Cinema

Unfit! Inadatto. Un “film” sulla follia di un individuo?

23 Aprile 2021
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Unfit! Inadatto. Un “film” sulla follia di un individuo?

Ovvero l’espressione emblematica dell’assenza di valori comuni sufficientemente condivisi?

Approviamo la tesi di questo “Documentario-Film” privo però di “innocenza”

Ho visto di recente #Unfit: The Psychology of Donald J. Trump. Dunque, ancora un appello al “cinema” forse perché grazie alla sua diffusione e alla sua“più facile fruizione” l’arte cinematografica sta diventando il medium che più di tutti è capace di decodificare i messaggi di questa “età contemporanea di transizione?” O forse perché è soltanto capace di fornire soluzioni invalse e argomentazioni per di più ovvie o semplicemente più alla moda?

Premetto che condivido per la massima parte i contenuti del “resoconto filmato”. Ritorno sul luogo del crimine, per così dire. Perché a suo tempo avevo scritto di Trump proprio su questa piattaforma esprimendo tutti i miei timori e sincero fastidio pure. Difficile per me resistere alla tentazione di replicare sul personaggio dopo l’assalto a “Capitol Hill” o la sua disastrosa gestione della pandemia.

Però confesso che mi turba anche non poco l’idea che l’analisi dei fenomeni sociali/politici sia affidata al giudizio di una congrega di professionisti della salute psicologica/mentale. Voglio dire che mi annovero tra coloro che pensano che ridurre “Dirty Donald” a questione meramente psicologica se non addirittura psichiatrica sia discretamente riduttivo oltre che un errore strategico abnorme. A proposito avrei anch’io due o tre nomi di politici italiani “Unfit” o psicologicamente inadatti, secondo me, a ricoprire un qualsiasi ruolo di governo e di opposizione. Ma preferirei risparmiarvi al momento le idiosincrasie costituzionali oltre che politiche della mia vita privata.

Adesso fatte salve le responsabilità personali sembra che il ricorso alla “psicologia” divenga sovente un tantino pretestuoso e funga tante volte da foglia di fico dietro la quale nascondere/negare fenomeni che vanno ben oltre la personalità e il temperamento dell’individuo. E senza la pretesa qui di voler “celebrare la cornice” solamente dimenticandosi di quello che c’è all’interno.

In questa continua affannosa oscillazione tra “individuo e collettività” il rischio è che ci si fermi allo stadio del giudizio appena abbozzato al quale viene solitamente accostata la semplice osservazione, nel caso specifico, della diversità tra “Noi” e Trump, tra “Noi” e la visione del mondo del suo elettorato di riferimento.

Allo scopo di evitare un confronto meramente pretestuoso, vorrei avvisare che suddividerò idealmente lo scritto in due parti sparse però variamente al suo interno: una “catartica”, per così dire, dove affiorano tutte le mie – ferite emozionali – ancora sanguinanti; e una in cui provo, attraverso una sommessa “critica” al “film”stesso, a confrontarmi col personaggio Trump nel modo più razionale che mi è possibile.

Personalmente ritengo che, pur approvando i contenuti superficiali di questo “film” (lo chiamo alternativamente “film” o “documentario” per comodità d’intenti) sia stata persa un’occasione. Credo, infatti, che lo strumento “cinematografico” qui si soffermi oltremisura sull’«insania» del personaggio. E invece mi sarebbe piaciuto che il regista utilizzasse la figura di Trump come pretesto per orientare il “racconto” in modo più massiccio verso la disamina dell’ennesima lacerazione sociale emersa platealmente con la sua elezione.

Il tema del “contesto” tradizionalmente considerato “democratico” in cui coabitano individui differenti per ideologia, stirpi, status socioeconomico e dove, tuttavia, sono anche profonde le contraddizioni economiche e sociali, è appena sfiorato, secondo me, nel “film” e finisce fatalmente per passare in secondo piano dinnanzi alla personalità debordante dell’ex presidente in questione. Soffermarsi sul “contesto” non vuol dire attenuare le responsabilità del singolo individuo. Essere “sistemici” vuol dire semmai anche “misurare” il contributo (e le sue modalità) della “parte” al “tutto”.

Ma è poi un “film” questo? Per la verità questo non è nemmeno un “film” vero e proprio. È forse un “documentario” alla fine? Effettivamente è stato premiato ai Primetime Emmy Awards (per la serie “documentaria” American High…). Comprendo che la domanda può apparire inutile e retorica. Se non fosse che la forma che i media come sistemi simbolici e di rappresentazione assumono è importante anche per decidere a cosa stiamo realmente assistendo e cosa si avrebbe l’ambizione di denunciare eventualmente.

Quindi, mi piace spendere qualche parola sull’estetica (“indefinibile?”) di questo lungometraggio.

