Attualità

…Ancora sulle differenze di genere

Felice Alessandro Spata
22 Giugno 2015
1 commento
…Ancora sulle differenze di genere

Voglio cogliere l’invito della redazione ad approfondire il tema complesso del transessualismo e vi scrivo non in veste di “più competente”, ma come uno che vuol portare anzi “rielaborare” (approfitto biecamente dell’opportunità) la propria esperienza di lavoro di diversi anni maturata nel Day Hospital per i “DIG” (“Disturbi” dell’Identità di Genere) presso la Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica del Policlinico Universitario di Bari.

Dunque, il giorno in cui mi fu proposto dai dirigenti responsabili di entrare in veste di Psicologo clinico (ma mi interessavo anche dell’aspetto più meramente burocratico) nell’équipe che si occupava dei “DIG” rimasi perplesso: occuparsi di “identità” dev’essere sempre un’esperienza “bella e terribile” soprattutto per uno che è ancora in cerca della propria “identità professionale”, se non altro; e già oscillavo tra i timori per ciò che avrei provato a confronto con una realtà così articolata intrisa di stereotipi e pregiudizi vari già al suo nascere e l’entusiasmo per l’esperienza che speravo mi avrebbe arricchito sotto l’aspetto professionale e umano.

Per la verità non arrivavo completamente impreparato al ruolo proprio perché gli studi e l’interesse personale mi avevano fatto approfondire il tema dell’identità anche nei suoi risvolti sessuali.

Essendo già un sistemico-costruttivista per carattere prima ancora che per formazione mi accostavo all’argomento con la convinzione che l’identità in tutte le sue manifestazioni è il risultato di una complessa quanto tormentata, a volte, “costruzione” frutto dell’interazione continua tra persona (gli aspetti temperamentali, per esempio) e ambiente. Avevo fondamentalmente in mente il modello di Bandura che mi guidava nell’approccio che mi tornava buono per spiegare lo sviluppo del “genere” in termini di causalità reciproche triadiche: i fattori personali (biologico, cognitivo, affettivo), i modelli comportamentali appresi e gli eventi ambientali. Tutti questi fattori opererebbero come determinanti interattive che si influenzano bidirezionalmen te. La presenza degli elementi appartenenti a uno solo di questi ambiti non sarebbe sufficiente a produrre un “DIG”.

Resta da chiarire, infatti, il peso relativo di ciascun elemento componente e restano da chiarire i nessi causali che li collegano in modo specifico.
Inoltre, premetto che il virgolettato sta a significare che non sono proprio sicuro che il Transessualismo sia un “disturbo” a meno che non consideriamo il termine nell’accezione di “intralcio, sofferenza, impedimento, trappola”. Questa impostazione mi da l’opportunità di svolgere tutto un discorso sul tema perché se riducessi il Transessualismo con l’accetta della categorizzazione manualistica nosografica appellandomi semplicemente a fragilità narcisistica, delirio, dissociazione, psicosi o schizofrenia varie avrei già concluso la mia “trattazione”.

Il mio approccio di neofita con la complessità dell’argomento “identità transessuale” nello specifico era intriso all’inizio dell’idea che il corpo nella nostra società eterogenea è diventato il luogo dove si consumano scontri di potere sociale. L’arena in cui tutte le inquietudini socio-culturali esplodono. Il luogo in cui l’autorità impone la sottomissione e la violenza. Da qui vedevo fondamentalmente la persona transessuale alla stregua di qualcuno che mira a contestare la realtà dominante con gesti supremi e sacrilegi. Una sorta di “body art” estrema in cui il proprio corpo diventa un laboratorio di “sperimentazione identitaria” radicale. Quindi, il mio pensiero indulgeva a scampoli di sociologismo spicciolo, forse, ma non privi, secondo me, di un qualche fondamento. Col tempo e con l’esperienza umana sviluppata con le persone che iniziavano il percorso di “trasformazione ” ho maturato la sensazione che quell’idea per quanto grezza non fosse poi così bislacca. In definitiva, se provo ad articolare un po’ il pensiero e soffermandomi sul piano puramente simbolico, posso immaginare il Transessualismo come una sorta di vera e propria “Self Art” che attraverso una “rigenerazione estetica” o l’intransigente ed esasperata espressività corporea comporta però al contempo una vera e propria impresa di affermazione del “Sé” e di sé. La persona scolpisce, plasma la materia del proprio corpo per diventare non qualcosa d’altro ma ciò che veramente è o “sente di essere” (ma non sono la stessa cosa?). In sostanza, il “transessuale” come uno scultore che tira fuori dal marmo informe del proprio corpo una figura, una rappresentazione: una rappresentazione più realistica di sé. Questo “atto dissacratorio della ricerca di sé” comporta inevitabilmente alla base il rifiuto esplicito di tutto ciò che la società, ostentando una sicumera senza appello, ritiene certezze che non possono essere minate pena la distruzione delle fondamenta stesse su cui si sono sviluppati millenni di evoluzione sociale; e la rigida dicotomia delle categorie di “maschile” e “femminile” non possono, non devono essere messe in discussione, quindi. Possiamo intravedere nel Transessualismo e di quello che sfocia nell’adeguamento dei carattere sessuali esterni all’identità di genere percepita, soprattutto, un’azione liberatoria dal fenomeno corporeo, un’azione catartica, l’espressione reificata della liberazione dalle pulsioni rimosse del e dall’inconscio fossilizzate nel corso degli anni di sviluppo ontogenetico. E se ci pensiamo bene è proprio lo sviluppo delle tecnologie mediche e chirurgiche e gli interventi ormonali, ed estetici che segnano l’inizio del più avvincente e inquietante, dipende dai punti di vista, impeto alla modificazione radicale della “soggettività”. Si estende la definizione di “soggetto” e si riafferma la sua coscienza di non essere più immodificabile. Forse le tecniche medica e chirurgica applicate ai casi di persone transessuali paradossalmente ci riaffermano la trasformazione dell’ idea di natura, la sua possibilità di incessante metamorfosi. “La natura umana non è un destino” e si può modificare non solo per giustificazioni estetiche (come nel caso delle operazioni di chirurgia plastica) ma per esigenze più pratiche come più pratica è la necessità di “individuarsi” costantemente, di distinguersi comunque e sempre, di essere sé stessi nella quotidianità, sempre, anche in quella più banale che si risolve nel fare una banale spesa al supermercato, ad esempio.

