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Cosa succede in città

Monica Carnovale
4 Giugno 2018
4 commenti
Cosa succede in città

Cosa succede

Cosa succede in città

C’e’ qualche cosa

Qualcosa che non va

Guarda li’, guarda la’

Che confusione

Guarda li’, guarda la’

Che maleducazione…

( Vasco)

Qualche giorno fa sono andata per una visita medica presso un ospedale della zona.

In questo ospedale,  quando facevo le elementari ho trascorso alcune settimane per un trattamento della scoliosi. A quei tempi la scoliosi era di moda,  molti bambini ne soffrivano così come soffrivano di piedi piatti,  denti storti, appendicite e tonsille infiammate.

Non so se la medicina si è evoluta, se la prevenzione è efficace,  se si mangia meglio o meno o peggio di allora, ma di fatto queste malattie che hanno tormentato la mia generazione sono quasi sparite.  Di fatto io avevo la scoliosi ed un luminare ortopedico mi ammoniva ad ogni visita dicendo che da grande sarei diventata gobba se non mi fossi curata, gettando i miei genitori in un comprensibile panico e generando in me una soggezione da martire.

Dovevo fare ginnastica specifica a casa, ma di tanto in tanto si usava, per chi aveva la scoliosi come me, trascorrere un periodo al mare, presso un padiglione specifico di questo ospedale dove oltre a portarci alla spiaggia, ci facevano fare terapia correttiva posturale.

Ricordo tutto ciò come un incubo.Per varie ragioni.  Intanto perché figlia unica un po’ viziata, ero una mammona .

Poi perché non mangiavo fuori casa.Poi perché già allora ero poco socievole.

E poi soprattutto perché mi sentivo diversa dalle mie compagne,  che dovevo lasciare nel bel mezzo dell’ anno scolastico per andare all’ ospedale senza essere ammalata.

Questo periodo della mia infanzia lo ricordo in modo chiaro, ricordo le emozioni che provavo, la solidarietà delle coetanee che trovavo lì, accomunate da questa disgrazia.  Molte di loro si divertivano e la prendevano come una vacanza.  Io no.

Il padiglione che ci accoglieva era attrezzato come un collegio, c’erano le suore e le signorine che credo fossero senza una qualifica specifica,  poi c’erano le infermiere, le fisioterapiste ed i medici.

Ogni mattina si andava in palestra,  poi a scuola  se era il periodo,  altrimenti alla spiaggia. Ci portavano al cinema,  a passeggiare, ci accudivano con professionalità ed attenzione.  Direi ora che quello era un reparto di eccellenza,  con una alta specificità. Direi anche che la terapia che ho fatto mi è servita perché non sono diventata gobba, o forse non ho mai corso davvero questo rischio. Allora però ci si credeva.

Dicevo prima che per necessità l’altro giorno mi sono ritrovata a due passi da quel padiglione e mi è venuta voglia di andare a vedere.  Salendo lungo i viali notavo edifici nuovi ed altri completamente abbandonati,  con erba alta e finestre rotte. Quello dove ero io è uno dei più malandati .Ho stentato a riconoscere la vetrata della palestra, che una volta era tutta colorata e dipinta, il salone da pranzo, la zona delle camere. Tutto scolorito, abbandonato,  tristemente buttato via. Così come tante palazzine li intorno.  In compenso il plesso ospedaliero attuale è stato costruito di sana pianta qualche metro accanto.

Oppure è stato rimodernato ed appare di fatto efficiente e rassicurante come dev’essere un luogo di cura.

Mi è venuto alla mente il manicomio.

Quegli spazi disabitati che trasudano ancora di malattia e lavoro erano simili.

Erano entrambi spazi di discutibile forma di cura, di ambiguo e doloroso amore.Sono entrata in chiesa, quella è rimasta curata e calda, come era tempo fa.

Una signora metteva fiori freschi, come quelli che vedevo da piccola, dove tra le altre mie disavventure mi hanno vestita di bianco per un omaggio a Maria.Anche questo proprio lì.

Mi sono dunque avviata al reparto per terminare il mio esame medico.Prima sono passata al Cup per pagare il ticket.Una costruzione angusta, piena all’ inverosimile di gente, bambini , carrozzelle, anziani in coda.Di sei sportelli, solo due aperti.Un vetro rotto con su un cartello scritto a mano diceva “attenzione vetro rotto”.