È indubbio che ci sia una struttura narrativa precisa, con un’attenzione particolare per l’aspetto drammaturgico filmico: il montaggio, le inquadrature, la “giustapposizione” d’inquadrature e scene al montaggio, il sonoro. Tutto sembrerebbe concorrere al sostegno della tesi degli autori.

I detrattori parlano di “Fake documentary” che con le sue apparenze di “verità” rivela invece tutti i limiti dell’immagine “realistica” che si pretende di comunicare.

Potremmo chiamarlo “Documentario” è basta, a patto, però, di fuggire l’equivoco di ritenere il documentario, una riproduzione fedele della realtà.

Questo “studio-filmico” non si limita a “raccontare” (come se si trattasse di fantasie soltanto), ma “descrive”, “riporta” con una qualche pretesa insieme di “documentare-dimostrare” alla maniera di un “factual film”, o cinema “fattografico” o “non recitato”.

Io lo vedo più come una forma di «documentarismo didattico» quello in cui si vorrebbero fondere l’urgenza dell’informazione (vedi gli esperti che sentono l’impellenza di “avvisare” il pubblico della follia di Trump), e l’obbligo morale dell’impegno sociale e politico con intenti “progressisti” e di “promozione democratica” contrapposti a un’estetica del “fascino fascista” colma di retorica d’impianto militaristico di cui Trump è secondo me massimo portatore e ispiratore insieme.

Ma il punto è: le “intenzioni” sono andate a buon fine? Si è reso un buon servigio alla “promozione democratica” e alle aspirazioni “progressiste?” E la “retorica fascista” ne subisce gran nocumento, alla fine?

O non sarà che «la “colpa” consiste principalmente proprio nelle intenzioni?».

Di sicuro, la proiezione non invoglia a “guardare soltanto” (come se assistessimo ad un documentario scientifico sulle falene) Qui lo spettatore partecipa emotivamente dinnanzi all’insulsaggine o al “coraggio” (dipende dai punti di vista) politicamente scorretto dell’«Uomo arancione». Il regista è vero che non si limita a vedere. Tende a intervenire, a partecipare a ciò che fa vedere, senza dubbio. Le immagini hanno un senso e il regista intende imporre alle immagini il proprio senso drammatizzandole. Ma neppure ha l’ambizione di vedere “di più”, di guardare oltre, secondo me. In questo senso dico che il regista non è “innocente”. Però è anche vero che lo spettatore che assiste alla proiezione non è “innocente” a sua volta, per così dire: non è una tabula rasa su cui l’autore può incidere i propri indiscutibili principi. Non vedo il tentativo di piegare la realtà, attraverso un sofisticato e subdolo lavoro di montaggio (come lamentato da più parti e non soltanto da quella favorevole all’ex president) a un discorso puramente ideologico. Nonostante i suoi “limiti” non è soltanto bieca “propaganda”, insomma. Per il semplice fatto che un simile materiale si presta ad essere accolto entusiasticamente dagli oppositori di Trump e rifiutato drasticamente dai suoi sostenitori. Insomma non si mira a convincere qualcuno. Le parti rimangono ferme nelle proprie certezze. Serve soltanto a rafforzare le convinzioni di ciascuno a polarizzarne le opinioni al massimo. È qui il suo limite, secondo me. Non sto dicendo che bisognava trattare la questione Trump con la freddezza dell’entomologo; ma piuttosto che l’irrinunciabile soggettività dell’autore dovrebbeessere maggiormente al servizio della propostadiuna “visione nuova del mondo”.

Invece, temo che di quest’accorata chiamata metaforica alle armi della riflessione, rimangano “null’altro che” i “sintomi” del male che vogliamo esaminare insieme ad un certo numero di ovvie “constatazioni” e trite tautologie.

Ma al di là dell’estetica del “film”, comunque la pensiate, proviamo a prendere per qualche istante le distanze (emotive) dal fenomeno Trump e con tutto il dovuto garbo, si capisce e chiediamoci quale sia il suo significato. Prendere le distanze in questa fase non vuol dire esprimere un’aura di superiorità nei confronti del soggetto in questione, né pronunciare necessariamente un giudizio di tipo morale (negativo, eventualmente). Anzi, prendendo le distanze si è stimolati, in linea di principio, a connettere il fattore Trump ad altre cose e persone al di là dei confini della sua persona medesima. Indubbiamente, ciò significa smitizzarlo in qualche modo.Voglio dire che Trump non può avere un significato intrinseco, un significato in sé; ma acquista significato per via della sua connessione con qualcos’altro (cose e persone e situazioni). “Prendere le distanze” qui vuol dire “ridurle” in realtà. L’espressione più efficace sarebbe forse quella di “acquisire il giusto grado di prossimità” per coglierne i “contorni” reali. In linea di principio, con questo approccio la spiegazione che si appronta del “male” che si vuole esaminare non assolve l’essere “malvagio”, da un lato. E dall’altro però gli elettori di Trump non appaiono nemmeno come fossero una sua creazione puramente, o come plagiati da uno che va avanti allegramente a fare il “male” in splendida solitudine.

