Vaso di Pandora

Carcere e psichiatria

Sulla tutela della salute negli istituti  penitenziari

Un commento di Emilia Vento alla relazione di Giuseppe Paradiso “La tutela della salute negli istituti penitenziari

Leggere il vostro articolo e tornare con la mente al mio soggiorno in carcere dove entrai portandomi dietro i miei problemi psichiatrici è stato determinante per comprendere con assoluta certezza che un approccio asettico e formale che spoglia di ogni contenuto il problema della salute mentale in carcere è inutile se non anche fuorviante.
Sono altresì certa che la ricerca fatta nasca da un sincero interesse e dalla volontà di affrontare i temi relativi, ma ritengo che non sia quella la lente sotto la quale analizzare il problema.

Prima di tutto intendo sottolineare che ribadire che il detenuto ha gli stessi diritti alla cura della popolazione non ristretta è segno di una discriminazione strisciante e comune, ma è necessario perché non è così scontato: purtroppo spesso in carcere le terapie vengono negate e più spesso ancora non si ha il diritto di fare analisi e ricerche. (si parte dal presupposto che il detenuto menta, che voglia andare in ospedale solo per “fare un giro”, che sia ipocondriaco)
Ma entriamo in argomento: il carcere ed il suicidio, il carcere e l’abuso di farmaci, il carcere e l’esplodere in crisi di violenza e, a volte, scoppiare in molti pezzi, il carcere e l’autolesionismo, sono temi che riguardano persone che hanno nomi e cognomi oltre che un numero di matricola ed una cartella medica. Intendo dire che se, sulla carta, è facile visualizzare una metodologia, all’atto pratico troppe sono le ragioni che la vanificano. A cominciare dall’assoluta mancanza di risorse, proseguendo per  il sovraffollamento, la promiscuità, la mancanza delle basilari norme igieniche e soprattutto la difficoltà nel conciliare il controllo e la disciplina con l’esigenza di “esser vivi” fanno sì che nel carcere ci si ammala e spesso si regredisce.
Io ricordo. Oltre ai suicidi riusciti avvengono anche molti tentativi che vengono sventati, ma dal caso.
Donne immigrate che si appendono alle sbarre della finestra che non è molto in alto, ma permette ugualmente di impiccarsi.
Donne che sono coperte da cicatrici vistose sulle braccia ed alla gola che di fronte alla assoluta inutilità del tempo che passa lentamente (vita?) afferrano il primo specchio e cercano di annegare nel loro sangue.
Donne la cui mente fa corto circuito e che perdono la cognizione spazio temporale (dove sono, che giorno è) che non sottostanno alle norme solo perché non capiscono, non sanno quello che sta succedendo e perché.
Donne che finiscono in isolamento per aver avuto una crisi di violenza (la massima espressione dell’impotenza?) e che in totale solitudine alimentano le loro sofferenze ed il male di vivere.
Donne che chiedono e vengono letteralmente imbottite di farmaci sino a raggiungere uno stato soporifero; il loro scopo è quello di essere meno presenti possibile grazie ad una massiccia sedazione, lo scopo della struttura è quello di avere un più facile controllo sulle persone stesse.
Monitoraggio, colloqui o controllo? Dove passa il confine tra il controllo e la ricerca di un maggior benessere per la detenuta? Non voglio essere polemica, ma credo che sia necessario distinguere e separare il più nettamente possibile la pena e la cura. In verità in carcere tutto si intreccia: ci si cura (?) mentre si sconta la pena e la pena è spesso soggetta (grazie ad una cura inadeguata) ad un aggravamento al quale segue un peggioramento dello stato di salute.
Molte persone si ammalano in carcere, molte altre diventano farmacodipendenti, qualcuno persino alcol dipendente. Non ha alcun senso chiedersi se alle spalle ci fossero già latenze, il punto è che il carcere non solo non riabilita, ma spesso condanna ad una vita peggiore: fa ammalare. E la pena da scontare, ricordiamolo, non è ammalarsi o contrarre una malattia infettiva: la pena è la punizione allo quale lo stato condanna senza elementi aggiuntivi e, una volta scontata, dovrebbe estinguere il reato.
Scrivere ed avere davanti agli occhi persone con le quali ho condiviso tensioni e paure, rivedere me stessa alle prese con i vari frantumati pezzi di me e lottare per rimetterli insieme, ricordare l’amaro sapore della sconfitta perenne, ricordare il dolore ed avere come amico il silenzio sino a quando non diviene così pervasivo che è necessario urlare, tutto questo e molto altro ancora mi pare sia difficile ed azzardato farlo rientrate in poche parole programmatiche che di sensibile non hanno nulla.
Il mio vissuto non mi permette il distacco che permea l’articolo letto, è vero, ma è anche vero che un tale approccio induce a credere che più della salute del detenuto si pensi ad un funzionamento più efficace della struttura stessa.
Se il carcere fa ammalare, ed è vero per una consistente porzione dei detenuti, forse sarebbe più sensato lavorare sui concetti di pena e di come farla scontare piuttosto che focalizzare l’attenzione su come correre ai ripari.
Si pensi alla condizione di immigrati senza lavoro, sradicati dal proprio territorio e spesso soggetti ad angherie e soprusi: se finiti in carcere come possono adeguarsi a norme e regole prive di significato o a maggior ragione interiorizzarle? Come sentirsi parte di una popolazione così eterogenea,  frammentaria e frequentemente ostile?
Si pensi ancora ai tossicodipendenti che giungono a commettere reati (nella stragrande maggioranza dei casi) per procurarsi sostanze o il denaro per acquistarle: cosa può essere per loro il carcere se non l’inferno nel quale rimanere in stand by, il più possibile assenti, sino alla fine della detenzione per poi uscire e riprendere la vita interrotta?
Nel primo come nel secondo caso si esce in condizioni peggiori rispetto a quelle vissute precedentemente.
Forse allora il punto di partenza deve essere che il carcere fa ammalare e non solo come affrontare la malattia in carcere.
Riuscire a focalizzare l’attenzione e la ricerca su questo assunto e sperimentare alternative, permetterebbe forse al detenuto di progettare la propria riabilitazione e allo Stato risultati apprezzabili in termini di investimento morale ed economico.
Mi permetto una nota: 5 posti letto a Marassi per una popolazione di.. non so quanti attualmente siano ristretti nelle carceri liguri, ma si parla di più di un migliaio. 5 posti letto..
È vero che scoraggiarsi e conseguentemente non far nulla è sicuramente la cosa peggiore, ma è fondamentale avere chiari l’assunto e le finalità per concorrere ad un seguito che sia utile alla soluzione del problema; se l’obiettivo è la salute del detenuto è necessario conoscere le condizioni del detenuto, le sue aspettative, il suo coraggio ed il ramificato sottobosco nel quale deve imparare a muoversi a sue spese e senza appello.

Emilia Vento

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Commenti su "Carcere e psichiatria"

  1. bel commento e finalmente la voce di una persona che sperimenta il nostro operare, lo ha sperimentato, così come i nostri scritti le suscitano emozioni che forse non pensiamo quando affermiamo le nostre verità.
    La sensibilità di chi è nelle nostre mani per certi periodi in modo quasi completo va ascoltata e trasmessa e quindi la scrittura a volte è la via che ci raggiunge più facilmente. Continua E.
    roberta antonello

    Rispondi

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