Era così da tempo, visto che sul foglio qualcuno aveva scritto “allora riparatelo”. Ma perché?

Spontaneamente penso che questo sportello affollato potrebbe invece essere messo nel bel padiglione che ho appena visitato, in fondo sono solo due passi in più.Prima di andare alla visita vado in bagno.

Il bagno è per disabili, certo.Appena richiudo la porta dietro di me , vedo un cartello sempre scritto a mano che mi minaccia “non chiudere con la maniglia altrimenti rimani chiuso! La maniglia è guasta. In caso succeda tira la cordicella che veniamo ad aprirti”. Meno male che non sono claustrofobica! La cordicella non c’è… è strappata.

Con le mie mani da scimmia, come diceva mio papà, riesco a far girare la maniglia o meglio il moncone che ne rimane, ed esco.

Mi viene nello stomaco una grande tristezza, vedendo tutta questa devastazione, a fronte di un trattamento clinico specialistico che giudico ben fatto, professionale e tecnologicamente avanzato.

Ma perché? Me lo chiedo spesso il perché quando vedo queste contraddizioni, questa incuria e questo spreco.

E’ come se non avessimo memoria, non avessimo piu’ passione per cio’ che facciamo, non avessimo piu’ rispetto per noi stessi .L’abbandono e l’ incuria mi irritano e mi rattristano.

Penso ai nostri genitori ed ai loro padri; a chi ha lavorato tutta la vita senza mai godere di cio’ che ha prodotto, solo per lasciarlo a chi verrà dopo di lui.

Penso a chi credeva in un futuro migliore, ed ha pagato con la vita il suo crederci.

A chi è morto per un ideale.Agli ebrei, alle rivoluzioni contro le dittature, agli schiavi.

Ai nostri pazienti.

Loro sono ancora un po’ illusi, loro ancora pensano ad un futuro migliore.

Quando conosco un operatore nuovo, giovane, vorrei avere la capacità di insegnargli cio’ che ho imparato, vorrei che fosse curioso, modesto, rispettoso di cio’ che trova e desideroso di costruire.Molti lo sono e questo mi conforta.

Allora penso che i pazienti potranno ancora sperare.

Cosi’ come noi.



4 risposte.