Insomma, il focus dell’attenzione si sposta alternativamente dal Trump metafora dell’inesorabilità del Male, primatista insuperabile del tormento che non conosce alternativa, alle turbe di una “collettività” sempre in preda ad una crisi di nervi, oltre che in balia di altrettanti deliri di persecuzione, frustrata oltremodo da ripetuti fallimenti sociali ed economici. Il rischio è che si finisca per fare alternativamente dell’uno e/o dell’altra il capro espiatorio di una situazione “occasionale”, fortuita. Null’altro che un mero accidente della storia.

Allora, più modestamente, approfittiamo per provare a farci qualche domanda anche alla luce del fatto che nonostante quanto avvenuto e a dispetto di, ciò che è e ha fatto, Mr Trump viene ancora osannato dal suo partito e da larghi strati di popolazione. 

E tuttavia, perché ci sembra così difficile pensare che Trump sia solo un pazzo? Come sia possibile che un sociopatico altamente paranoico divenga presidente degli Stati Uniti d’America nessun lo ha ancora spiegato. Un’ombra pesantissima si posa sui servizi territoriali della salute mentale statunitensi che non sono mai riusciti a intercettare un tale squilibrato di prima classe. Oltre a farci dubitare seriamente dei parametri utilizzati in certe moderne “democrazie” per la selezione del personale politico e di governo, eventualmente. Ma questa è questione comune a molte “democrazie” dell’area NATO, per così dire.

E se fosse davvero, soltanto un pazzo questo Trump per quale santissima ragione dovremmo stare qui a interessarci all’ascesa nichilista sapientemente condita di retorica patriottarda e autoritarismo anarcoide di un uomo che incarna con estremo cinismo, l’alienazione di un essere discretamente stupido e insensibile? Tutto sommato persino grottesco nella sua prepotenza e ridicolo nell’aspetto con quella sua chioma laccata giallo-arancione?

Un uomo il cui modo di ragionare tante volte sconsiderato e le cui convinzioni sono talmente settarie da violare apertamente i più elementari diritti umani con assoluta nonchalance, “imponendo” ad esempio, la strategia di separazione di minori e genitori come “ideale”deterrente per scoraggiare la migrazione.

La politica di “intelligenza zero” che doveva concretizzarsi nell’insana costruzione mai realizzatasi della famosa “muraglia” tra Messico e California (un’ulteriore megagalattica “mano di cazzuola” tesa a riempire i vuoti nei muri dei predecessori Bush e Clinton) si risolve in un “meno costoso” quanto ignobile accanimento sull’infanzia. Dimenticando ancora che non può essere l’«erezione» di un muro l’azione più adeguata (ma nemmeno la più necessaria con buona approssimazione) a correggere il sistema dell’immigrazione. Dunque, la vocazione “priapica” e la cialtroneria esibizionistica di certi “politici-muratori” a guardia dei nostri confini territoriali. Sigh!

Intendiamoci, mi vanno bene del personaggio, la descrizione, la spiegazione e la categorizzazione persino (secondo i criteri del DSM V). Si tratta però di un primo stadio. Di procedere dal particolare: ma verso dove?

Propongo di allargare i termini della questione attraverso una lettura dichiaratamente ideologica (ho detto che mi sarei sforzato di essere “razionale”, non che non avrei preso una posizione).

Allora, Trump potrebbe essere l’«oggetto perverso», “prodotto polimorfo” della “Legge economica del movimento della società moderna” (una delle sue varianti impazzite) o del “Ciclo di produzione di beni di consumo”, se preferite.

 Il processo della domanda e dell’offerta non è alla base soltanto della produzione di merci di consumo. Questa dialettica produce, pare, anche persone, caratteri, personalità e modella le relazioni umane. Trump è lo scarto emblematico (“impazzito?”) risultante dalla domanda e dall’offerta?

Dunque, dopo aver analizzato la “merce”, pardon, il soggetto, non resterebbe che orientarsi verso la sua “correlazione” col contesto. Dove si muove Trump? Vale a dire, qualunque sia il giudizio sulla persona e sul suo operato, la struttura, i metodi dell’analisi dovrebbero procedere in relativa indipendenza dalle particolari caratteristiche “attribuite” al fenomeno studiato e indipendentemente anche dalle motivazioni soggettive alla base del giudizio espresso sul fenomeno da parte degli autori dell’opera cinematografica, in questo caso.

Insomma, affermare che Trump è matto (mentre tutto gli marcisce intorno) rappresenta per “noi” un’esposizione poco plausibile (e, ancor più, poco esaustiva) del fenomeno in discussione.

Ovviamente non è così semplice la questione soprattutto in considerazione del fatto che è proprio questo aspetto rumoroso del bisbetico Trump uomo pubblico e “narcisista maligno” accessibile a tutti quelli favorevoli e contrari che rischia di celare il movimento reale distruttivo che si consuma subdolamente dietro a questa immagine fracassona di politico “spaccone”.

