La riflessione psichiatrica ha portato il suo contributo: ricordo come Zapparoli ci insegnasse che la noia che talora prende l’analista può certo paralizzarne l’azione ma può al contrario esser considerata come forma di controtransfert analizzabile, atto ad allargare la comprensione. In un’altra prospettiva, Bion affermava la genesi del pensiero da un contesto depressivo, da una esperienza di carenza.
E’ chiaro del resto che il simbolo rappresenta e in qualche modo sostituisce l’oggetto assente. Può esser divertente ricordare che a modo suo Jonathan Swift in uno dei viaggi di Gulliver parlava di questa operazione, offrendone una sorta di negativo: la popolazione di un certo paese ha abolito il linguaggio, e quindi ognuno si porta dietro un cospicuo zaino ricolmo di oggetti: ogni parola viene sostituita dal relativo oggetto, che al bisogno viene estratto e mostrato!
Tornando a noi, non sempre sappiamo e possiamo seguire l’indicazione di Zapparoli: l’iteratività implacabile di certe esperienze psicotiche può sopraffarci, annoiarci e portarci a un vissuto di immutabilità. Ecco la cronicità condivisa con il paziente, che possiamo finir con l’esprimere in una diagnosi, apparentemente obbiettiva e scientifica.
Belpoliti identifica una forma di noia un po’ diversa, più generale, non legata a una specifica esperienza o momento: la chiama noia profonda, che “accomuna tutte le cose, tutti gli uomini, e noi stessi in una strana indifferenza”. Viene in mente l’”infinita vanità del tutto” leopardiana; ma soprattutto  Baudelaire, cantore dello spleen, dell’ennui: “Quand le ciel bas et lourde pèse comme un couvercle sur l’esprit gemissant en proie aux long ennuis….”.
Ma la noia è stata vissuta anche in maniera più superficiale, o almeno lontana dalla nostra attuale visione:  nel decadentismo era divenuta quasi qualcosa di aristocratico. Certo, espressione di insoddisfazione, ma vissuta quasi con un senso narcisistico di superiorità snobistica. Il dandy annoiato cercava certo qualcosa d’altro, l’evasione da un contesto volgare: atteggiamento mal da noi  accettabile perché espresso  da privilegiati quali Wilde, Brummel, Byron, e a modo suo D’annunzio. Questi forse vinceva la noia associando a un estetismo un po’ sdegnoso una sorta di attivismo reattivo: una delle radici del fascismo?



Una risposta.

  1. FELICE ALESSANDRO SPATA ha detto:

    Perdonate lo slancio adolescenziale ma “io credo ancora che su questo pianeta con qualche stronzo di meno si vivrebbe tutti un po’ meglio”. Odio le vacanze estive! Odio questa ossessione per l’abbronzatura a tutti i costi che ci fa neri neri. E poi ci assale quel non so che di fastidio quando un nero si siede accanto a noi in treno. Odio i doni di Natale! Ma è mai possibile che non si possa stare cordialmente insieme sotto le feste comandate senza dover accendere per forza un mutuo per pagare i regali? Non è roba che ha pronunciato uno come Holden Caulfield protagonista del romanzo “The Catcher in the Rye” altrimenti conosciuto come il “Giovane Holden” di J.D. Salinger. Ma mi piace immaginare che avrebbe comunque potuto farlo con buona approssimazione. Un romanzo sulla noia quello di Salinger, secondo me. Un romanzo bellissimo e ancora attualissimo e nonostante certo slang “giovanile” odierno possa farlo risultare un tantino superato, forse: Qual’è l’adolscente che oggi direbbe “Sei un principe…Sei un vero principe…Dico sul serio” invece del più cool “Sei una testa di cazzo…Dico davvero…Sei una grandissima testa di cazzo…Ma sincero, scialla fratello”. E ammesso, ovviamente, che nel 1951 ci fossero adolescenti che parlassero come “Holden. Ma tant’è! Qualcuno ci sarà pur stato, immagino. Romanzo per “piccini” e adulti che hanno ancora l’insana voglia di fare i “pescatori nella segale” e che nonostante il cinismo maturato con l’esperienza sperano sempre in un mondo che riservi loro delle (belle) sorprese.
