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Commento a “Trasformiamo le Costituzioni in arche di Noè” di Emanuele Coccia, Robinson 19 settembre 2020

22 Settembre 2020
1 commento
Commento a “Trasformiamo le Costituzioni in arche di Noè” di Emanuele Coccia, Robinson 19 settembre 2020

Emanuele Coccia ci parla dei pesanti abusi che quotidianamente perpetriamo nei confronti degli animali; della necessità di cambiare ottica, cessando di considerarli oggetti a nostra disposizione, ammettendo invece che sono soggetti portatori di possibili diritti: criticando quindi a fondo ciò che è stato chiamato specismo. Sottolinea che il concetto di animale costituisce una categoria onnicomprensiva che mette insieme arbitrariamente esseri molto diversi l’uno dall’altro, che hanno in comune solo di essere “non umani”.

Mi sento d’accordo con Coccia. Basta pensare quanto, mettiamo, un lupo sia molto più simile a noi che all’ameba; o quanto il patrimonio genetico dello scimpanzé sia vicino al nostro. Malgrado la rivoluzione darwiniana, continuiamo nella operazione scissionale che mette noi da una parte, tutti gli animali dall’altra. Sarebbe più proficuo un modello di continuum che disponesse gli animali in una scala di crescente complessità di cui potremmo occupare il vertice (arbitrariamente? Forse; ma questa è un’altra storia). Ma se è la scissione a farci sottolineare lo iato fra noi e gli altri animali, un altro meccanismo psicologico potrebbe avere l’effetto opposto: la proiezione, che può indurre a collocare nell’animale pulsioni e affetti che sono in realtà i nostri.
Al contributo di Coccia se ne affiancano altri: ricordo l’excursus di Maurizio Bettini sui diversi atteggiamenti di autori classici, dallo specismo degli stoici, di Cicerone, della Bibbia, di Agostino, al proto-animalismo (minoritario) di Plutarco e di Teofrasto.
Helena Janeczek ci parla della sua interazione con gli animali di casa; Nadia Fusini del rapporto con essi di tanti letterati, in primo luogo Virginia Woolf. Stona un po’, devo dire, la foto di Hemingway che certo sta giocando con un gattino ma sotto la testa, appesa esibizionisticamente al muro, di una delle sue tante prede – vittime.

Vi sono dunque due filoni giunti fino a noi. Ben più corposo, a lungo, quello dello specismo.
Pietra angolare delle teorie sostenenti la separazione è stato – e in qualche misura lo è tuttora – il concetto di anima, entità a sé indipendente dalla realtà corporea; concetto declinato nei più vari modi in tutta la storia del pensiero, da Platone e Aristotele a Plotino ai Padri della Chiesa fino a quel campione di specismo che è Cartesio. Egli distingue res cogitans e res extensa come due fondamentali componenti dell’essere umano: la res cogitans è propria solo dell’uomo, mentre gli animali devono accontentarsi di essere res extensa, equiparati ad automi spinti da forze meccaniche che nulla hanno di consapevole.
Se l’anima veniva ritenuta realtà fondamentalmente indipendente da un corpo che la ospita provvisoriamente, si apriva la strada a pensarla immortale, soddisfacendo quella negazione della morte che ognuno di noi ospita nella mente. E così la nostra superiorità si moltiplica: siamo i soli esseri viventi autorizzati a ritenerci immortali. Tuttavia – va detto – ciò non vale del tutto per certe dottrine metempsicotiche, che ammettono la possibilità che un’anima umana trasmigri nel corpo di un animale! E di fatto nell’induismo e nel buddismo il rispetto per gli animali è maggiore.
Da noi, le cose sono cambiate con l’empirismo inglese, la cui riflessione filosofica ha stretti legami col metodo scientifico che parte dall’osservazione: in questo caso, dall’osservazione dell’esperienza interna. Il concetto di anima sbiadisce: la mente è “la serie delle nostre sensazioni”, “una infinita possibilità di sentire” che non necessita di un principio ordinatore. Si apriva la strada alla psicologia scientifica.
Infine, ai tempi nostri lo sviluppo delle neuroscienze progressivamente collega il dato mentale con la dimensione organica, anatomica e neurochimica, legando sempre più la mente al soma e mettendo ancor più in crisi quel concetto di anima immortale che contribuiva tanto a renderci “unici”.

