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Centro DUA: Dolore Uomo Abbandonato

Dario Nicora
21 Novembre 2013
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Centro DUA: Dolore Uomo Abbandonato

Alcuni sostengono che l’efferatezza dell’uomo sulla donna sia sempre esistita, solo che ora se ne parla di più. Non credo sia così. Credo che il panorama socio-culturale sia radicalmente cambiato negli ultimi anni. L’efferatezza c’era, ma non si esprimeva con l’omicidio o nei modi in cui si esprime ora.  Si esprimeva con il dominio, con la sopraffazione domestica fisica e psicologica e con il silenzio delle donne.

Ciò che ha sconvolto l’universo maschile non è stato la conquista di spazi di potere da parte delle donne in politica, in azienda o fra le mura domestiche, non è stata la necessità di adattarsi ad una più equa ripartizione delle funzioni nell’educazione dei figli o nelle faccende di casa. La vera rivoluzione degli ultimi decenni è stata che le donne hanno conquistato il potere di abbandonarci, di andarsene via da noi.

Ciò che ci sconvolge è la loro capacità di abbandonarci quando sono stufe o non ci amano più.
L’abbandono è una situazione culturalmente nuova.
Mia zia oggi ha 79 anni. Questa estate è capitato che mi raccontasse faccende della sua vita, che mai mi aveva raccontato prima. Mi ha raccontato che da ragazza, alla fine dell’estate, scendeva a Vernazza insieme alle altre ragazze del suo paese sulle alture, per vendemmiare. Al secondo anno la vendemmia a Vernazza era diventata un incubo perché, invece del salario, il padrone della vigna aveva concordato con i genitori di mia zia, il matrimonio con lei e la relativa disponibilità a mantenerla in casa sua. Quest’uomo aveva dei terreni e dei possedimenti, ma era molto più vecchio di lei, era brutto e sporco e non le aveva mai parlato. Per fortuna mia zia è fuggita via e, qualche anno dopo, ha sposato l’uomo di cui si è innamorata e che vive tuttora serenamente al suo fianco.
Sono passati solo sessant’anni da quando, dalle nostre parti, era ancora possibile prendere in moglie una ragazza, senza nemmeno averle rivolto la parola. Il suffragio femminile è stato introdotto in Italia nel 1946, in Arabia Saudita forse sarà introdotto nel 2015. La legge che consente il divorzio in Italia è del 1970. L’uomo ha impiegato più di due milioni di anni per raddrizzare la schiena, quando da Homo Habilis si è evoluto a Homo Erectus, ma meno di cento anni per evolversi da un ordinamento sociale basato sulla disparità ad un altro basato sull’uguaglianza dei sessi.
La rivoluzione femminista ha sconvolto l’ordinamento del mondo e qualsiasi rivoluzione, anche la più pacifica, come quella di Ghandi, ha i suoi martiri. Tanti martiri, perlopiù sconosciuti, sono morti e ancora muoiono perché il mondo si emancipi dall’ingiustizia della segregazione razziale, dall’oppressione per idee politiche, dalla discriminazione per fede religiosa.  Le donne che oggi muoiono per  l’efferatezza di un uomo sono martiri di un’idea che si è imposta in modo rapido, ma irreversibile.  La libertà del pensiero e nelle scelte personali, la reciprocità nelle relazioni interpersonali, la necessità del consenso negli accordi e nei contratti sociali, sono concetti evoluti che da sempre faticano ad imporsi e a domare il mostro, che potenzialmente è dentro ciascuno di noi e che ancora urla e sbraita per imporre la legge del più forte e della prevaricazione violenta.
L’abbandono da parte della donna è una situazione relativamente nuova a cui siamo culturalmente impreparati. L’efferatezza maschile e il dominio sono sempre esistiti, il tradimento femminile anche, l’abbandono no.
L’immagine dell’uomo abbandonato dalla sua donna evoca ancora l’oltraggio, ma l’abbandono non è il tradimento, è più penoso per chi lo prova. Non c’è una sgualdrina, una svergognata su cui infierire. Non si ha a che fare con la debolezza della carne, ma con la forza dello spirito.
