Attualità

Ai confini dei disturbi del comportamento alimentare

Antonio Maria Ferro
3 Luglio 2015
1 commento
Ai confini dei disturbi del comportamento alimentare

Il contributo di Antonio Maria Ferro testimonia della sua grande competenza sui DCA che permette al Gruppo Redancia che io dirigo, di proporsi attraverso Lui per fornire risposte attuali ad un problema multifattoriale come ben appare dallo scritto che usa la metafora come mezzo per introdurre il lettore ad una dimensione variabile per cui si passa dalla biologia alla filosofia ed alla sociologia in modo elegante ed equilibrato in grado di trasmettere curiosità ed informazioni operative utili.

Giovanni Giusto

INTRODUZIONE

Vi è un grande divario ancora nella fruizione del cibo ,nella sua qualità e nelle modalità in cui la fruizione avviene tra regioni ricche e povere nel mondo.
Noam Chonsky nel 2010, in un articolo tradotto su “Internazionale” ricordava che più di un miliardo e duecento milioni non avevano di che alimentarsi; egli preconizzava l’aumento di tale numero e ricordava come l’ONU, almeno fino ad allora…, non avesse mantenuto gli impegni di aiuto alimentare. Sorprendente era la sua affermazione che gli aiuti stanziati si fossero volatilizzati nell’affrontare la grave crisi economica dei paesi occidentali e delle loro banche nel 2008 e 2009.

L’alimentazione peraltro delimita classi sociali, regioni geografiche, nazioni, culture, religioni: così si sono anche sviluppati nei millenni molteplici stili, modi, condotte nell’alimentarsi, o meglio nel nutrire e nel nutrirsi.
Il cibo può essere nutrimento, vita, cultura, piacere, relazione con il mondo ma può essere anche il contrario di tutto questo ovvero trauma tossico, spiacevole, eccitante, temuto, odiato.
Il cibo è quindi sostanza liminale, all’incrocio di diversi territori, perché si pone sul confine tra natura e cultura, tra il dentro e il fuori, trasocialità, individualità, rifiuto di socialità.
Alimentarsi – ricorda l’antropologo Antonio Guerci – è un momento di interazione tra biologia e cultura, è un bisogno biologico primario ed un marchio culturale indelebile. Il cibo è sempre una cosa reale, concreta – ricordavano qualche anno fa Donatella Cavanna e Luisa Stagi – ma è sempre anche simbolo, metafora, veicolo di gran parte delle esperienze umane di crescita, di relazione con il mondo, relazione che può essere piacevole o anche estremamente spiacevole.
Incorporare il cibo significa farlo diventare parte di sé: si tratta del fenomeno dell’”embodiment” (“simulazione incarnata” sulla quale ricercano e scrivono da anni
Rizzolati,Gallese ed ilgruppo di Parma), incarnazione, incorporazione, perché attraverso il cibo si incorporano affetti, conoscenze e culture.

Vi propongo la definizione di cultura che da il demografo Massimo Livi Bacci: cultura è tutto ciò che non è determinato biogeneticamente ma è acquisito attraverso la
continua interazione con altri individui e con il contesto della vita.
Quindi, come i fenomeni culturali, anche queste particolari malattie, i DCA, che risentono degli assetti socio culturali sono in qualche modo trasmissibili e mutevoli con il tempo.
I disturbi del comportamento alimentare, l’anoressia nervosa soprattutto, sono legati, molto più di altre patologie psichiche, proprio al benessere, a fattori socioeconomici, a modelli culturali, prevalenti nel mondo occidentale, anche a modelli socioculturali e politici nell’alimentarsi.

Già nel 1868 William Gull, durante la prolusione inaugurale del Congresso annuale della British Medical Association affermava che:
“le persone colpite da questa affezione appartengono,in gran parte al sesso femminile, sono principalmente tra i 16 ed i 23 anni,l’ho saltuariamente riscontrata in maschi della stessa età…”.
Va ricordato che queste/i giovani appartenevano allora a famiglie agiate e di livello socioculturale alto… ora,in realtà questi disturbi sono divenuti “interclassisti”nelle nostre società del “consumo” dove il cibo può essere ponte di molteplici metafore e non essere più prevalentemente legato alla sua primaria funzione reale.
Gull, in Inghilterra , e Lasègue, in Francia, avevano colto gli aspetti peculiari dei DCA, ne avevano altresì colto i sorprendenti aspetti di perversione intellettuale così riassunti dal neurologo francese nel 1878: “non soffro dunque sto molto bene… non posso mangiare perché così soffrirei “. Essi avevano già messo a fuoco come quella particolare perversione riguardasse soprattutto il rapporto con il proprio corpo…alienato in modo, per loro, sorprendente.