Dunque, se è vero che sono le leggi dell’economia ormai a prevalere su quelle della politica (oppure che l’economia è la politica di per sè) allora mi viene scontato cogliere una perversa analogia tra il “Processo della democrazia”e il “Ciclo di produzione”: entrambi diventano risultato di “un’operazione unitaria composta di diversi stadi e condizioni, in cui una gestione e un coordinamento efficaci del processo sono indispensabili per evitare di ottenere un prodotto finale (sia esso la democrazia o un oggetto di consumo) con delle proprietà indesiderate cristallizzate”.

Se mi calo adeguatamente in questa triste (- distopica? -) visione del mondo, allora, la conoscenza più adeguata e valida del “Ciclo di produzione” così come del “Processo democratico” non la ottieni soltanto attraverso un’opera di “decontestualizzazione” cioè solo attraverso un processo metodico di analisi e scomposizione dei singoli oggetti prodotti e dei loro aspetti più elementari. La ottieni eventualmente analizzando la domanda e l’offerta pure. A quale domanda risponde Trump? E quale risposta offre ai postulanti? Quali sono i meccanismi sociali ed economici e le dinamiche umane, oserei dire, che permettono a uno come Trump non solo di acquisire ricchezza e potere, ma di ergersi addirittura a guida di una nazione? Possibile che in questo sistema sociale ed economico lui solo rappresenti l’unica risposta possibile alla rabbia delle masse – disprezzate e frustrate? –

In questo contesto dove democrazia ed economia pari sono, “He-Trump” assume un “valore d’uso” cioè diventa null’altro che – una cosa che mediante le sue qualità soddisfa bisogni umani di un qualsiasi tipo -. La sua funzione è quella di ergersi a misura dei valori di una certa vulgata. C’è sotteso in questo tipo di dialettica “Leader-Popolazione” un vago concetto di scambio dall’amaro sapore mercantile.

Forse è proprio dalla “rappresentazione caotica e disarmonica” della società che l’analisi dovrebbe prendere avvio per restituirci non soltanto la ratio di una variante “isolata” impazzita, ma anche le sue relazioni funzionali con le altre parti altrettanto “isolate” (altrettanto impazzite?) del sistema, ma che intrattengono inevitabilmente anche reciproci rapporti di interdipendenza.

La rappresentazione della società moderna nel suo insieme è talmente confusa e incomprensibile e assurda persino da necessitare la sua scomposizione nelle sue propagazioni più semplici? E sarà per la tendenza e l’abitudine ormai cristallizzate a voler semplificare e ridurre la “complessità”, che quando riflettiamo sulla “società moderna” ti viene da pensare al massimo – all’industria dei vaccini? –

Quando discutiamo di Trump come di un “semplice folle”, stiamo forse testimoniando dell’ormai ineluttabile, irrimediabile “disfacimento-fallimento” del Processo democratico? (sta qui l’horror di questo film della società contemporanea, forse?)

Allora Trump simboleggia il processo della democrazia che rischia di estinguersi nel suo prodotto. Trump è la cristallizzazione (degenerazione) finale di un processo “econocratico” (Democrazia Economica o a “buon mercato”) che si cristallizza in un prodotto finale dalle proprietà indesiderabili.

Ecco dunque che un’ennesima forma con “morfologia instabile” è apparsa nel panorama politico internazionale. La sua instabilità maggiore è data dal fatto “sconcertante” che è apparsa in una nazione considerata da più parti come l’emblema delle moderne democrazie di tipo capitalistico-occidentale. Il timore è che questa morfologia instabile, questa “anomalia” possa trasformarsi successivamente nell’emblema di una forma stabile, normale. E se persino gli americani si mettono a fare i “fascisti” allora Houston il problema non è uno soltanto.

In questo “Documentario” assistiamo all’analisi “offline” del fenomeno Trump: la dissezione minuziosa della forma finale di una “reazione” (sociale?) che testimonia forse tardivamente i tempi e i modi di sviluppo e i costi morali della sua presidenza, ma poco aggiunge alla riflessione su uno stile di vita collettivo e una visione del mondo nel suo complesso esiziali.

  • Straniamento o Déjà vu?

Ci voleva allora un “film” che parlasse dei difetti di Trump e del trumpismo, ma senza parlarcene davvero.

Voglio dire che se l’obiettivo degli autori era quello di fare assumere allo spettatore “un atteggiamento d’indagine e di critica nei confronti della vicenda esposta”, allora temo che lo scopo non sia stato centrato completamente. In sostanza, vedo questo “film” per la prima volta, ascolto la descrizione fisica e psicologica che è abbozzata del protagonista, ma non riesco a fare la benché minima esperienza di “straniamento”. Trovo invece fin troppo familiare il resoconto. Ma c’è qualcuno poi che potrebbe trovarla davvero insolita questa rappresentazione di Trump? Nemmeno per i suoi sostenitori deve essere state una sorpresa queste pennellate brutali e frementi perché in fondo lo amano e proprio per quelle caratteristiche che altri condannano senza appello.