  1. FELICE ALESSANDRO SPATA ha detto:

    Ovviamente, tutta la mia solidarietà alla dott.ssa Carnovale per la sua passata ed incerta scoliosi. Ma avendola conosciuta in ambito lavorativo sono tra quelli che possono attestare con buona certezza che è cresciuta bella dritta. E questo è motivo di conforto per tutti noi, immagino.
    Tuttavia, Ella tocca un tasto importante: L’educazione al lavoro degli operatori più giovani d’età e di novella esperienza. In effetti non si parla molto spesso degli operatori ed è davvero un paradosso e un peccato forse, considerato che di fatto alla resa dei conti proprio a questi è affidata la “cura” dei pazienti. E a questi operatori è di fatto assegnato il compito di mettere in pratica tutti gli splendidi principi che in teoria sosteniamo e scriviamo.
    Anzi, approfitto dello spazio per ringraziare pubblicamente tutti noi. E soprattutto quelli che trascorrono con i pazienti varie ore del giorno e della notte e vari giorni la settimana, festivi compresi. Questi operatori tengono in piedi la “bottega”.
    La cosa peggiore di questo lavoro, per quanto mi riguarda, si capisce, è che nessuno ti dice mai “grazie”, nessuno che si prenda la briga di farlo. O quantomeno non tanto spesso. Meno di quello che ci aspetteremmo, comunque. Capisco che le frustrazioni possono essere tante certe volte e non dobbiamo pretendere di essere “amati” in questo mestiere e dobbiamo fuggire la tentazione di voler salvare il mondo, pure e tutto quanto – chi lo nega -. Ma si lavora tante volte in condizioni non propriamente ottimali o forse le nostre aspettative sono eccessive o forse pecchiamo di eccesso di zelo e ci prendiamo tante volte troppo sul serio. Ma la buona fede spero non si neghi a nessuno. E invece io sono qui per dirvelo! Per dircelo! Grazie! Grazie, davvero! State facendo, stiamo facendo il nostro lavoro e nessuno può farlo meglio. Certo si può, si deve sempre migliorare se vogliamo fare non il “bene” ma il meglio per i pazienti. Grazie! Perché facciamo un lavoro che pochi saprebbero fare. Certo qualcuno a volte “non ne imbrocca una giusta”. Qualcuno combina “grossi casini”, a volte. Ma mai niente di irreparabile, si spera. Non della “indifferenza” facciamo professione. Noi facciamo la differenza! A noi è richiesta audacia, risolutezza, decisione, in altre parole “carattere” e a dispetto di tutto e di tutti. E andiamo in brodo di giuggiole quando un collega o un paziente ci dicono alla fine di una dura giornata di lavoro “Tu sei l’unica persona con cui amo chiacchierare”. Magari non è propriamente vero, ma si vive pur sempre di piccole soddisfazioni.
    A volte il familiare (ci sono anche quelli presenti che si interessano sinceramente alle sorti del proprio congiunto sofferente) mi chiede: – quando ne avete le palle piene come diavolo fate? Dove trovate tutta questa pazienza? – Sono domande retoriche che normalmente non richiedono una risposta. È una esortazione rivolta a se stessi più che altro. Di solito si tratta di un familiare che ha dovuto sopportare l’inimmaginabile (o almeno così mi raccontano sfogandosi) prima che l’istituzione finalmente prendesse in carico il congiunto malato. Normalmente rispondo secco: “non è che faccia poi tutta questa gran fatica”. Voglio dire che “non è poi tutto questo gran sacrificio. Ripensandoci potrei dire: Ci si allena alla pazienza. Ci lavoriamo sulla pazienza. Cui seguirebbe la più ambigua e non priva di ironia (e di qualche verità, a volte): – noi siamo “pazienti” per professione -. Sigh! Pazienza, che non è sopportazione, né rassegnazione, né tolleranza, né becera indulgenza, né mera bontà d’animo (non siamo eroi). E non è nemmeno il valium che mi infonde tutta questa “calma Zen”. Allora cos’è? Forse è davvero di una “tranquillità interiore” che stiamo parlando? Mah! Chissà!
    – Se non esercitassi questa “serenità interiore” in questa “tana di squilibrati” avrei già accoppato come minimo la metà dei familiari in linea retta e collaterale e approssimativamente un quarto dei dirigenti saniari e amministrativi e avrei finito occasionalmente il lavoro buttando qualche paziente dal piano più alto…. Le sbarre alle finestre non erano mica per evitare che i pazienti si defenestrassero, ma per evitare che gli operatori in un momento di sconforto profondo li buttassero giù di sotto -. Tranquilli si scherza! L’umorismo cialtrone dell’operatore psichiatrico medio durante la pausa. Senz’altro! A parte gli scherzi. Andiamo raga! Siamo i numeri uno!
    Penso che senza scomodare Racamier ma attestandoci ad un livello più basilare, potremmo dire che rispetto e passione e motivazione si trasmettono non alzando il ditino accompagnato da qualche filippica da libro “Cuore”, ma sostanzialmente con il buon vecchio “esempio” di sempre. Come sosteneva Weber, mi pare, “i principi o i valori non si insegnano. Si praticano”. Tuttavia se i principi che noi adulti e vaccinati stiamo insegnando ai più teneri e inesperti giovani operatori attuali sono del tipo di quelli che si accingono a praticare gli amministratori della Regione Lazio ad esempio giustamente sottolineati dal prof Narracci che ha alzato lo sguardo dai romanzi kafkiani per guardare in faccia questi “signori”, allora a questi giovani operatori stiamo insegnando il cinismo che magari è una strategia utile a sopravvivere in questo pazzo pazzo mondo. Può darsi. Ma non mi pare cosa molto igienica da tramandare alle future generazioni. E io che sono del “partito di Ligabue” potrei dire che “Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Tu pensa a chi non sente e poi ne vuol parlare”.