Riporto brevemente alcuni dati sulla rilevanza attuale dei DCA, ovvero della tendenza attuale a manifestare una sofferenza psichica attraverso le forme espressive dei DCA.
I disturbi alimentari sembrano presentarsi con crescente frequenza nelle ultime decadi e costituiscono un grande interesse nel mondo psichiatrico. I dati epidemiologici riferiti specificamente alla popolazione italiana derivano pressoché interamente dal contributo dello studio ESEMeD effettuato in sei nazioni europee
(Belgio, Francia, Germania, Italia, Olanda, Spagna) nel 2009. In tale studio si rileva una prevalenza lifetime per Disturbi alimentari del 3,3% nella popolazione generale con età ≥ 18 anni, la prevalenza lifetime nel campione femminile è risultata pari allo 0,93% nell’Anoressia Nervosa, allo 0,88% nella Bulimia Nervosa, al 1,92% nel Disturbo da Alimentazione Incontrollata. Negli uomini queste percentuali sono state rispettivamente 0% nell’anoressia nervosa, 0,12 % nella Bulimia Nervosa, 0,26% nel Disturbo da Alimentazione Incontrollata (De Virgilio G., Coclite D., et al, 2013). L’Agenzia Regionale Sanitaria della Regione Liguria ha curato nel 2009 la pubblicazione di un Quaderno sui DCA. In questo lavoro si evidenzia come il 4,1 % della popolazione ligure fra i 15 e i 54 anni presentava un rischio di sviluppare un DCA il sesso femminile registra una percentuale del 6,5 % contro lo 0,9 dei maschi. Va rilevato come le femmine delle classi di età fra i 15 e i 24 anni presentino in Liguria una prevalenza maggiore del fenomeno rispetto al resto d’Italia: 9,3% contro 8,8%, nella fascia di età fra 15 e 19 anni le ragazze liguri presentano un rischio di DCA del 19% contro il 15%.

NICCHIE ECOLOGICHE e DCA

Vi propongo di guardare ai DCA come a delle “MALATTIE MENTALI TRANSITORIE”.
Si tratta di disturbi che compaiono maggiormente in dati periodi ed in dati luoghi, che colpiscono prevalentemente pazienti di un sesso o di una classe sociale: come l’Isteria, un tempo i “Viaggiatori folli”, la sindrome da affaticamento cronico, ora forse anche i Borderline che si stanno allargando a macchia d’olio ?! Uso qui la metafora della “Nicchia Ecologica”: l’ipotesi è che alcune malattie mentali sorgano in relazione a particolari Nicchie Ecologiche, o meglio che particolari stati di
sofferenza psichica, che comunque emergerebbero, trovino particolari forme espressive in relazione a particolari “Nicchie Ecologiche”che sono:
– ambientali
– sociali
– culturali
– storiche

Si può, in questo senso, parlare di “patologie sociali”: nel caso dei DCA il modello culturale è, ad es., da un lato il culto esasperato del corpo, della magrezza dall’altro la cultura esasperata del consumismo. Questo non vuol dire che queste mode causino tali disturbi, ma che la sofferenza psichica di alcune persone, in questo caso soprattutto giovani e di sesso femminile, (dati epidemiologici) trovi in questi modelli culturali le forme per esprimersi.

Così era successo nella seconda metà dell’Ottocento e nella prima metà del Novecento con l’Isteria.
Zygmun Bauman, che parla della nostra società post-moderna come di una società “liquida, mette in evidenza in “L’arte della vita” (ed.Laterza 2009) come negli U.S.A.,soprattutto ma non solo, i libri più venduti siano da un lato quelli di cucina, con consigli sempre più raffinati e selettivi, e dall’altra i libri sulle diete, sui modi di tenersi snelli e assolutamente belli!
Ecco che si configura quasi un ossimoro Diete/Cucina che sembrerebbe rafforzare paradossalmente ambedue i campi di interesse!

