Attualità

Bulli e pupe

Paolo Bianchini
23 Aprile 2013
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Bulli e pupe

È solo di pochi giorni fa il comunicato con cui l’ANSA, riportando i dati emersi da uno studio presentato recentemente a Napoli, “ufficializza” un’evidenza che è sotto gli occhi di tutti: l’esponenziale crescita di un fenomeno peraltro già dilagante, quello del bullismo tra i giovani in età scolare (la ricerca di cui sopra si è svolta su un ampio campione di maschi e femmine delle classi IV elementare, II media e V superiore).

Il suddetto studio approfondisce alcuni aspetti specifici del fenomeno, come il fatto che esso vada sviluppandosi verso nuove tendenze (il cosiddetto “cyberbullismo”, attuato attraverso il web) ovvero le rilevanti differenze di genere in ordine alle modalità tramite cui esso si manifesta.

Lasciando da parte tali pur interessanti elementi di specificità, intendo soffermarmi brevemente su alcune suggestioni che il problema del bullismo sembra evocare allorché sia osservato da un vertice psicodinamico.

Tra i caposaldi concettuali della dottrina psicoanalitica, fin quasi dai suoi albori, vi è la nozione di Super-Io: con tale termine, universalmente adottato, già Freud indicava quella “parte” della nostra psiche da cui promanano tanto gli imperativi morali quanto gli ideali e le aspirazioni del singolo individuo. Differenziatosi durante la nostra infanzia via via che “incameriamo” i vari precetti e valori prima dei genitori e, quindi, delle successive figure educative, il Super-Io non solo ci accompagna per tutta la vita ma fa incessantemente sentire la sua voce con ammonimenti, consigli, rampogne … se vogliamo, una sorta di nostro personale Grillo Parlante.

Il Super-Io è “responsabile” dell’insorgere del senso di colpa, ed è ad un Super-Io particolarmente rigido e severo – in qualche modo arcaico nel suo funzionare secondo la “legge del taglione” – cui il pensiero psicoanalitico attribuisce i tormenti di varie forme di disagio psichico, fino alla patologia franca. Sorprendentemente, la ricerca psicoanalitica è pervenuta a derivare da un Super-Io siffatto anche certi casi di devianza sociale; dico sorprendentemente in quanto, in quei soggetti connotati da una particolare inclinazione ad infrangere le norme, sarebbe semmai logico attendersi un’attenuazione dell’intransigenza di tale struttura psichica (e non un suo speciale inasprimento), laddove essa è stata postulata quale depositaria dei precetti morali dell’individuo. Altrettanto sorprendentemente, si è talora riscontrata una singolare severità del Super-Io, fino all’estremo di un vero e proprio sadismo, in individui il rigore della cui educazione morale in età infantile sia risultato particolarmente lasso.

Già da questi brevi cenni si può vedere quali intrecci e quali suggestioni possa offrire una lettura psicodinamica del fenomeno del bullismo.

Tornando più specificamente a tale tema, vorrei aggiungere come mi sia capitato di veder presentato il bullismo (tra l’altro, anche nel comunicato che ha stimolato questa breve riflessione) come un “abuso di potere”. Altrove, l’ho trovato ascritto alla devianza e/o alle condotte violente.

Ora, a mio giudizio tale definizione e tali categorizzazioni si approssimano solamente al fenomeno. Esso consta invece di una programmatica sopraffazione dell’altro fino alla sua emarginazione/annullamento, attraverso un esercizio di potere che non è “abuso” in quanto il bullo non lo detiene a priori bensì lo afferma – affermando sé stesso? – proprio attraverso la condotta bullistica.

Salta allora agli occhi come l’estrinsecarsi dell’atteggiamento bullistico nei confronti della vittima assomigli, fin quasi a sovrapporvisi, alle descrizioni dei tormenti che un Super-Io tirannico e crudele è in grado di infliggere all’individuo, e come lo stato di perdurante oppressione che, ad opera del bullo, grava sulla vittima sia accostabile all’analoga oppressione esercitata da un Super-Io siffatto su quell’altra struttura della nostra psiche denominata “Io”.

Termino qui queste sintetiche riflessioni e chiudo con una breve digressione: trovo singolare il fatto che, andando indietro con la memoria non molti anni, la parola “bullo” fosse utilizzata in un’accezione quasi macchiettistica pressoché contraria a quella, così deteriore, impostasi attualmente, e cioè ad indicare un individuo un po’ ai margini che, lungi dal sottomettere chicchessia, si limita a non permettere a sua volta ad alcuno di “mettergli i piedi in testa”.



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