Anche questi sviluppi teorici danno fiato all’animalismo oggi in netta crescita e che si riflette come sappiamo anche nelle abitudini alimentari. L’invito di Coccia tende a divenire realtà: stiamo passando dalla concezione dell’animale come oggetto a nostra disposizione al considerarlo come soggetto portatore di diritti, da confrontare – è evidente – con i diritti nostri di umani, con il necessario equilibrio.



Una risposta.

  1. A.F. Spata ha detto:

    Mi dico tra le altre: “Noi (umani) siamo pur sempre animali che mangiano altri animali”. Niente di nuovo in natura, fin qui, dunque. Siamo dei predatori che divoriamo altri animali più deboli. Il punto è che gli animali umani nel corso dell’evoluzione hanno maturato una certa capacità simbolica e gli istinti sempre più si sono evoluti in motivazioni. Allora, mi chiedo – se mangiare la carne “bruciata” di altri animali – non rientri in una di quelle forme di abuso cui sottoponiamo quotidianamente certa fauna domestica e no. Sarà mica anche questa (cibarsi di altri animali debitamente cotti, abbrustoliti o al sangue) risultato di “un’operazione scissionale che mette noi da una parte e tutti gli animali dall’altra?”.
    Senza voler arrivare all’estremo di attribuire agli altri animali – intenzioni,
    motivazioni, pulsioni e sentimenti ed emozioni che sono in realtà i nostri di animali umani -. E senza nemmeno voler loro attribuire per forza un’anima considerato che nutro tutto sommato qualche dubbio che persino gli umani ne abbiano una, sarebbe interessante valutare quanto la caccia per “sport” o le costolette di maiale o la bistecca alla fiorentina siano compatibili con i diritti di certi malcapitati animali. Certo ammetto che è facile per un occidentale capitalista seppure sommariamente socialdemocratico e in parte pure vagamente vegetariano, porsi certi scrupoli laddove in certe parti del pianeta muoiono invece di fame. Però è anche vero che secondo certa vulgata di pensiero se qualcuno muore di fame in qualche parte del pianeta è anche in parte dovuto al fatto che noi occidentali (moderatamente liberal, ma con spiccata predilizione per il gozzoviglio “social” che di democratico ha ben poco ) ci rimpinziamo (in)degnamente di carne varia allevata in apposite batterie (le cui condizioni igieniche lasciano tra l’altro molto a desiderare). E dov’è l’umanità? E dov’è l’anima in certi mattatoi?
    È un interrogativo mica da poco. O no?
    Comunque che uno possieda o no un’anima credo che non sia poi così terribile il pensiero dell’anima in sé nemmeno per i materialisti più sfegatati. Perché a pensarci bene l’anima è – il nostro modo di essere legati all’eternità – qualcuno ha detto. Non sto parlando di “aldilà”, ma di un qualcosa più vicino all’ “Infinito” di Leopardi, per intenderci. Non oso immaginare cosa sarebbe il nostro mondo se fossimo completamente separati dal concetto di “eternità”. Probabilmente ci saremmo estinti da un pezzo. E invece eccoci qua a celebrare bellamente la libertà dell’uomo, di – realizzare una serie di scannatoi periodici il cui fine ultimo è la realizzazione del regno di Dio in progress -. E tuttavia, la ragione che governa il mondo non può ridursi alla realizzazione di una tale carneficina di guerre, fame, malattie e pandemie periodiche assortite, né possiamo tollerare senza un minimo di vergogna la violazione sistematica dei più elementari diritti “animali”, compresi quelli degli umani, si capisce. E lo dico con tutto il dovuto rispetto per Her Professor Hegel, e il suo entusiastico realismo.
    È vero che senza il simbolismo dell’anima e il suo senso dell’eternità che l’accompagna l’esistenza sarebbe “pasto nudo”: semplice – istante, raggelato, in cui si vede quello che c’è sulla punta della forchetta -.
    Non so se sia esattamente un caso che il prof. Pisseri abbia scelto di commentare questo articolo insieme a quello precedente di Romagnoli su Ginsberg e Burroughs. Vedo molto legati i temi dei diritti più in generale, il rispetto per l’ambiente, l’anelito verso una vita più spirituale, la necessità di mutare stile di vita. Tutto torna, pare. Come certe pandemie periodiche. Pare!

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