Curiosità

7 galline in comunità

9 Settembre 2022
3 commenti
7 galline in comunità

Storie di ordinaria burocrazia

Quando abbiamo aperto Villa Danilo siamo partiti dalla convinzione che una Fattoria non potesse essere degna di questo nome senza le galline. Non per diventare produttori di uova da vendere in tutto il territorio imperiese, ma per fare comunità e avere qualche uovo sicuramente sano per gli operatori. Senza contare l’enorme valore che il nostro manutentore Jimy dà alle galline e alle uova, che gestisce come un vero e proprio tesoro.

Abbiamo quindi ricevuto l’ispezione dell’Asl veterinaria per controllare che tutti gli spazi destinati agli animali fossero adeguati, ci hanno parlato di aree dedicate, accessi separati, locali per la disinfezione; ci hanno confuso, poi ci hanno aiutato, le nostre 7 galline sono arrivate e hanno vissuto serene come vicine di terrazzamento di pecore e capre, perfino della testarda Marina.

Fino ad oggi. Oggi ricevo una raccomandata contenente 13 pagine di burocrazia denominata scheda di valutazione filiera delle uova. Mi chiedono di dichiarare com’è il mio allevamento, come sono organizzati gli spogliatoi e i lavamani dedicati all’area galline, il Piano di Autocontrollo per Salmonellosi. Mi chiedono se Jimy ogni volta che va a prendere le uova si lava, si disinfetta, e indossa tute e calzature specifiche. Vogliono essere certi che gli operatori non tengano galline proprie insieme a quelle dichiarate come allevamento. Mi chiedono come conservo le uova, a che temperatura, dopo quanti giorni le vendo e a chi. Devo dichiarare se ispeziono completamente le galline almeno una volta al giorno, e che ci siano i metri quadrati sufficienti secondo normativa. Ultimo ma non da meno, devo specificare dove prendo i mangimi, se ho un registro apposito e spazi dedicati (pure per i mangimi).

Tutto questo per 7 galline. Mi chiedo cosa sarebbe successo se avessimo deciso di accogliere le 41 oche che cercavano disperatamente casa o le api per osservare la produzione del miele, come sognava un paziente.                            

Certamente non si nega la necessità di attenzione ai rischi sanitari degli alimenti, ma vogliamo sottolineare ancora una volta che l’applicazione rigida di norme che valgono per i grandi allevamenti e la produzione industriale delle uova non trovano ragione di essere in una casa che cura adolescenti con problemi psichici.

La mancata conoscenza della realtà che si va ad aggredire con norme insensate rileva da un lato la differenza tra rigidità e rigore e inoltre evidenzia come si lavori a compartimenti stagni creando di fatto un danno e un disservizio.

Eliminiamo le galline ed elimineremo i problemi burocratici ma genereremo un danno ai residenti.

Quale danno? 

Quello che deriva dal misconoscimenti degli affetti che con rigide e insensate regole si generano.

In tal senso siamo vicini al discorso iniziato da Di Croce quando riferiva la richiesta di fissare al muro gli armadi e al pavimento le sedie.

Abbiamo bisogno di persone che ricoprono ruoli di responsabilità nel senso però della partecipazione attiva  e propositiva che non si confonda con la necessità di pararsi i …… e tantomeno di dimostrare che si gestisce un potere unilaterale se si vuole crescere e insieme contribuire ad un sano sviluppo sociale ed ad un sostanziale miglioramento della qualità di vita non si può prescindere dall’ascolto reciproco e dalla partecipazione attiva ai processi di crescita altrimenti avremo soltanto della palle al piede.


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3 risposte.

  1. federico+russo ha detto:

    Una sintesi straordinaria e senza metafora che bene si addice alla realtà dei nostri tempi. D’altra parte è solo in una logica burocratica che si trasforma un sistema, quello delle comunità terapeutiche, e lo si fa diventare la “residenzialità”, confondendo una fase, anche lunga, che coincide con la cura, con una che coincide con il luogo in cui si vive. Dalla confusione nasce l’ossessione per l’ordine e le regole, un tentativo squilibrato del super-Io di dare pace. E che siano tempi di confusione, credo, saremo tutti d’accordo. Il problema saranno le soluzioni, e le uova, di sicuro meno buone.

