Vaso di Pandora

Arnaldo Ballerini ci ha lasciato

Lo incontrai appena specializzato, breve conoscenza ma forte simpatia reciproca.
Un uomo vero che ha lasciato un segno.

G

È morto Arnaldo Ballerini.

Vogliamo ricordarlo, anche perché abbiamo avuto il privilegio di un suo contributo in un Convegno organizzato a Savona da Redancia nel 2002; un’approfondita analisi della necessaria (e feconda) ambiguità del sapere psichiatrico.

Come ben sappiamo, la Sua attività si è svolta nell’ambito della corrente di pensiero fenomenologico-esistenziale che, partendo dalla filosofia di Autori come Husserl, Heidegger, Sartre, ha ispirato un Binswanger, un Minkowsky, uno Jaspers e, in Italia, Cargnello, Callieri, Rossi Monti, Ballerini stesso, Stanghellini…

Come riportava con ironia lo psichiatra e fenomenologo Arthur Tatossian, qualcuno ha amato definire questo indirizzo “una glorieuse inutilitè”, riconoscendone così il prestigio culturale ma anche la non utilizzabilità nella prassi psichiatrica, poiché non ha mai fornito le basi di una nosografia né di una precisa tecnica psicoterapica. Ma non è affatto così: esso ha potentemente contribuito a modificare radicalmente il nostro approccio al paziente, visto non tanto come “oggetto” da osservare scientificamente quanto come persona da capire. Come disse a suo tempo Cargnello, l’approccio fenomenologico ha spostato l’attenzione dall’“aver qualcosa di fronte” all’”essere con qualcuno”: dal concetto di sintomo a quello di vissuto.

Questo significa ritenere la psichiatria estranea all’ambito scientifico con le sue metodologie ben collaudate? Naturalmente no. Va ricercata non una sterile contrapposizione ma la strada a una pur non facile integrazione. Intanto – precisa Ballerini – va considerato senz’altro legittimo il riduzionismo metodologico che prende in esame singole realtà somatiche e dati di laboratorio, pertinenti all’ambito delle scienze naturali e rilevanti per la nostra disciplina; ben diverso un possibile riduzionismo ontologico, che ritiene affidabile oggetto di conoscenza soltanto il dato somatico cui sarebbe augurabile potere, un giorno, ridurre quello psicologico. Non insensibile a questa suggestione anche il primo Freud; è verosimile, fra parentesi, che l’orientamento fenomenologico abbia contribuito a difendere la psicoanalisi dalla sirena dell’oggettivazione ad ogni costo.

Una psichiatria che si basi su questa finisce, lo vediamo, con l’appoggiarsi su scale, statistiche, rilevazioni numeriche varie che finiscono con l’oscurare l’individualità della persona; instaura una pesante carenza di ascolto, e mostra presto i propri limiti.

Di fatto, il nuovo assetto dell’assistenza psichiatrica deve molto alla scuola fenomenologica, e basti ricordare che vi apparteneva lo stesso Basaglia: mi ricordo come lo ha scherzosamente dichiarato, fra l’altro, in un suo ormai remoto (purtroppo!) intervento nella Clinica Neuro di Genova: “Io sono un fenomenologo; uno di quelli che non si capisce quando parlano”. E credo che non dobbiamo limitarci a questo riconoscimento storico, a una sorta di gratitudine: in forma spesso inconsapevole, l‘atteggiamento mentale di cui parliamo, sempre importante, è addirittura insostituibile nel trattamento del paziente mentale grave.

Un tempo, le patologie mentali quando erano di limitata gravità potevano venir trattate, come ancora oggi accade, dal medico di famiglia o dallo specialista, o a mezzo di degenze medio-brevi in Ospedale o in Cliniche, dopo di che venivano legittimamente lasciate alla loro autonomia personale; ma per le più gravi e “intrattabili” non restavano che lungodegenze manicomiali dove al disordine comportamentale si finiva, per mancanza di altri efficaci strumenti, col contrapporre la costrizione e la forza. Nel momento in cui queste vengono abbandonate o ridotte al minimo, diviene necessaria – insieme alla necessaria prescrizione farmacologica – la ricerca di un miglior contatto con il paziente, che mette in primo piano non più il rilevamento del sintomo ma la comprensione del vissuto; è su questa acquisizione di base, dovuta al pensiero fenomenologico e a quello psicoanalitico (tendenti a loro volta a integrarsi) che si fonda essenzialmente il trattamento psichiatrico, in particolare residenziale. È questa esperienza quotidiana delle nostre comunità.

Lo scambio empatico, fra osservatore e paziente, non troppo naif ma “pensato”, è dunque fondamentale nel trattamento. Ma Ballerini pone – certo non lui solo – il problema di come dall’esperienza intuitiva si possa strutturare un utilizzabile strumento di conoscenza ed elaborazione teorica. Ciò comporta grossi problemi: la possibilità di realizzare una “intuizione eidetica di essenza”, cioè di cogliere il modo in cui la persona si profili come un tutto e progetti il suo mondo; l’ineliminabile nostra anticipazione sulle caratteristiche di tale modo, anticipazione che si configura come pre-struttura del campo della nostra esperienza che anticipa la concreta esperienza stessa (vedi preconcezione bioniana?); e infine la possibilità che l’intuizione eidetica giunga a offrire dati raffrontabili e soggetti a verifica in qualche modo sperimentale, realizzando quello che Gadamer chiama “circolo ermeneutico” e aprendo un ulteriore varco fra scienze umane e scienze naturali.

Ma prima di queste (realizzabili?) ambizioni teoriche, resta il dato di fatto dell’insostituibilità, nei nostri trattamenti, di una ricezione partecipe dei movimenti affettivi. Ciò oggi può anche apparirci scontato, ma perché da tempo una significativa parte di noi ha assimilato la lezione fenomenologica, di cui siamo debitori anche ad Arnaldo Ballerini.

Di lui mi piace ricordare anche la dimensione umana: l’affabilità, la spontanea disponibilità all’incontro umano, la capacità di insegnare in assenza di presunzione, affiancata però a ferma difesa delle proprie posizioni. Da Presidente della Società Italiana per la Psicopatologia, un giorno mi ha nettamente precisato che non andava confusa con la Società Italiana di Psicopatologia, realtà questa ben più corposa ma che pare intendere il termine in senso più ampio, meno specifico.

Spero Egli abbia avuto una fine serena, magari nel suo “buen retiro” nelle colline del Chianti.

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