Tra autocontrollo e consumo ,tra diete e ricerca di cibi sempre più costruiti ed apparentemente raffinati, compare l’incapacità di selezionare mete dotate di senso: in realtà l’incapacità di selezionare mete dotate di senso nell’alimentazione è metafora di una società sempre più dell’incertezza, una società fortemente fragile. Dal
cibo,come in realtà da ogni esperienza,si vuole trarre il massimo godimento ma al tempo stesso si vuole che il corpo non ci trasmetta impatti negativi; poiché esso ci
confronta inevitabilmente con le nostre potenzialità ma anche con i nostri umani limiti, lo cominciamo a sentir nemico, a non fidarci più di lui, cominciamo a controllarlo o piuttosto lo sottoponiamo a frequenti manipolazioni fisiche e chimiche come con un nemico che non ci asseconda e che, appunto, dobbiamo dominare. Il corpo viene allora vissuto come “altro da sé”, territorio straniero: così molte energie, fisiche e mentali, saranno consumate per controllarlo, per controllare le emozioni che da esso provengono, per controllare le emozioni che dal mondo relazionale potrebbero venire.

Il prezzo è altissimo: G.Polacco Williams scrive a questo proposito, di un meccanismo di “vietato l’accesso”, vietato l’accesso alle emozioni, alle passioni, ai pensieri intorno a queste emozioni e passioni, vietato l’accesso infine al cibo, che diviene metafora e veicolo di questi peculiari scambi con il mondo. Quindi esso diviene veicolo minaccioso, da controllare, talvolta da rifiutare del tutto, come nell’Anoressia, o dal quale farsi invadere in modo devastante e mortificante come avviene nella Bulimia, nei Binge Eating Disorders e nell’Obesità.

Ancora Zygmunt Bauman,in un’intervista del 2015 a Petrini di Slow Food, ricorda come si viva ” in una società in cui il paradigma dominante è dato da due elementi che
pretendiamo sempre: “di più” ed ” adesso “. Egli parla di “consumerismo”che domina: “un modo di pensare per cui si misura tutto sul potere del consumo dove ogni cosa
esistente, animata o inanimata, diventa oggetto di consumo, da buttare e lasciare nel momento in cui non da più soddisfazione, non serve più”.
In realtà si tratta di relazioni perverse dove “l’altro da noi “è negato come persona e se ne vede solo l’utilità come oggetto, come tramite per un piacere solipsichico. Sono perversioni narcisistiche molto particolari ma in relazione alle molte forme attuali di esasperato narcisismo patologico.
Mi chiedo , in realtà , se si possa ancora parlare di narcisismo patologico o piuttosto si possa pensare a forme di narcisismo relazionale, ormai quasi usuali per gli assetti socioculturali attualmente prevalenti?
Ricorda ancora Bauman nell’intervista sopracitata: “il consumerismo si basa su un rapporto univoco… mentre l’amore è l’unico sentimento biunivoco …quando ami non sai se stai facendo una cosa per l’altro o perchè ti da piacere fare qualcosa per l’altro”.

IL CIBO TRA DIMENSIONE REALE E SIMBOLICA

Torno al cibo per ricordare che il nostro cervello assicura la sopravvivenze propria e quella della specie costruendo meccanismi che spingono ad alimentarci,meccanismi che regolano la relazione che ogni umano ha con il cibo.

In realtà il filosofo Bachelard ci ricorda come “il reale è in primo luogo un alimento ” evocando la dimensione reale, estremamente concreta e simbolica al tempo stesso, del cibo e soprattutto, come poi vedremo, dell’essere nutriti e del nutrirsi.

