Vaso di Pandora

Bulli a prova di scienza

Commento all’articolo apparso su La Repubblica il 21 marzo 2017
Il bullismo è fenomeno  diffuso. Dal Settembre 2015 al Giugno 2016, Telefono azzurro ha ricevuto circa una chiamata al giorno per questo motivo.
E dal report ISTAT: “Nel 2014, poco più del 50% degli 11-17enni ha subito qualche episodio offensivo, non rispettoso e/o violento da parte di altri ragazzi o ragazze nei 12 mesi precedenti. Il 19% è vittima assidua di una delle tipiche azioni di bullismo, cioè le subisce più volte al mese. Per il 9% gli atti di prepotenza si ripetono con cadenza settimanale”.

Il 50% relativo ai singoli episodi non va, credo, preso in considerazione, poiché fa parte di una fisiologica conflittualità e di preparazione a una vita sociale non esente da contrasti e contrapposizioni anche forti. Ma se la cosa si fa sistematica il discorso è diverso, e preoccupa che riguardi il 19% dei ragazzi. Infatti la persecuzione sistematica non  è più la legittima ricerca di una autoaffermazione, diviene il perseguirne la conferma al di là di ogni limite ragionevole, nello schiacciante confronto con persona inequivocabilmente più debole: una dinamica simile a quella delle aggressioni ai barboni.
Infatti le conseguenze possono essere serie, come mostra la letteratura. Le difficoltà nell’infanzia e nella adolescenza sono uno stressor aspecifico che facilita le risposte depressive, con possibile rischio di suicidio; non raro il disturbo da dismorfismo corporeo; ma a quanto pare anche possibili evoluzioni psicotiche.   Il bullismo favorisce un successivo comportamento esternalizzante, con possibili passaggi all’atto. Fra i tanti studi, ha attirato la mia  attenzione,  per l’ampiezza della casistica, quello condotto dallo studio SELYE (Saving and Empowering Young Lives in Europe), che ha esaminato 11.110 studenti dell’età media di 15 anni in 168 scuole di dieci paesi europei. Ha dimostrato un rapporto fra il bullismo subito e successivi comportamenti autolesivi, spesso in un contesto di depressione.
Il DSM V non ha costituito, fra le “altre condizioni meritevoli di attenzione”, una casella specifica per questa tipologia: essa potrebbe far parte degli occasionali “comportamenti antisociali  del bambino o adolescente”. Non, invece, degli abusi fisici o psicologici sul bambino ( o ragazzo) perché nel definire questi si richiede che il maltrattante sia persona adulta col diritto – dovere di occuparsi del minore.
 Le radici di questi comportamenti sono complesse come tutto ciò che riguarda l’uomo. C’è intanto quella etologica: il bullismo può essere una manifestazione esasperata del perseguimento di una posizione dominante, in quella gerarchia che – come in tanti animali di branco, dai lupi ai babbuini e a tante altre specie-  si forma anche nella collettività umana. Può avere forme regolamentate e civilizzate, apparentemente esenti da violenza, come una supremazia economica o la disponibilità di una scrivania più grande; nei comuni medioevali, avere la torre più alta. L’acquisizione di un miglior  ruolo  passa spesso attraverso una cerimonia di sottomissione a una autorità: con l’esame di laurea, col colloquio per l’assunzione, con la raccomandazione a un politico, con la affiliazione a un boss…
Anni fa gli studenti  all’ingresso nell’università  traversavano questa trafila con una cerimonia di omaggio agli anziani che includeva qualche piccolo sacrificio economico, e ne ottenevano una sorta di diploma – lasciapassare (la “matricola”) che li garantiva, ma fino a un certo punto, da successivi abusi che potevano giungere alla umiliazione dell’essere privati dei calzoni e lasciati in mutande:  un bullismo regolamentato, come quello in vigore nelle forze armate, e quindi abbastanza tollerabile anche perché indirizzato non alla persona ma a una categoria cui si apparteneva temporaneamente. Del resto, in certe culture il passaggio all’età adulta e ai connessi riconoscimenti passava o passa  attraverso prove che possono essere vere e proprie torture.
 Sappiamo che questi filtri e regolamenti possono saltare, e che la ricerca della supremazia regredisca  allo scontro verbale o perfino fisico. In certi contesti sociali molto degradati questa può divenire la regola: basta ricordare “Ragazzi di vita” di Pasolini.
 In condizioni più normali acquista peso  la personalità del bullo con le sue possibili deviazioni. Di fatto, è stata rilevata  correlazione fra bullismo e turbe psichiche: turbe dell’umore, ansia, uso di sostanze, disturbi di personalità; e anche se i tratti di personalità non giungono a configurare un vero disturbo, se ne evidenziano comunque di tipo grandioso – manipolativo e impulsivo – irresponsabile. Non si stenta a credere che il bullo abbia seri problemi con l’immagine di sé, e del resto nel cyberbullo – tipo sono stati evidenziati importanti tratti narcisistici.
 E c’è una dimensione storica: è plausibile pensare che il segnalato acutizzarsi del problema abbia a che fare anche con la crescente tensione che attraversa la nostra collettività, dove va prevalendo una aggressiva demagogia  e – basti pensare ai talk show- al civile confronto di argomentazioni si sostituisce una gara a chi urla di più e più riesce a squalificare l’avversario. Spero che gli adolescenti non ne vedano molti: ma il messaggio che veicolano può raggiungerli attraverso i familiari.
Naturalmente è importante l’appoggio psicologico alla vittima, ma spesso questa non lo richiede, anche perché si vergogna della propria debolezza. Sarebbe utile sensibilizzare gli educatori  e i compagni: questi non di rado restano indifferenti o prendono le parti del bullo, per timore della sua forza fisica o perché riconoscono in lui un modello “vincente” . Di fatto, vi sono ricerche che dimostrano come gli adolescenti non riconoscano il ruolo degli operatori della Sanità nel trattamento del  bullismo, essendo evidentemente poco consapevoli delle sue ricadute cliniche. Questa lacuna andrebbe in qualche modo colmata, e anche gli educatori andrebbero stimolati a difendere di più la vittima. Ma penso che sia un percorso  lungo…
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