  2. Antonio Maria Ferro ha detto:

    Ho letto con attenzione e piacere la riflessione di Monica; proprio in
    questo periodo ho letto due cose che possono essere utili in relazione a
    quanto,in modo così emozionante , Lei scrive.
    Fabrizio Benedetti è professore di neurofisiologa a Torino ed ha scritto un
    bel libro in cui dimostra scientificamente( risonanza magnetica funzionale
    e Pet) che la speranza è un farmaco ovvero che il tempo che noi dedichiamo
    in una relazione di cura,non in particolare “psico” ma in ogni processo di
    cura,al “tempo” umano della suddetta relazione ha efficacia quasi o
    addirittura come un farmaco analgesico e aumenta l’efficacia di una
    terapia a parità di gravità patologica. Cosa vuole dire? Che la parola,la
    cura empatica hanno capacità di produrre benigne modifiche nel
    funzionamento dei nostri cervelli,così come le cattive pratiche sono
    altrettanto potenti nel facilitare devastanti modifiche del funzionamento
    dei nostri sistemi nervosi centrali( vedi neuroendocrinoimmunoematologia
    ad es.)
    Nel lavoro che ho presentato sul vaso di Pandora pochi gg fa ricordavo che
    il Manicomio è prima di tutto un assetto mentale di non cura,di non
    rispetto per “l’altro da noi”,di non cura anche per i luoghi stessi dove
    avvengono i processi di terapia.
    Ricordo che quando arrivai come primario ,in quell indecente Spdc di Sv e
    gestito in modo manicomiale dal mio predecessore nel 1994 o 1993 ..non
    ricordo- reparto che da molti anni ormai è invece considerato uno dei
    migliori spdc italiani,anche per la qualità degli operatori-portai gli
    ausiliari nei gabinetti e sollevai le tazze facendo vedere come erano
    sporche.Avevo spiegato allora che i pazienti,quelli più gravi, avevano
    poca stima di se stessi ,e che la” merda “ lo sporco,il cattivo che
    sentivano dentro di loro lo proiettavano anche su quelle tazze e che
    quindi il loro lavoro di pulizia,che magari si doveva ripetere più nel
    giorno all’inizio, aveva anche valenze terapeutiche…perché serviva a “
    dire”ai pazienti che avevano diritto ad essere ben trattati, che non erano
    pieni solo di cose negative,che avevano il diritto/dovere di avere cura di
    se stessi…erano le AZIONI PARLANTI che mi aveva insegnato il mio maestro
    Racamier. È inutile ricordare che la pulizia ,i buoni odori ,la buona cura
    dei pazienti caratterizzarono il lavoro istituzionale in spdc negli anni
    successivi.
    L’altra cosa è un articolo dello storico della medicina Professore
    Gilberto Corbellini ,uscito su 24 ore questa domenica, in cui da un lato
    egli ricorda che la medicina non è mai stata più efficace e sicura di
    oggi,dall’altro ricorda che pericolosamente( perché questo può ridurre
    l’efficacia delle cure ed il senso di soddisfazione nei pazienti) si da
    sempre meno importanza alla relazione terapeutica mentre “ si sa che la
    durata della visita medica è il principale fattore predittivo del
    soddisfacimento di un paziente.Meglio ancora se quel tempo di cura è
    caratterizzato da una comunicazione basata su ascolto,simpatia e chiarezza
    terminologica”
    Quanto ho scritto qui vuole quindi confermare il pensiero che sottende il
    bel lavoro di Monica Carnovale ….Monica mi piacerebbe sentire cosa ne
    pensi

  3. Gg ha detto:

    L’ambiente curato cura,affermazione che da sempre caratterizza lo stile “redancia”.
    Il problema,semmai lo vogliamo definire così,é intenderci su cosa é l’ambiente in campo sanitario.
    Le “impressioni di giugno”di Carnovale e Ferro definiscono un contorno preciso per loro che mettono a disposizione del confronto con altre sensibilità.
    Personalmente ritengo che il processo di cura prevede aspetti di relazione empatica e di competenza specifica e che l’operatore deve possedere sufficienti capacità in entrambi i settori e essere assecondato da un supporto ambientale ,in questo senso mi riferisco ai supporti strutturali ( cessi compresi di spazzolino) che diventano indispensabili in quanto,se assenti contradirebbero in parte i due aspetti precedenti.

  4. FELICE ALESSANDRO SPATA ha detto:

    Per quello che vale, concordo con quanto scritto dal Prof. Giusto. Credo che “l’ambiente che cura in campo sanitario” , per parafrasare la sua definizione, sarebbe il titolo perfetto per un evento di “Formazione” collettivo.

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