La complessa relazione corpo-cervello (mente?) concerne anche l’evoluzione di ognuno di noi, la nostra peculiare storia fatta di emozioni, conoscenze, umane relazioni, in rapporto con i diversi alimenti/cibi e con le diverse modalità, più o meno piacevoli, di assumerli ed anche assimilarli dalla nascita e per tutta la nostra vita.
Questi modelli “alimentari” originano, trovano un peculiare imprinting, fin da prima della nascita e sottenderanno gli stessi Modelli di Attaccamento ed i percorsi della nostra espressività empatica: essi si sviluppano quindi dalle prime relazioni matriciali e dalla qualità cognitiva ed affettiva di queste prime relazioni madre-figlio ed entourage famigliare!

È evidente allora come la storia di ogni sviluppo infantile porti in sè la capacita e la possibilità di “manducare” il cibo/mondo: il termine manducare “racconta” come con la bocca e le mani il neonato, il bimbo comincino a mangiare, prendere e quindi a conoscere il mondo.
Tutto parte da come, fin dall’inizio delle nostre esperienze individuali, relazionali e sociali, abbiamo potuto, appunto, “manducare” il mondo.
Ma il “pan degli angeli”, il pane celeste, che è così buono che il desiderio mai scompare, può non essere ben fruibile o addirittura mai fruibile… penso alle guerre, alle pandemie… siccità …agli attuali terribili esodi ma penso anche a tutte le situazioni in cui la sofferenza di sistemi bmacro e microsociali come le famiglie, come le relazioni parentali, non permette una buona fruizione del ” pan degli angeli”.
Ricordo , a questo proposito il Convegno organizzato nel 2009 a Savona dal titolo “TERRA MADRE e MELE AVVELENATE ” che evocava appunto gli aspetti ambigui,
chiaroscurali del cibo, del nutrirsi .della stessa funzione materna.
La favola di Biancaneve resta, a proposito, sempre un esempio insuperabile dove la buona mamma, quando la bimba diviene adolescente ed una adolescente molto bella,
diviene talmente ostile da trasformarsi in una strega che non può tollerare il divenire adulta di Biancaneve, che non ha un padre che protegga madre e figlia da un’unione mortifera.
La mela avvelenata così come i disturbi dell’alimentazione che curiamo, interrompono la crescita, un sano e bello sviluppo: il tempo si blocca, la vita si ferma in una
freddezza senza passioni …sotto una lastra di cristallo. Non basta il dolore dei sette nani… occorre passione, desiderio perché la vita torni a fluire e la mela mostruosa che succhi, divora ,imprigiona il bel corpo di Biancaneve venga espulsa, resa innocua, dal bacio e dall’ardimento del bel principe.
Passione, desiderio, ardimento: il “principe” delle favole, dovrà superare prove difficili, sconfiggere mostri, draghi,streghe di turno, per salvare “Biancaneve” piuttosto che “La bella addormentata nel bosco” o “Raperonzolo”.
Così noi ci cimentiamo contro le ” Bestie ” mostruose,le foreste incantate piene di rovi, di trappole e di lupi mannari, che queste/i pazienti frappongono tra noi e loro: le loro parti sgradevoli, mostruose, ingannatrici, che vietano l’accesso ad una relazione affettiva, cercano di dissuaderci dall’affrontare con ardimento le prove per raggiungere l’adolescente che, in realtà, desidera crescere e divenire una bella donna e risvegliarsi dal sonno malefico che il pessimismo disperante ed il terrore della vita, non di rado legati ad esperienze traumatiche precoci e devastanti, alimentano.

In realtà, anche di fronte ai casi, alle storie “impossibili” condivido e penso con Bauman che “la capacità di sperare sia una qualità delle persone davvero immortale e, usando un gioco di parole, quest’immortalità sia la nostra vera speranza “.
Devo riconoscere a me stesso che questa caparbia speranza di fronte anche al più accanito rifiuto, al più tenace “vietato l’accesso”, non mi abbandona mai.
Questa speranza peraltro è l’attitudine mentale prevalente del Gruppo Redancia per il quale attualmente opero.
Ricordo infine che, per fortuna nella maggioranza dei casi anche oggi, le cose vanno piuttosto bene ed il cucciolo d’uomo riceve il cibo più naturale, il latte materno e comunque il primo latte, in una reciprocità ricca di amore che da’ al bimbo la vita, proprio in tutti i sensi …vita biologica, psichica, sociale e culturale, tutte vite che apriranno anche al carattere simbolico del cibo.
Quindi non dobbiamo farci accecare mai dal pessimismo pigro ed ottuso.