Persino coloro che hanno ancora la forza di stupirsi e la voglia devono ammettere sconsolati la tendenziosità di certo andazzo: un “Narcisista” sfegatato che se ne frega della decenza e dell’ecologia sociale che diventa capo di una nazione fa un po’ parte ormai della nostra esperienza non dico quotidiana, ma periodica di sicuro, e dunque del nostro senso comune (o di quello degli italiani, almeno). Una sorta di “rassegnazione”, mista al timore anche solo di essere accusati di sgradevole radicalismo o ingenuo idealismo (quando va bene) ci prende.

La strategia dello sguardo degli autori mira a «dare per scontata una realtà» che non è scontata per niente agli occhi di buona parte della popolazione, cioè la “follia” del personaggio Trump. Alla fine sembrano scontrarsi nient’altro che due pregiudizi speculari: quello degli oppositori “riduzionisti” di Trump e quello dei suoi fautori altrettanto “riduzionisti”. Gli uni che “riducono” il fenomeno Trump ad un’alterazione di tipo neurofisiologico. Gli altri che ne riducono la pericolosità minimizzando puntualmente gli effetti e le conseguenze delle sue azioni e parole (che personalmente giudico “oggettivamente” ignobili). Insomma, al di là delle posizioni personali gli opposti si annullano pur continuando ad esistere. 

Paradossalmente qui è la legge del “pregiudizio” che finisce per trionfare comunque sulla legge della logica. Vale a dire che il punto di vista degli oppositori e nonostante la volontà contraria degli autori, spero, finisce fatalmente per assumere quasi la stessa dignità di quello sostenuto dai difensori di Trump. Il che con tutta evidenza non può esistere, secondo me.

Il resoconto non è “oggettivo” nel senso che non è “esaustivo” del fenomeno che intende descrivere. Gli aspetti che dovrebbero per noi essere più importanti del fenomeno sono nascosti dalla loro apparente semplicità-rumorosità. Dire che Trump è matto ha sicuramente il suo fascino, ma induce, a dirpoco in errore quando ci impedisce di considerare il soggetto in una prospettiva “pluralista”. “Pluralista” qui non significa soltanto prendere in considerazioni le opinioni differenti, ma semmai trattare il fenomeno Trump come multistratificato.

Non sto dicendo che il resoconto del film sia errato o falso. Né che si tratti di un’esposizione della realtà propriamente inutile. Al contrario! Dico soltanto che la questione se posta in certi termini (riduttivi) finisce per risultare inefficace ai fini della “verità” che s’intende sostenere. E tutto si riduce ad uno scontro tra tifoserie. Qui non può essere semplicemente in competizione la retorica della solidarietà contrapposta a quella dell’egoismo, con tutta evidenza.

 Cioè il fenomeno Trump non può essere compreso in questo modo. Egli non esiste solo perché è un “Narcisista maligno”. E da quando una categoria diagnostica diventa categoria morale? Più che il “report giornalistico” sembra emergere una scommessa sulla “pazzia di Trump”. E puntare tutto (o quasi) sull’insania di mente del personaggio concentrandosi prevalentemente su certe aberrazioni comportamentali e di pensiero mi appare un drammatico azzardo.

Allora, non basta utilizzare l’immagine di Trump in sé, ma deve essere aggiunto qualcosa da parte di colui che la impiega: la scelta di una cornice di riferimento (il famoso contesto in cui il fenomeno attecchisce e si sviluppa) Una cornice di riferimento che non può ridursi alla citazione del “sacrosanto malcontento di intere comunità” dislocate sul territorio statunitense (starebbe qui la tautologia eventualmente). Dovremmo forse situare il fenomeno sul luogo reale, dove agisce e valutare la rappresentazione di quest’ultimo sulla mappa della storia cui appartiene (apparteniamo). Allora, il punto non è, dove Trump si colloca (trattandolo alla stregua di un fenomeno subnormalee unicamente “locale” come adombrato anche da certi politici “Unfit” nostrani) ma “dove siamo arrivati” (dove ci collochiamo) con l’avvento di Trump rispetto alla mappa della storia del mondo.