  2. enrico di croce ha detto:

    Esempio perfetto! Mi ha stimolato alcuni interrogativi ulteriori. Innanzitutto: il burocrate flessibile, di buon senso, che ha a cuore l’interesse degli utenti più che la salvaguardia del proprio…..esiste in natura? Ho paura di no, almeno non alle nostre latitudini. Quindi rimangono le soluzioni etologiche primordiali della sottomissione (abbandonare le galline al loro destino, inchiodare gli armadi…) o della lotta (non dargliela vinta, trovare alleati, inventare soluzioni creative). Se lotta deve essere, e io propongo che lo sia, serve consapevolezza che la contesa sarà ardua, forse impari; le forze del Nemico ci soverchiano. Ma come abbiamo potuto finire incastrati su un terreno così insidioso? Ho l’impressione che la trappola scatti quando accettiamo , siamo forzati ad accettare, la mutazione genetica fatale che trasforma luoghi di vita in qualcosa di irrimediabilmente diverso. Una fattoria è una fattoria, sette galline sono sette galline: un allevamento è un’istituzione, spazio ottimale per le scorribande delle burocrazie. Al pari di cinque pazienti in una casa quando diventano gli occupanti di cinque posti letto accreditati; o di una comunità quando, da luogo di vita, pensato per riappropriarsi della propria vita, diventa “struttura”. Forse non era possibile, non sarà possibile fare diverso. Ma non è questo il peccato originale che rischia di perderci? Aver dovuto subire (a fin di bene, per realismo pragmatico) questa nuova istituzionalizzazione di luoghi e metodologie che erano nate proprio per combattere l’istituzione e la sua logica?

    1. Gg ha detto:

      Vedi, il problema a mio avviso, non è tanto quello del combattere, ma invece affermare e pubblicizzare il nostro lavoro e le nostre necessità per ottenere risultati utili ai nostri pazienti.
      Difficilmente ad un cardiochirurgo e o un neurochirurgo, viene imposta una camera operatoria inadatta alle loro esigenze: vengono ascoltati e tutti si mettono a disposizione per ottenere il miglior risultato.
      Gli psichiatri non sono credibili perché hanno opinioni diverse e soluzioni differenti sui metodi e i luoghi di cura; manifestano così una debolezza che permette ad altri di sostituirsi a loro con soluzioni inadatte e a volte perverse.
      Tieni presente, inoltre, che non pochi Capi Dipartimento e colleghi pensano che sia meglio escludere che includere i nostri assistiti.
      Dobbiamo perciò cercare di fare opinione e non essere emarginati; semmai emarginare i colleghi incompetenti e cattivi.
      Per quanto riguarda il problema delle galline e della fattoria: si collega facilmente col precedente discorso; non si può pretendere che il Responsabile ASL di Igiene degli Alimenti esca dallo steccato delle norme se non abbiamo sufficiente capacità di allearci con lui per fargli comprendere che sette galline sono un numero piccolo che non deve rientrare nei criteri degli allevamenti in serie.
      Se poi riceviamo rifiuti al dialogo sensato, con la pretesa di dare delle priorità alle uova piuttosto che ai processi di psicoterapia residenziale, allora lotteremo sicuramente e duramente.
      Domani, insieme a Narracci e Peciccia, Co-Direttori Scientifici con me del Vaso di Pandora, insieme al Direttore Responsabile Luigi Gia, noto giornalista, a Milena e alla Segretaria di Redazione Federica, faremo una riunione per discutere dell’ambizioso Progetto Editoriale che dovrebbe permetterci di denunciare gli incompetenti e i disonesti, oltre che crescere nella considerazione del pubblico.
      Per questo avrò bisogno di tutti voi e vorrei che più spesso si seguisse il tuo esempio, Enrico, esprimendo opinioni, dubbi e difficoltà.
      Purtroppo, per ora, vedo poca passione e partecipazione.
      Ciao!

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