Dal simbolico, dalla dimensione culturale, torniamo per un attimo al corpo/soma per ricordare che il nostro cervello non possiede meccanismi per produrre riserve di energie, per cui necessita di una costante perfusione di sangue (50 cl cubici/cento grammi di peso al minuto -per 1100 grammi nell’uomo e circa 900 per la donna) con le sostanze necessarie per i neuroni: il glucosio (zuccheri) soprattutto, a differenza di altri tessuti che utilizzano proteine, trigliceridi (grassi). All’ipotalamo arrivano attraverso il sangue informazioni circa la concentrazione del glucosio e di molte altre sostanze, regolando così l’attivazione (fame, appetito, piacere) o l’inibizione (sazietà ma anche rifiuto) dei comportamenti alimentari. Il nucleo arcuato,tra i nuclei ipotalamici, è il più importante centro di elaborazione primaria, con due popolazioni di neuroni che rispondono alla leptina ed all’insulina:
-i primi sono in relazione con la grelina, ormone prodotto dallo stomaco prima dei pasti come segnale di appetito, che stimola questi neuroni a produrre l’oressina e l’ormone concentrante della melanina, entrambi promotori dell’appetito.
-i secondi producono ormoni, come la pro-opiomelanocortina e l’ormone “trascritto” regolato dalla cocaina e dall’anfetamina entrambi dopaminergici ,che inibiscono l’appetito diminuendo l’attività dei neuroni produttori di sostanze oressigene che invece lo stimolano.

Leptina ed Insulina, segnali di sazietà, “informano” il cervello sul tessuto adiposo presente nel nostro organismo modulando attività anaboliche e cataboliche.
Vi ricordo che tutti i nostri sensi sono utilizzati nell’esperienza di relazione con il cibo….:
Vista (forse il senso più significativo) ,
Tatto (interno della bocca, consistenza, morbidezza, durezza, anche freschezza),
Udito (masticazione che da’ informazioni su freschezza e qualità ),
Olfatto e Gusto (le donne sono più sensibili degli uomini agli stimoli dolci e salati, meno agli stimoli acidi), correlati con le emozioni… soprattutto l’olfatto… anche emozioni antiche.

Ricordo allora lo scrittore Marcel Proust e la sua “madeleine”, dove l’odore prima ed il sapore poi del biscotto inzuppato nel tè fanno ritrovare al protagonista di “Alla ricerca del tempo perduto” il mondo della sua infanzia a Combray, dove egli aveva vissuto nella casa della zia.
La cultura quindi, a partire dalle nostre storie individuali e sociali, influenza fortemente le nostre abitudini ed
inclinazioni alimentari.
Insomma la cultura ha messo a nudo il carattere, fin da subito, psichico dei nostri processi nutritivi.
È bene avere presente che il substrato neurologico di tutto questo mirabile e complesso “movimento” è dato dai meccanismi che regolano la produzione di Dopamina e degli Oppioidi endogeni nelle aree mesencefaliche (nucleo accumbens, amigdala, corteccia prefrontale) aree che “colorano” affettivamente un cibo e l’esperienza relazionale con esso, regolando così i meccanismi della “Ricompensa positiva” e delle esperienze, più o meno piacevoli, ad essa correlate.
Possiamo dire che, se queste esperienze saranno state “nutrite ” da ricompense prevalentemente positive, avremo e cercheremo, anche attraverso il cibo ed i nostri
comportamenti ad esso correlati, riscontri piacevoli anche nelle relazioni umane più in generale .
Infatti, così si sviluppa il passaggio “culturale ” dall’alimentarsi all’esperienza del essere prima nutriti e poi nutrirsi e nutrire con attenzione, amore, con cura, dove il nutrimento va sempre inteso in termini reali e metaforici …ovvero portatori di significati intrapsichici e relazionali che influenzano i nostri “motori” e “processi” psicosomatici, attraverso i quali metabolizziamo non solo cibo/nutrimento, ma anche le nostre esperienze relazionali e più in generale le nostre vite.