È anche vero che nel “docufilm” si cerca di dare spazio anche alle spiegazioni economiche e sociologiche o di psicologia sociale riguardanti l’elettorato di riferimento rivolte però più che altro a distogliere momentaneamente l’attenzione dall’«agitazione psicomotoria» del “furioso” Trump. C’è un tentativo “breve” di astrazione, di contestualizzazione. Ma poi fatalmente prevale la discussione delle opinioni degli oppositori e dei fedelissimi sulla salute mentale dell’ex presidente. Questi ultimi denunciano l’approccio riduttivo inteso qui a produrre una falsa oggettività e si sbracciano per demistificare le analisi degli esperti di turno. E sostengono che la verità su Mr. Trump è diversa, poiché eravamo partiti da presupposti sbagliati e compiuto “proiezioni” arbitrarie e fondamentalmente “sinistrorse” assegnando al soggetto Trump caratteristiche non sue. Ma alla fine tutta la loro azione si esaurisce nel voler dimostrare fondamentalmente, ma invano, che Trump non è matto per niente. Da notare che il medesimo approccio riduttivista della stessa parte favorevole a Trump (anche di quella che si sforza quantomeno di prenderne le distanze dopo l’infatuazione iniziale) continua con espressioni del tipo: – Non è un razzista. È uno stronzo, ma è diverso dall’essere un razzista -. Oppure: – È un voto basato sulla rabbia. Il sistema è corrotto e ingiusto nei loro confronti. Allora, ok voto l’uomo arancione e vediamo cosa fa -. Dunque, manca il lavoro. Mancano i soldi. Il sistema dell’istruzione è allo sfascio. E che studi a fare se non hai nulla da mettere nello stomaco? E “con la cultura non ci mangi”. Lavoro, denaro, cultura, salute pubblica, ambiente: variabili tutte e sempre trattate come se fossero indipendenti (isolate) le une dalle altre.

  • Ed eccolo qui inesorabile e baldanzoso avanza Trump ovvero l’«Uomo-Iena»:

Il suo potere è devastante, nessun dubbio. Sa imitare bene la voce degli uomini per guidarne intenzioni e azioni.

Ammiratelo il “conta-storie” durante i suoi comizi: vende soluzioni decotte, rimedi miracolosi. Guardatelo esibirsi: è straordinario mentre mette la testa e le braccia e il cuore tra le mascelle di una folla in delirio. Il suo scopo principale è convincere il pubblico che abbia dei poteri soprannaturali che tutti potranno acquisire se tutti acquisteranno la pozione del suo magico programma elettorale.

Storia di un politico satiro che si adira con chi lo disturba e della sua unione incestuosa con la “massa”che trascina deciso al guinzaglio delle sue “parole ipnotiche”: riti magici che risuonano nelle ossa e nella carne degli astanti devoti.

“He” conosce le parole giuste per addomesticare la ferocia istintiva della folla. Ci sono anche tanti bambini che sventolano bandierine e foto dell’amato leader. Niente di male. Il branco va cresciuto alla dipendenza da piccolo, se vuoi che ti rimanga fedele sul breve periodo, almeno. “Nessuno è più ambientalista di me…Nessuno è più tollerante di me…Proteggete il confine! Costruite un muro!”, “cinguetta” come un mantra ad alta voce il “satiro maligno”. Da ripetersi 5 volte tre volte al giorno. E finisci per sussurrartelo mentalmente persino. E non resterebbe che inchinarsi. Anche se ti sembra assurdo. Anche se è incomprensibile. Però il risultato è certo e in un tempo breve. Il tempo di una campagna elettorale, eventualmente, ma «eri già convinto, eri già preso».

Potrebbe starsene tranquillo il “satiro politico” a godersi le selve e la natura di cui è uno “sperticato difensore” insieme alla sua ricchezza e senza dare troppo nell’occhio pure. Ma vuoi mettere la soddisfazione di dominare la bestia? Chi è l’uomo? Chi è la iena?

Ci sono spiegazioni “psicosociologiche” intese a spiegare il voto “straniante” di milioni di persone affezionate in modo viscerale all’«Uomo arancione» che abbiamo ormai sentito tante di quelle volte da averle ormai metabolizzate come “ovvie”. Ma che ovvie non sono per niente soprattutto se a questa aggiungiamo l’altra “ovvia” interpretazione che addebita, non senza il solito sottofondo dispregiativo, certe visioni del mondo all’assuefazione, all’ignoranza, alla sciatteria, all’indifferenza, all’innato egoismo che altro non sarebbe che istinto di sopravvivenza che riemerge prepotente nei momenti di difficoltà personale. È proprio vero che i rapporti umani sono essenzialmente rapporti economici, dunque? E tuttavia continuo a pensare che – neppure la frequente denutrizione intellettuale e affettiva – nemmeno le recessioni economiche e i vari crack di Wall Street possono spiegare completamente certe aberrazioni di pensiero.

È vero che ci sono altri modi di vedere il mondo, quindi. Ma qui non è in discussione la legittimità dei punti di vista favorevoli o contrari a Trump tout court.

Il punto è forse “non cessare l’esplorazione”, porsi dinnanzi ai fenomeni come se li conoscessimo per la prima volta. Non dare nulla per scontato nemmeno Trump affinché finalmente – Il fuoco e la rosa siano uno -. Un verso questo di una poesia T. Eliot che non è un semplice retorico richiamo alla fede o ad una forma di religiosità che sana tutti i mali dell’umanità, ma un’esortazione semmai a che “fede” e parole o meglio che “principi” e parole che li accompagnano siano finalmente “uno”. Che le parole non siano più mere “parole d’ordine” anacronistiche e inutili; che non siano soltanto dichiarazioni di principio che poi finiscono per non avere alcun riscontro nella realtà. Che non si riducano queste “belle parole”soltanto ad una sterile esibizione del “solito”profondissimo bisogno di etica.