Allora, il corpo della persona transessuale è un corpo “postmoderno”, anzi “postorganico”, che non è espresso unicamente dal suo carattere “estetico-esteriore”. La “postorganicità ” della persona transessuale risiede in questo intreccio tra immagine corporea, rappresentazione di sé, tessuti organici e aggiunta di elementi artificiali che concedono questa “mutazione” che per alcuni è stravolgimento sacrilego della natura umana, per altri espressione, nel corso dell’esistenza di ciascuno, semplicemente delle potenzialità intrinseche alla stessa natura umana.

Personalmente ritengo di non dovermi soffermare troppo (non questa volta, almeno) sulla prospettiva psicodiagnostic a, né tantomeno sull’aspetto moralistico della faccenda, ma credo più utile tentare di comprendere quali mutamenti psichici queste trasformazioni corporee indotte dalla medicina e dalla chirurgia “estetica” e l’innesto nel proprio corpo di elementi “altri” provocano nell’individuo già costituito. A volte, mi pare di trovarmi dinnanzi a un processo di ri-narrazione della propria vita o almeno al suo tentativo: il soggetto riscrive la propria storia incidendo col bisturi – in quella “carne viva” che è la contraddizione vivente tra il proprio “vissuto viscerale, propriocettivo e relazionale” concedendosi “opportunità” esaltanti e sconvolgenti, insieme. Quello che mi interessa di più come “clinico” è indagare una condizione esistente (il Transessualismo ) di metamorfosi, questo ambito non solo tormentato, ma anche rischioso per certi versi (chiunque abbia assistito ad un intervento di “riassegnazione ” chirurgica dei genitali esterni o di “riconversione chirurgica del sesso anatomico” (R.C.S.) non può non chiedersi cosa spinga una persona a sopportare un tale supplizio le cui risultanze non sono sempre esenti da effetti collaterali anche permanenti).

La vicenda di Bruce-Caitlyn Jenner e il suo lato morboso e sensazionalistico, eventualmente, non inficiano minimamente credo, almeno per quelli che non sono troppo stanchi da fermarsi alla superficie, questa insolita quanto sconcertante per certi versi modalità di “assestamento” della soggettività umana, di adattamento dell’Io che passa per una trasformazione morfologica radicale.

Se trovate l’argomento interessante potremmo ritornarci, ma per mancanza di spazio rimando ad altra sede eventualmente o ad altro articolo la possibilità di addentrarmi in un argomento dai risvolti troppo articolati per essere trattati in uno scritto che non voglia rischiare di essere troppo annoiante.



Una risposta.

  1. Pasquale Pisseri ha detto:

    Ringrazio Alessandro Spata per l’approfondimento, che mi dà occasione di qualche altra riflessione pur non da specificamente competente.
    Abbiamo da sempre col nostro corpo un rapporto complicato e una spinta a modificarlo, parte di quell’intreccio fra natura e cultura che ci fa umani (è la lacaniana “mancanza ad essere?”). Se le popolazioni aborigene amazzoniche e australiane si dipingevano o si dipingono il corpo, noi ci sbarbiamo, ci tagliamo i capelli, ci laviamo e deodoriamo, la metà di noi si dà il rossetto…questi interventi ci modificano, e tutt’altro che in contrapposizione a stereotipi sociali: al contrario, sono diventati scontati e quasi obbligatori. Essi spesso tendono a sottolineare la nostra identità di genere, ciò che ci induce a equilibrismi come lo sbarbarci ma non depilarci (Tacito racconta che per certe popolazioni germaniche la barba era segno di virile aggressività: i giovani non si sbarbavano che dopo avere ucciso il primo nemico).
    Anche interventi con un sospetto di patologia, come quelli di chirurgia estetica, esprimono adesione a stereotipi sociali: una donna “deve” aver belle tette, capaci di riqualificarla eroticamente, socialmente ed economicamente. Dovremmo dunque esser prudenti nel ridurre a conformismo i modelli di sanità mentale ed elevare a espressione di libertà i comportamenti insoliti.
    I c.d. cambiamenti di sesso fanno parte di questa nostra più generale spinta a modificarci, ma portata all’estremo. Mi è difficile non considerare espressione di lacerante sofferenza l’intervenire sul proprio corpo con metodi così brutali e mutilanti. Detto questo,ognuno ha pieno diritto di cercare i modi che gli appaiono più idonei a perseguire il proprio benessere o a ridurre il proprio malessere, e perfino a evitarlo negandolo.
    Credo infatti che la negazione imperi nel campo dei comportamenti insoliti in campo sessuale e dell’identità di genere; ciò, in risposta quasi inevitabile alla millenaria repressione e persecuzione di essi.

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