In realtà ho l’impressione che dall’allentamento drammatico ed estremamente rapido di questa cultura dell’essere nutriti, del nutrire e del nutrirsi, scaturisca oggi un notevole disagio proprio perchè nell’alimentazione, come in molti altri aspetti del vivere, questo passaggio sta avvenendo con una rapidità sorprendente mentre gli umani non hanno assetti neurobiolgici e neuropsicologici in grado di assumere, digerire, metabolizzare, con altrettanta rapidità, questi mutamenti.
Dobbiamo sempre ricordare come questi siano meccanismi non solo omeostatici ma anche edonistici perché il mangiare ed il nutrirsi dovrebbero dare piacere: come sopra
ricordato il ” buon cibo ” viene interpretato dal nostro cervello come ricompensa positiva e, se così andranno le cose, essa stimolerà comportamenti alimentari, ma non
solo, tendenti ad ottenere “ricompense” positive.
Tuttavia, come ricordano D. Cavanna e L. Stagi in “Sul fronte del cibo”, l’edonismo dilagante impone di trarre dal cibo il massimo godimento ma al tempo stesso di evitarne l’impatto negativo sul corpo. Tra autocontrollo e consumo, tra diete e ricerca di cibi sempre più costruiti ed apparentemente raffinati, compare l’incapacità di selezionare mete dotate di senso: in realtà l’incapacità, o comunque la forte difficoltà, nel selezionare mete dotate di senso nell’alimentazione è metafora di una
società sempre più dell’incertezza, una società fortemente fragile.

Conclusione

Alla luce di tanta complessità, di meccanismi così fini ma anche delicati, è inevitabile che il nostro cervello/mente possa andare incontro ad errori nel funzionamento dei comportamenti alimentari.
Così potranno essere alterati gusto, tatto, olfatto e le nostre prime esperienze di conoscenza percettiva del mondo, così potranno essere alterati i nostri sistemi della “ricompensa” (sistema dopaminergico), legati al cibo, cibo fisico e metaforico.
Se andrà bene sarà un mondo inizialmente “a portata di mano “, un mondo che poi andremo, più o meno fortunatamente, ad esplorare per tutta la vita, a partire
comunque da quelle prime esperienze: errori saranno inevitabili ma la loro frequenza, intensità e gravità saranno in relazione, anche se non solo, con quelle esperienze matriciali.
Incorporare il cibo significa infatti farlo diventare parte di sé perché, attraverso il cibo, si incorporano affetti, conoscenze e culture, soprattutto nel nostro mondo dove il cibo è sempre veicolo di metafore, di azioni simboliche estremamente potenti.

Sono inevitabilmente non rari gli errori, rispetto a questi meccanismi, sia per cause neuroendocrine che ambientali/relazionali …fin dalle prime relazioni madre/bimbo/latte, poi l’iniziare a manducare, ovvero il portare tutto alla bocca attraverso ancora incerte mani e braccia e così iniziare a conoscere il mondo “altro da noi”.
Ecco allora che possiamo arrivare anche ad esperienze estreme come il Food Craving, l’appetizione esagerata per un cibo, una droga, l’alcool, per un comportamento, fino ai “nostri” DCA.

Queste sofferenze psicosomatiche restano malattie scandalose, e non di rado, frustranti per noi clinici perché sono disturbi psichici che sfuggono, ancora oggi, ad ogni nostro tentativo di descriverli, conoscerli e definirli in modo esaustivo. A questo proposito evoco sempre Madame Kestemberg, autrice di ” La fame ed il corpo”: la conobbi al Tredicesimo Arrondissement, a Parigi, nel 1983.
Ella aveva ridimensionato le mie giovanili esigenze di certezze indiscutibili ricordandomi che “l’anoressia è una malattia scandalosa perchè ci confronta con un’organizzazione mentale volta verso la morte dove paradossalmente si tratta di sopravvivere continuando a sfidarla”. In realtà i DCA sono via via divenuti sempre più forme espressive della sofferenza psichica soprattutto nella giovane età del genere femminile, ma non solo ormai.