È anche vero che analizzare in profondità il fenomeno Trump è impossibile nello spazio ridotto di un “documentario-film” immagino (persino lui è troppo “complesso”) e forse la disamina non compete neanche ai cineasti, né al linguaggio “cinematografico”. Dunque, il regista non può che limitarsi alla dissezione/scansione della superficie. Semplificare quel tanto che basta a rappresentarsi le cose.

Rimane una copiosa e a tratti confusa profusione di parole insieme all’amara sensazione che non ci siano percorsi di “guarigione-risanamento” da condividere. Anzi, ti viene il sospetto alla fine della proiezione che non esista nemmeno necessariamente una cura.

Seguendo il filo conduttore della sua campagna elettorale del 2016 fino a quella più delirante del 2020 con tutto quello che c’è di surreale nel mezzo Trump, ci racconta: dell’istinto bestiale, dell’intelligenza calpestata, dell’ingiusta e drammatica condizione dell’afroamericano “Floyd” che muore soffocato sotto le ginocchiate dei poliziotti di turno; della seduzione di donne trattate come pezzi di carne dalle quali – non si farebbe succhiare nemmeno il c***o -, neanche se lo implorassero; degli stessi figli, simboli di nepotismo e di familismo beceri precursori del clientelismo più volgare; di sfruttamento nel lavoro, di calpestamento di diritti elementari, di totale disprezzo per l’altro che non risponda a certi canoni. Di discriminazione di genere. Di vittime di pregiudizi e sperequazioni. Di un capitalismo arruffone, di una crescita insostenibile che intossica l’ecosistema. Delle grandi migrazioni, dell’odio razziale, della condizione dei lavoratori negli sconfinati spazi dell’infuocato e desolato West come delle metropoli rigogliose piene di tutto, ma perdutamente “desolate” pure loro alla fin fine.

“He” rivela in se stesso passo dopo passo ogni possibile barriera alla dignità e alla scalata sociale tanto agognate che la vita interpone proprio a quelle masse arrabbiate e frustrate che in lui invece cercano un’occasione di riscatto.

In questa “America first” dell’ennesimo nuovo ipocrita New Deal “He” si muove in nome di una libertà che più che di ribellione all’ordine costituito sa di – ghiribizzo bizzoso – di uno con la “Sindrome da risarcimento” (Ops! Sono caduto anch’io nelle secche della “categoria diagnostica”)

Non è semplice disonorare in un sol colpo i sacri principi dei diritti alla protesta e all’autonomia di pensiero. E invece attraverso la facile e trita retorica, antropologica, culturale e territoriale, come ci hanno abituato da sempre i sovranisti di tutte le età, ci riesce benissimo, bontà sua. E fa balenare agli elettori bugiarde promesse di libertà e di altri immensi privilegi assortiti. Il tutto al modico costo di una sorta di autarchia confusa e indefinibile, di fatto, praticamente impossibile, che finirebbe per essere in realtà l’anticamera di una forma di governo ancora più opprimente.

Quale può essere la risposta a Trump allora? Che vada al di là della retorica elettorale o dell’interessata predica di classe? L’invasione patetica di un Campidoglio? I deliri di“QAnon”, forse? Non è che alla fine ci ritroveremo a discutere qui ancora immancabilmente del solito invasato che scarica la sua arma automatica al supermercato perché detesta gli “ispanici” che gli rubano il lavoro o perché odia sua madre che non l’avrebbe amato abbastanza? Oppure ci limiteremo a opporre il sempre bello esteticamente stratagemma che dovrebbe fugare d’un colpo tutti i nostri timori, quello della “forza attraverso l’unitàl’unità attraverso la fede”.

Lo slogan caro a tutte quelle persone che “all’uscita dal cinema” credono ancora che ricorrendo a forme di solidarietà, di Comunanza e condivisione si possano fare cose strabilianti: come quando nel 1986, sei milioni e mezzo di americani si tennero per mano e fecero donazioni per combattere fame e miseria sotto l’insegna dell’iniziativa di beneficenza “HandsAcross America” (iniziativa pur sempre benemerita, intendiamoci). No! Non può essere tutto qui. All’azione brutale del gruppo: quello che gli viene voglia di “invadere la Polonia” tutte le volte che tira aria di crisi, potremmo opporre allora il classico cammino esistenziale individuale. Ovvero l’illusione di chi, stanco e rassegnato all’andazzo del mondo, per sentirsi a posto con la propria coscienza e preservare la propria purezza ideologica si rifugia nel comodo cantuccio del radicalismo individuale altrettanto inutile e stupido forse di quello di coloro che in corteo e senza mascherina si ostinano a magnificare le marce su Roma o a commemorare i figli adottivi di Hitler. Sarà saggio reagire all’imperatore egocentrico con altrettanto egotismo asociale individuale? Non è che l’autodeterminazione scorbutica e introversa che protesta contro tutto e tutti indifferentemente finisce per esaltare l’egemonia del “despota-narcisista” di turno? Va bene l’«introspezione» anche se dovremmo darla già per scontata, seppure non sia meno tortuosa di certe soluzioni gruppali. E tuttavia, il “guardarsi dentro” rimane pur sempre il primo stadio di un percorso che dovrebbe prevedere comunque l’inevitabile accoglimento e incontro con differenti individui e differenti “ideali”. E non tutti gli ideali hanno identica legittimità.

