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ADDIO JOHN NASH LA BELLA MENTE CHE SCONFISSE DELIRIO E MALATTIA

Federica Olivieri
27 Maggio 2015
1 commento

Commento all’articolo apparso su
La Repubblica, 25 maggio 2015

 

ADDIO JOHN NASH LA BELLA MENTE CHE SCONFISSE DELIRIO E MALATTIA

di Pasquale Pisseri

 

È morto John Nash, genio matematico autore di ricerche sulla teoria dei giochi e sulle equazioni differenziali, con importanti ricadute sulla teoria dell’economia tali da fargli ottenere il Nobel per questa disciplina, oltre al premio Abel per la matematica. Egli ha sofferto di una grave malattia mentale di tipo schizofrenico, che lo ha condotto a ripetuti ricoveri e addirittura a terapie brutali come il ripetuto coma insulinico; ma ne è uscito, dopo lunghi anni di sofferenza.

 

Nel 2002 su “Il Vaso di Pandora” era apparso un articolo di Maria Amparo Ortega Pardal e di Paolo Peloso a commento del film “A beautiful mind”, centrato proprio su questa vicenda. Apprezzavano l’efficace azione antistigma del film e la sua capacità di cogliere molti dei problemi connessi alla psicosi: frustrazione e dubbi dei congiunti, carattere traumatico del ricovero, azione devitalizzante dei psicofarmaci, rischio di compromissione della affidabilità sociale, importanza del recupero di un ruolo pur insidiato dal possibile ritorno dello stigma quando alla facile compassione per un infermo subentrano le richieste di prestazione e la competizione.

 

Tutto vero, ma credo che la vicenda si possa leggere anche ad un altro livello, quello dell’intricato rapporto fra prestazioni cognitive specializzate – anche di altissimo valore – e la dimensione psicotica. Nash non è stato il solo grande matematico psichicamente disturbato: basti pensare a Godel, non necessariamente più importante come pensatore ma certamente più noto perché il suo teorema di incompletezza, sulla indimostrabilità di proposizioni pur vere, non solo ha introdotto a riflessioni epistemologiche ma ha colpito la fantasia di un pubblico anche non specializzato, proprio per la sua apparente destabilizzante contraddittorietà. Godel ha sofferto di protratte e serie turbe psichiche a tipo di ipocondria persecutoria. Un altro matematico, David Hilbert, era noto per i sui comportamenti bizzarri. Il grande Frege, preso da depressione, negli ultimi anni si isolò in modo crescente.

È bene andare oltre allo stantio collegamento fra genio e follia, che nella sua genericità non ha mai costituito un correttivo allo stigma, implicando una falsa concezione del “genio” come qualcosa di sostanzialmente estraneo alla comune umanità. Può essere invece interessante vedere se possono rilevarsi analogie strutturali fra la creatività matematica e l’organizzazione psicotica.

Godel diceva che non c’è ragione di considerare l’intuizione matematica meno “reale” della percezione; e ciò introduce al problema dello statuto di realtà dei numeri. Certo, i numeri come tali non sono oggetti esistenti concretamente da qualche parte; ma, in un’ottica che risale a Platone e perfino forse a Parmenide, potrebbero essere la dimostrazione di una realtà non attingibile coi sensi ma solo con l’intelletto, e non per questo meno “vera”, anzi: in qualche modo i parametri quantitativi sono divenuti, almeno nelle scienze “dure”, criterio di verità, affidabilità, dimostrabilità: maestri di conoscenza. Una visione diversa è di tipo costruttivista: i numeri non esistono di per sé, in qualche iperuranio, in attesa che noi li scopriamo, ma sono una nostra costruzione. È interessante ricordare una analogia notata da Sergio Benvenuto in un contributo a “Il Vaso di Pandora” del 2001: anche lo psicanalista si chiede se sta “scoprendo” o “costruendo” qualcosa, o forse l’uno e l’altro.

Forse la metafora che ci appare più convincente è il considerare la matematica una sorta di grammatica che organizza sia il mondo esterno sia la nostra mente. Galileo: “la mathematica è l’alfabeto in cui Dio ha scritto l’universo”. È, di fatto, una grammatica più condivisa di quella inerente ai diversi linguaggi parlati e scritti: ricordo che quando qualcuno si è proposto di inviare un messaggio a possibili lontanissimi alieni extraterrestri, lo ha fatto ricorrendo al linguaggio dei numeri, ritenuto universale.

È ovvio che non possiamo essere arbitri di un simili alternative: possiamo però chiederci se il matematico teorico, avvezzo a muoversi nella rarefatta atmosfera di una astrazione spinta al limite, alle prese con entità dallo statuto così sfuggente, finisca con l’agire ai confini della realtà, in una modalità che può avere punti di contatto con quella autistica. A un livello inferiore, possiamo ricordare le sorprendenti capacità di calcolo dimostrate da certi pazienti, appunto autistici.

È questo ci riporta a un discorso più generale, certo non nuovo: la possibilità che valenze di tipo psicotico non solo consentano ma possano essere proprio la condizione di realizzazioni anche di elevato valore culturale, veri e propri doni alla collettività: Nietzsche nel pensiero filosofico, Van Gogh nella pittura e altri sono persone che con modalità diverse ci hanno aiutato a riprendere contatto con la dimensione psicotica presente in ognuno di noi, e con la quale siamo chiamati a confrontarci anziché ignorarla. Tutto ciò contribuisce a sfumare il confine fra sanità e disturbo mentale, rendendo ulteriormente problematico e variamente articolato il concetto di malattia mentale e contribuendo all’elaborazione e riduzione dello stigma. Estremamente suggestiva proprio la vicenda di Nash: dal manicomio al Nobel.


Una risposta.

  1. dario nicora ha detto:

    Aggiungo una breve considerazione sulla musica, in particolare sul rapporto tra mente, musica e matematica.
    L’articolo di Lino Pisseri mi ha ricordato una celebre riflessione che Philippe Rameu scrisse nel suo “Trattato dell’armonia ridotto ai suoi principi fondamentali” nel 1722:
    « La musica è una scienza che deve avere regole certe: queste devono essere estratte da un principio evidente, che non può essere conosciuto senza l’aiuto della matematica. Devo ammettere che, nonostante tutta l’esperienza che ho potuto acquisire con una lunga pratica musicale, è solo con l’aiuto della matematica che le mie idee si sono sistemate, e che la luce ne ha dissipato le oscurità »
    Pitagora fu l’antesignano dei rapporti tra mente, musica e matematica: studiando la musica scoprì che le altezze dei suoni erano legate fra loro da rapporti di numeri interi, ovvero da numeri razionali, da cui il suo motto tutto è numero (razionale).
    Pare che l’intuizione di Pitagora sia merito di un fabbro che martellava il ferro con mazze di grandezze diverse: tra i tintinnii che venivano prodotti dai colpi, alcuni risultavano più gradevoli di altri. Egli realizzò che i martelli i cui pesi stavano in precisi rapporti producevano dei suoni consonanti, cioè suoni gradevoli, che danno un senso di riposo.
    Pitagora, dalla Musica, provò addirittura a dedurre le leggi matematiche dell’universo.
    A distanza di millenni Bach sfruttò la scala pitagorica per ricercare il senso di riposo che scaturisce dai suoni gradevoli in alcune sue opere che, seppur non rendano palesi le leggi dell’universo, ce ne fanno intuire la bellezza.

    Dario Nicora

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