In conclusione emozioni, motivazioni, apprendimento,influenzano profondamente i nostri comportamenti alimentari che sono, come abbiamo iniziato qui a vedere, modulati da complessi fattori somatici, psicologici e sociali.
Feuerbach scriveva che l’uomo è ciò che mangia. L’uomo è come sa e può metabolizzare i cibi della vita – direi io -.
C. Marx ricordava che l’uomo comincia a differenziarsi dagli animali quando comincia a produrre i propri mezzi di sostentamento: mangiare è prima di tutto preparare gli alimenti, cucinare, elaborare le ricette, i segreti della pentola, i gusti ed i sapori. Questa è una vera antropologia dei costumi alimentari, ricorda ancora l’antropologo Antonio Guerci.
Forse può essere letta così l’affermazione di Feuerbach:
l’orizzonte umano, la sua storia, possono essere pensati a partire da quello che si mangia, e soprattutto, che si può e si riesce a mangiare e si è messi in grado di “manducare “.
In realtà Feuerbach, così come l’anonimo cinese di un antico proverbio: “certo mangiare rimane uno dei quattro scopi principali della vita… quali siano gli altri tre nessuno lo ha mai saputo”, evidenziano l’inevitabile connessione tra esperienze fisiologiche come fame, sete, dolore e piacere fisici e le nostre esperienze morali e spirituali verso la costruzione di un’umanità e di una cultura sia individuale che di gruppo ed anche di popolo .

Abbiamo così visto insieme come il cibo sia più che alimento. Abbiamo visto come l’alimentarsi… l’essere nutriti prima e il nutrirsi poi durante la vita raccontino lo scambio tra natura e uomo, raccontino la cultura… i sentimenti, i legami matriciali, familiari, sociali …insomma raccontino i nostri rapporti con il modo ed il nostro senso della realtà.



Una risposta.