    “Holden Vitamina Caulfield” è un adolescente annoiato e stufo, nauseato, infastidito e scocciato “e via discorrendo”, ma più in generale è la metafora di un individuo costretto ad “elemosinare” un minimo di senso in un mondo che davvero si rivela carente di senso tante volte e dove tutto e tutti sono “dannati” e gli “oggetti hanno sostituito il linguaggio” e “I fratelli sono malvagi. Gli amici non sanno amare. I cuori sono avidi. E anche quelli che sembrano avere il volto sereno di solito sono malvagi e soddisfatti del male”. E dove alla fine di tutto le persone si chiedono “A chi parlerò oggi?” Come recitava il papiro egizio denominato “Berlino 7024” già qualche migliaio di anni prima di Cristo. Dunque, “A chi parlerò oggi?” è la domanda disperata non dell’infelice, secondo me, ma che potrebbe porsi l’annoiato cioè colui/lei che ha sviluppato una nausea diremmo costituzionale verso un mondo dove all’universo della comunicazione si sostituisce un mondo più ristretto di oggetti inutili e di rapporti falsificati dall’esigenza di “ridurre i costi”. Dove adolescenti e adulti con troppo cervello e le gambe lunghe scalpitano (o soltanto sbuffano alla fine, tanto il “diritto al mugugno” è sempre lecito ed è catartico oltretutto e non mette in discussione il sistema, per di più) per avere una vita. Non quella vita tipo laurea-lavoro-catena di montaggio-matrimonio-figli-divorzio-morte “, cioè quel tipo di vita cui volenti o nolenti pare non ci si possa sottrarre pena l’esclusione dalla vita stessa. Ma a parte la morte quella sì inevitabile, che male c’è nella laurea-matrimonio-lavoro-figli-divorzio “e compagnia bella”? Si tratta dei soliti scherzi del destino beffardo che ti condanna al più squallido convenzionalismo? O è vero soltanto più banalmente che ognuno trova il senso proprio nella vita senza per questo doversi sentire un idiota o temere di essere già inquadrato dalle e nelle sovrastrutture di turno? C’è ancora libertà nella “recherche” di un senso individuale?
    Holden Caulfield si annoia “dannatamente” ed è per questo che si rivela per sua stessa ammissione il “bugiardo più pazzesco che abbiate mai incontrato”? (ma starà dicendo la verità?) e gironzola poi in splendida solitudine per una New York innevata. E poi fuma, beve, abbandona la scuola, va (quasi) con le prostitute (ma come si fa a “farlo con una che se ne sta tutto il giorno in uno stupido cinema? E ha una vocetta pigolante e indossa un vestitino verde con dentro un corpo magrolino. Fa quasi pena. Insomma, è troppo normale. E la normalità decisamente non è granché eccitante”). E detesta gli adulti. Disprezza il loro perbenismo, l’ipocrisia spacciata per efficienza, la doppiezza smerciata per razionalità, e soprattutto odia l’indifferenza e la superficialità con cui si accostano alle situazioni del mondo.
    E poi per sfuggire alla noia si chiede “Chi sa dove andavano le anitre quando il laghetto era tutto gelato e col ghiaccio sopra. Chi sa se qualcuno andava a prenderle con un camion per portarle allo zoo o vattelappesca. O se volavano via”. Domande bizzarre, strampalate, che tiene per sé non per paura di essere preso per uno “sbalconato”, ma perché gli servono per distrarsi da situazioni noiose. Tipo quella con il “dentiera Prof. Spencer” cui “continuava a raccontare balle perchè “non occorre spremersi le meningi, quando si parla con un professore”.
    L’annoiato a differenza del depresso o dell’infelice, forse, non ha desideri ripudiati o infranti. Niente dubbi. Non c’è confusione nella sua mente. Holden l’adolescente scocciato ha idee precise e limpide. La sua rigida dicotomia tra il bene e il male forse è speciosa, ma funzionale al momento. I suoi interessi sono chiari e sa giustificarli con parole argute (dispone di un vocabolario superiore a quello della sua età media con tutta evidenza, ma non è un intellettuale). Ha uno spiccato senso morale, un marcata attitudine alla giustizia. Diciamo che non è esattamente un fautore filosofico della “sospensione dell’assenso”. Le sue certezze sulla realtà gli risultano inconfutabili.
    Se Holden avesse fatto lo psicoterapeuta probabilmente non sarebbe stata “l’iteratività implacabile di certe esperienze psicotiche” ad opprimerlo, ma la “ripetitività coatta di certe soluzioni nevrotiche” ad annoiarlo a morte e a “ingenerargli un vissuto di stallo” perpetuo per definizione e intollerabile, quindi. E forse avrebbe utilizzato la sua fissa per i particolari, da buon ossessivo che riserva un’ “attenzione (maniacale) per le cose in quarta fila” e il fastidio per la banalità come strumenti di selezione e allarme clinico per distinguere un franco psicotico da un nevrotico che oscilla verso il versante più borderline della personalità (seppure temo che il giovane ribelle avrebbe trovato piuttosto “noiosa” la professione).