Il dolore dell’abbandono non è nemmeno simile al lutto, l’esito comune è una condizione di solitudine, ma una solitudine che è decretata da una scelta deliberata della donna amata, non dall’avversità del destino, non da un Dio lontano che ci mette alla prova, ma dalla donna che abbiamo avuto vicino e che si era unita a noi, pensavamo fosse parte di noi.
Di questi tempi molti parlano di femminicidio, ma di questo argomento non ce ne dovremmo occupare noi,  bensì le forze dell’ordine, i giudici e i giornalisti, al limite i sociologi. Noi invece dovremmo cercare di studiare approfonditamente il dolore dell’uomo abbandonato.  Degli uomini emerge il furore del comportamento, mai il dolore. Del dolore non se ne parla. E’ difficile dire che il dolore dell’abbandono è atroce, senza apparire deboli sentimentali, romantici retrogradi. E’ contro questo stereotipo dell’uomo che dobbiamo ancora confrontarci.
La lotta contro lo stigma e gli stereotipi fa parte della nostra funzione. Mio padre è stupito della naturalezza con la quale i padri di oggi spingono carrozzine e passeggini, mi racconta che quelli della sua generazione non potevano, si confrontavano con un’immagine sociale che non permetteva loro di essere liberi nell’espressione dell’emotività.  Gli uomini abbandonati di oggi probabilmente non sono liberi nell’espressione della loro emotività, si confrontano con l’immagine sociale stereotipata di un uomo che non deve chiedere mai, che non piange, non cerca rifugio o consolazione, specie quando è ferito da una donna che se ne è andata perché era stufa di lui.
Probabilmente il dolore dell’uomo abbandonato meriterebbe un nome proprio, magari un neologismo capace di veicolare la forza mediatica dell’altro neologismo coniato nel 2009, il femminicidio.  Il centro DUA (Dolore Uomo Abbandonato) non esiste, nemmeno nella nostra testa, in questo ambito siamo mentalmente lontanissimi dal comprendere un uomo con le sue debolezze e le sue fragilità, siamo molto più ben disposti ad analizzare a posteriori le ragioni dei suoi errori.
Il centro DUA ovviamente non può esistere nelle nostre città, ma è auspicabile che si crei nella nostra mentalità uno spazio di pensiero disposto ad accogliere gli uomini soli, comprenderne lo stato d’animo e accompagnarli nella ricerca di altre vie possibili, uno spazio relazionale dove un uomo abbandonato possa accedere cercando comprensione e accoglienza, sapendo che non verrà giudicato perché sta reagendo in modo sbagliato ad una relazione sbagliata, basata su presupposti sbagliati, o perché è un’insopportabile narcisista o perché è un immaturo e non ha ancora compreso la differenza tra possedere e amare.
Riuscire ad impostare una relazione d’amore capace di donare felicità duratura, nella reciprocità, è un privilegio di cui pochi possono godere.  Non dobbiamo rimanere in alto nella posizione di coloro che hanno la sapienza, maestri che danno i voti alle relazioni altrui.  Nostro mestiere è studiare l’anima, cercare di comprendere, non di giudicare, in questo caso comprendere l’animo di un uomo che ha la certezza che nulla potrà più avere un senso nella sua vita, senza la donna con la quale aveva immaginato di condividere i suoi giorni. Ho l’impressione che gli uomini non sappiano dove sia il centro DUA, perché non c’è.
Le nuove leggi sullo stalking e sul femminicidio insistono sull’inasprimento delle pene e delle misure di sicurezza, immaginando che tutto ciò possa essere un deterrente a compiere questi due reati. Bene, è giusto, ma non basta inasprire la pena per un uomo che, in quel momento, ha l’impressione di avere già perso tutto, occorre intercettare lo stato d’animo dell’uomo che si teme possa commettere quei reati, incontrarlo, parlare con lui, consolarlo nelle sue pene, aiutarlo a cercare altre strade. E’ difficile immaginare che questo spazio d’incontro possa essere disposto per legge, ma sarebbe auspicabile che comparisse e crescesse nella nostra mentalità.