  1. FELICE ALESSANDRO SPATA ha detto:

    Alcuni passi, tra gli altri, e in particolare quelli riferiti alla “Conclusione” dello scritto del Prof. Ferro mi hanno colpito. Cito: – …Incorporare il cibo significa…farlo diventare parte di sé… Attraverso il cibo si incorporano affetti, conoscenze e culture… -. E ancora: – …poi l’iniziare a manducare, ovvero portare tutto alla bocca attraverso ancora incerte mani e braccia e così iniziare a conoscere il mondo “altro da noi”…-.
    È interessante per me l’idea che attraverso il cibo e la sua incorporazione cominciamo a “conoscere” il mondo e questo fin dai primi atti del nostro “venire al mondo”. Attenzione al significato delle parole: conoscere è osservare il mondo, trattenere, ritenere informazioni; da ciò scaturisce il giudicare, dunque, anche valutare, stimare, controllare, misurare. In sostanza, attraverso il cibo prendiamo le misure al mondo: ne prendiamo le distanze (le persone anoressiche) oppure cerchiamo di ingurgitare più mondo possibile (le persone obese). Se provassimo a non farci vincere dal letteralismo potremmo smettere finalmente di etichettare il DCA come “Disturbo del Comportamento Alimentare” per passare, forse, al DCA come “Disturbo da Ansia della Calcolabilità” o “DAC”, ovvero, “Anxiety Disorder Computability” (“ADC”) come potrebbero dire gli anglosassoni che sono bravissimi ad inventarsi i “malanni”. Spero mi perdonerete questa licenza “psicopatologica” e le spiritosaggini sugli acronimi da manuale classificatorio, ma era soltanto per sfuggire al “preconcetto” ancora diffuso, secondo me, che anoressia e bulimia e obesità siano sofferenze che riguardino semplicemente il fenomeno “alimento” in sé e per sé, come la dicitura “DCA” sembrerebbe avallare
    Forse dietro il termine “disturbo del comportamento alimentare” si annida la vecchia idea positivistica che presume di affrontare la questione umana come un qualcosa di oggettivo, materiale, misurabile, sempre. Quella ossessione della “calcolabilità dei risultati” che rischia poi di esprimere un’incapacità dell’intero sistema curante di gestire i casi individuali.
    Mi fa pensare il fatto che le donne anoressiche (ma immagino valga anche per gli uomini, è solo che non ne ho mai “trattati”) siano ossessionate da pesi, misure, percorsi esatti; allo scadenzario puntuale del meccanismo perverso in cui sono finite non si scampa. Sembrano robot con i loro comportamenti standardizzati, sempre uguali a se stessi, che non cambiano. Mai! Attualmente mi “affascina” una paziente anoressica ospite di una struttura del nostro gruppo Redancia che puntualmente in occasione del pasto si esibisce in funambolici accoppiamenti di pietanze varie, i cui accostamenti improbabili sono dettati da precisi, scrupolosi e ordinati rituali durante i quali la persona bilancia sapientemente le dosi, pesa all’occorrenza le porzioni con buon occhio, confronta gli ingredienti in modo da poter raggiungere l’equilibrio, il più perfetto, il cui scopo principale è la migliore digeribilità auspicabile dell’alimento che nemmeno il più puntiglioso dei gourmet riuscirebbe a realizzare; e la temperatura dei cibi deve essere altrettanto precisa e i tempi del riscaldamento variano tra i 20″ e i 120″ misurati al timer del microonde che controlla con sguardo attento e indagatore. Fissa il forno quasi ipnotizzata dai secondi che fluiscono all’incontrario sul display: numeri che scorrono veloci all’indietro quasi a rinnovare ad ogni pasto una sorta di conto alla rovescia della sua vita. Non sarà un caso forse che prima di accingersi alla consumazione si faccia il segno della croce. Allora, il pasto diventa un rito in cui si celebra una lotta perenne tra la vita e la morte. Una lotta dove la vita si consuma, si esaurisce, certo, ma la morte non arriva necessariamente, anzi si può persino esorcizzarla.
    E allora, numeri, grandezze, volumi, calcoli, sembrano fluire freneticamente in sequenza nelle sue pupille come i rulli di una slot machine girano rapidamente e fanno comparire dei simboli.
    E se è vero che il cibo è “informazione sul mondo” allora capita che il cervello processi quelle informazioni-cibo alla stregua di un “alfabeto binario”: la mente come un processore di computer che esegue soltanto programmi scritti in “linguaggio macchina”. E il suo alfabeto comprende soltanto due simboli, 0 e 1, 0 e 1, 0 e 1 in una ricorsività senza fine. Numeri, cifre, grandezze. E il mondo finisce per diventare un’immensa successione di crittogrammi la cui chiave di accesso è perennemente negata; un mondo incomprensibile/ indecifrabile a individui mai veramente autorizzati a leggerlo.
    E si avvicina ai tavoli seguendo linee imperscrutabili, ma inderogabili forzando spesso anche i blocchi che le impongono di non avvicinarsi mai troppo per motivi igienici ai vassoi delle pietanze che attendono di essere servite. E i tempi dell’assunzione sono sempre meravigliosamente regolati, affinché dal poderoso miscuglio si possano trarre i più portentosi benefici ed escluderne tutti i peggiori malefici. A vederla sembra un’alchimista del nutrimento, una scienziata in un laboratorio clandestino alle prese con alambicchi fumanti, provette e recipienti vari tutta intenta a distillare la potente pozione che le permetterà di ottenere finalmente attraverso il cibo il controllo assoluto sul mondo intero, verosimilmente. A pensarci bene non è esattamente un “laboratorio” quello in cui si esibisce, ma una “Gabbia d’Acciaio” quella di weberiana memoria in cui la paziente realizza la definitiva spersonalizzazione di sé attraverso quella progressiva “burocratizzazione” che caratterizza la pianificazione rigorosa di tutte quelle azioni-rituali che precedono l’assunzione del pasto quotidiano e tese ad esorcizzarlo, con discreta probabilità. La persona anoressica nella sua piccola “gabbia d’acciaio” mi appare come la metafora dell’uomo e della donna contemporanei ostaggi di una “gabbia d’acciaio” più grande e subordinati ad una serie di vincoli emblematici del nostro tempo cui non possono sottrarsi pena la disapprovazione sociale. Nella sua piccola gabbia d’acciaio la sfera economica, quella amministrativa e pubblica “obbligano” la paziente ad osservare una serie di regole, norme e abitudini che rendono la sua vita ostaggio di una personalissima prigione mentale. Ovviamente, poi arriva la consolazione e la paziente ritorna sempre dalla madre odiata, ma pur sempre protettiva

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