    Holden non ama molto il cibo, certo cibo, almeno. Per questo è “magro come un chiodo”? Rifiuta la “bistecca” se questa alla Pencey school ti viene servita a cena al sabato sera, tutti i sabato sera e te la spacciano pure come un “avvenimento”. La novità sempre uguale del fine settimana. Allora, da buon ribelle si scaglia anche contro il sistema simbolico del cibo. Lo “annoiano” Bacon e uova strapazzate, toast imburrati e frittelle con sciroppo d’acero e hamburgers a discrezione “le colonne portanti di ogni sana colazione vitaminica” americana. Siano “dannati”!
    Non ci si annoia per “solitudine”. “Non ci si annoia a stare con se stessi normalmente. Il guaio è che io stesso mi trovavo un tipo molto noioso”. È più facile effettivamente che ci si annoi in presenza degli altri. Quindi, la noia è un tipo di sentimento che scaturisce dalla relazione? Quindi è una condizione ineluttabile in quanto animali sociali? È infelice colui che si sente escluso dal mondo. È annoiato colui che rifiuta il mondo e i rapporti che lo caratterizzano. Allora non c’è nevrosi o psicosi che possa spiegare certo senso di vuoto strutturale. E non c’è terapia psicologica o chimica che possa irrigare certi “deserti delle nostre anime”. Si dice che la noia sia un sentimento per ricchi o per tutti coloro che hanno risolto i problemi di sicurezza e soddisfatto i bisogni primari, per così dire. “Non posso permettermi di essere depresso. Devo pagare le bollette”. Ma chi l’ha detto che un proletario non possa annoiarsi? E quelli che oscillano pericolosamente tra lo stato di proletariato e quello di quasi-borghese (quella condizione chimerica tra “l’animale e l’angelo”, qualcuno con una punta di sarcasmo ha scritto) che dovrebbero dire? Io rivendico il diritto alla noia e senza viverlo necessariamente come “un senso narcisistico di superiorità snobistica”. Non è la noia il discrimine tra il ricco damerino e il “povero” sciatto che si veste all’Outlet. È sufficiente, invece avere qualche neurone ancora funzionante perché ti venga la voglia di “evadere da un contesto volgare” decisamente. Ed è decisamente volgare perché tale contesto non si fa scrupoli tante volte di calpestare impunemente la tua intelligenza oltre che la più elementare “decenza”. Il problema è semmai che questo contesto più sei povero più sei ricattabile e più ti calpesta nella tua intelligenza e dignità. È qui semmai che la ricchezza fa ancora la differenza. Fortuna che l’intelligenza è interclassista. E ci sono tante persone intelligenti ricche e povere che hanno la forza di annoiarsi ancora. E i germi del fascismo covano nelle menti che non si annoiano mai e quelle sì sono tantissime purtroppo. Allora i germi del fascismo covano in coloro che cercano e trovano il “senso” esclusivamente nell’ultimo modello di iPhone X eventualmente o nell’ultima serie di elettrodomestici casalinghi molto smart, davvero molto intelligenti, gli unici con i quali finiamo per interagire volentieri connessi da remoto finanche. Il rischio che la persona possa lasciare alla fine tutta questa fulgida intelligenza a casa congelata nel sagace frigorifero o distribuita tra frullatori perspicaci e scaldabagni ingegnosi e lavatrici intraprendenti non è questione che ci tange minimamente.
    La noia si da il caso che faccia saltare tutte le classificazioni. Qui non si tratta di contrapporre il “buon selvaggio” all’utopista che aspira a “possedere le cose più alte” ma con “la testa perennemente fra le nuvole” e l’ “esteta borioso” con inclinazioni revansciste. Qui si tratta di banale sopravvivenza! Qui si tratta più “banalmente di rimettere in moto il pensiero critico per smettere finalmente, ad esempio, di distruggere importanti aree della Grande Foresta del Nord, in Svezia, Finlandia e Russia, per produrre fazzoletti, carta igienica, asciugatutto e tovaglioli monouso. Insomma, per la serie “con le carte a disposizione non solo ci giochiamo il futuro, ma ci stiamo pulendo pure il culo”. Magari comodamente seduti al cesso mentre siamo intenti a pigiare nervosamente sul touchscreen 3D del nostro smarthphone di ultima generazione. Altro che deserto dell’anima! Qui tra un po’ è la sabbia del deserto che ci sommergerà tutti. E Trump esce pure dagli accordi di Parigi. Che gran “ciordo”! Un vero “cespo” quel tipo lì. Qui non si tratta di andare alla ricerca di Dio che per la cronaca non è morto affatto, ma si è soltanto allontanato per il profondo disgusto provato dinnanzi alle nefandezze di cui siamo capaci gli esseri umani e senza nemmeno che proviamo il ben che minimo senso di vergogna. Qui si tratta di ritrovare al più presto un senso che si è assopito tra “una vogliuzza per il giorno e una vogliuzza per la notte” e che si sta consumando nell’attesa di un lavoro che non arriva mai o si è annullato in un lavoro demotivante dove tra le altre cose il compenso per il lavoratore è come la pena per il reo, un “castigo retributivo”.