Credo che questi reati siano anche sintomo di una crisi del nostro modo di intendere la comunità civile. Negli ultimi anni la privacy ha scalato la vetta ed ora è in cima nella scala dei valori condivisi, ma la discrezione e la riservatezza troppe volte nascondono indifferenza e disinteresse.   Ritengo che i famigliari e gli amici non dovrebbero lasciare sole quelle coppie che vivono una situazione di crisi e nemmeno le istituzioni, quando da quella crisi emergono segnali preoccupanti. Il proverbio che recita di non mettere il dito tra moglie e marito è tranquillizzante, perché ci consente di non farci carico del dolore, della complessità, ci induce a rimanere fuori da situazioni che richiedono, oltre che disponibilità, discrezione e delicatezza.   Tuttavia la solitudine nei momenti più critici nell’esistenza di un uomo può portare a formulare i pensieri più tremendi, mentre  è nostra esperienza quotidiana che quando pensieri impensabili diventano parole che qualcuno ascolta, allora è più difficile che quei pensieri diventino gesti incomprensibili.
Non ho alcun elemento per poterlo sostenere, se non la mia personale e più che relativa impressione, ma la mia impressione appunto è che questo spazio di comprensione sia venuto meno soprattutto nelle donne, che pure sarebbero le più idonee a questa funzione. Non parlo della donna che potrebbe diventare la potenziale vittima, bensì dei famigliari dell’uomo abbandonato, della mamma o dei famigliari di genere femminile o delle amiche della donna che ha interrotto la relazione; addirittura un poliziotto di genere femminile o un’assistente sociale o una psicologa, incaricati dalla questura che ha ricevuto una segnalazione, potrebbero svolgere una funzione. Forse non è un caso che di questi argomenti siano soprattutto gli uomini a scrivere e a parlare, finendo col parlarsi tra loro.
La conquista da parte delle donne di nuove posizioni sociali  e di nuove abilità non dovrebbe avvenire a scapito di quelle già consolidate dal tempo, la capacità di holding, l’accoglienza e la capacità d’ascolto. E’ possibile che i cambiamenti nell’organizzazione della comunità e nella nostra cultura siano avvenuti troppo in fretta anche in questo senso.
Qualcosa di simile accade per la pedofilia. Mentre è sensato inasprire le pene per chi compie atti pedofili, occorrerebbe aprire uno spazio d’incontro con coloro che sono pedofili, prima che compiano questi atti. Non c’è nella nostra mentalità, nella nostra cultura, uno spazio mentale accogliente e non giudicante, disposto all’incontro con chi è pedofilo. Ci si chiede perché tra i sacerdoti ci sia un’incidenza di pedofilia superiore a quella della popolazione maschile che non è entrata in seminario. Il motivo è legato al fatto che chi è pedofilo cerca una sovrastruttura morale capace di contenere la sua pulsione sessuale sbagliata, illudendosi di arginare nella religione e nel precetto dell’astinenza la tendenza al peccato. La verità è che, nella nostra cultura, i pedofili sono persone che devono affrontare la loro pulsione nella più assoluta solitudine, perché si scrivono centinaia di libri che spiegano agli altri perché un pedofilo ha questa pulsione, ma non spiegano a chi è pedofilo cosa può eventualmente fare e a chi potrebbe eventualmente rivolgersi, senza timore di essere giudicato o condannato, prima di compiere i reati.
L’urlo delle donne uccise non può che essere raccolto dai giudici, noi possiamo provare a intercettare il dolore degli uomini, prima che uccidano le donne che li hanno lasciati soli.


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