    Il percorso di formazione di Holden è pur sempre quello di un ragazzo annoiato, ma privilegiato. Un adolescente capace di profondità e autenticità con una tensione interiore costante e con tutte le urgenze e le debolezze umane. Il disgusto per la società, la noia in cui vive però non lo trasformano in un teppista. Eppure l’ambiente in cui si muove non si può dire esattamente stabile anzi è piuttosto borderline a pensarci bene. Non ci sono le istituzioni (la scuola, la famiglia) o almeno non quelle che Holden si aspetterebbe. Non sono comprensive o illuminate e non vanno in crisi quando sbagliano. Le istituzioni non se lo pongono nemmeno il problema di introiettare i sensi di colpa e di inadeguatezza di Holden per ristrutturarne la psiche dato che Holden non diventa un problema di ordine pubblico, mai. Manca soprattutto la fiducia in queste istituzioni. Egli prova a capire come diventare adulto in un sistema invadente e impersonale e paternalista che adulto non gli pare proprio. E tuttavia non si trasforma in un terrorista né in un delinquente abituale, né in un tossicodipendente o alcolista. Insomma, non è certo necessario l’intervento educativo di una comunità. Un libro e il suo protagonista che suscitano sentimenti opposti dalla tenerezza, alla rabbia, dall’ilarità, alla noia stessa persino secondo alcuni. Perché in fondo Holden non è che il rampollo di una famiglia ricca e perbene e può apparire come nient’altro che un viziato arrogante che disdegna un sistema che lo ha invece beneficiato come pochi. A tratti risulta persino poco interessante. In fondo, non sbudella nessuno. Non ci sono particolari attriti con i genitori che rischiano di trasformarsi in tragedia. Non vive nemmeno con particolari traumi la sessualità emergente, anzi la vive con una certa ironia seppure ne percepisca l’urgenza. Insomma, non ci sono pruriti di qualche genere. E tuttavia è proprio all’interno di questa famiglia borghese perbene, dentro questo sistema infido che forse per contrasto ha potuto sviluppare una coscienza civile, una moralità interiore.
    Non concordo con coloro che hanno interpretato il giudizio negativo che Holden da della società che ritiene bugiarda e pacchiana come la scelta più o meno consapevole di uno che vuole celare con questo espediente la propria incapacità psicologica di crescere, una sorta di spocchia morale per reagire alla sua immaturità intrinseca. Semmai è proprio questa professione di cinismo e di rifiuto di un certo mondo adulto che gli impedisce di diventare un criminale o di stordirsi con le droghe o più semplicemente lo sottrae, forse, al destino di ipocrita ben strutturato (o almeno così ci piace credere)
    In questo percorso in bilico tra l’ironico e il tormentato, in questa straziata condizione interiore che si manifesta con il distacco e la noia non sappiamo quale sarà il risultato finale. In effetti nel romanzo non c’è un antagonista vero di Holden se non la spaccatura interna a Holden stesso, eventualmente, e non è dato sapere verso quale via del “riscatto” sia orientato. Sarà stata la sua soltanto la classica crisi adolescenziale fatta di disubbidienza e opposizione e piena zeppa di ideali impossibili? Holden diventerà alla fine un adulto perfettamente integrato in quel sistema che rifiutava e limitandosi al mugugno catartico? O si esprimerà con le parole e le azioni di uno che approda ai doverosi compromessi con con la società e i suoi difetti e brutture, ma che dall’alto dei suoi privilegi darà una scossa al sistema per rifondarlo su nuove basi e più giuste? E chi è nelle condizioni più appropriate per battersi per un sistema più giusto? Il privilegiato che ha superato abbondantemente il livello dei bisogni primari o il poveraccio che non riesce nemmeno a pagare le sue bollette di fine mese?
    Io non credo che Holden da adulto si ritirerà dalla lotta. È più verosimile invece che continui ad ispirarsi ad un ideale di innocenza, ma soltanto perché “bisogna sempre guardare molto in alto se vogliamo sperare di elevare il livello medio dei nostri sguardi”.
    Allora ricchi o poveri che siate annoiatevi! Annoiatevi sempre, ognuno secondo le proprie possibilità, ma annoiatevi. Qualcosa resterà!

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