Allora, si aprono due strade altrettanto subdole: quella di un Trump che finisce per personificare non lo stereotipo del “Male”, ma oserei dire un “Archetipo” quasi (non temo di fomentare il suo “narcisismo” perché sono sicuro che non leggerà mai questo elaborato) Vale a dire, l’incarnazione del “Doppio” ovvero l’ennesima tragicomica prova che “l’uomo non è autenticamente uno, ma è autenticamente due”. “He” appare in tale contesto come un personaggio contrario e speculare e per questo parte di un tutto indefinito e incerto e multiforme che suscita alternativamente immedesimazione e identificazione, opposizione e dissenso anche nell’individuo meno coinvolto.

O se volete, possiamo trattare “He” alla stregua del simbolo dell’autentica costante proiezione dell’«Ombra» della “collettività” sul pianeta tutto. Ma che razza di rapporto abbiamo con l’«Ombra» che è in noi? 

Oppure (2^ strada) bando agli “Archetipi” junghiani! Rivolgiamoci con fiducia ai più prosaici “Meccanismi d’asta” quelli che influenzano il costo delle nostre “bollette del riscaldamento” (tra gli altri). Il “Meccanismo d’asta” quello sì è importante per il bene pubblico e per le dinamiche sociali tanto da meritare persino un “Nobel” per l’economia anzi meglio per la “Finanza comportamentale” quella che – indaga gli schemi dei comportamenti sociali e individuali nei mercati -. Dovremmo provare a rileggere la realtà (della bolletta del gas) almeno una volta alla luce del “Meccanismo d’asta” per capire che cribbio ci è sfuggito davvero nel mezzo del cammin di questa nostra vita. Quando si dice il risvolto esistenzialista dell’economia. Dibattersi tra l’«Ombra» e i “Meccanismi d’Asta” è una bella lotta. Non vi pare?

A proposito, avete notato che gli unici (mi sembra) nobel per la psicologia sono quelli attribuiti in ambito economico e finanziario? No Aspettate! Adesso che ci penso anche in ambito neurofisiologico dovrebbe essercene traccia. Comunque sia, sono stati premiati gli studi effettuati per – aver integrato risultati della ricerca psicologica nella scienza economica -. Niente di male, per carità. Però fa pensare questa psicologia “al servizio” dello – scambio di beni e della produzione di servizi -. Mah! – È il progresso, bellezza! E tu non puoi farci niente! Niente! –

Che dire alla fine? Tutto quello che mi resta dopo la visione del “film” è soltanto l’insana voglia di rileggere “Uomini e topi” (Of Mice and Men) di Steinbeck. Sono andato a rivedermi anche le due versioni cinematografiche esistenti. È così terribilmente attuale quel libro!

Perché, d’accordo, Trump sarà pure “matto”, ma ancora più inquietante è il rischio di – vedere (e comprendere) meno, o addirittura di non vedere (e comprendere) affatto quel fenomeno che volevamo focalizzare – semplicemente estrapolandolo dal suo sfondo.

Comunque sia è così che avrei girato il “film”: «Sottolineare i decisivi aspetti d’identità, le invarianze tra “Noi” e Trump e il suo trumpismo, ma al fine di rimarcare le nostre reciproche irrimediabili differenze».

E oscillo colpevolmente tra una lettura di “Furore” e l’ascolto di “A Horse with No Name”, rimedi ideali per lenire i patemi di una coscienza affranta. Tentando di porre un freno al magma razionale che rischia di travolgermi. 

Abbandonarsi all’istinto.

Questo è tutto?!


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7 risposte.

  1. Elisa ha detto:

    Per me è davvero impressionante che uno come Trump possa diventare addirittura presidente degli stati uniti. E concordo che non lo si può liquidare semplicemente dicendo che è un pazzo. Sono tante le riflessioni che pone l’articolo e proprio in omaggio a quella “complessità” a cui mi sento invitata anch’io. Trovo interessante e “straniante” il confronto tra l’Ombra junghiana e i volgari meccanismi d’asta. Ci sono tante cose che condizionano la nostra vita e di cui faremmo meglio ad avere maggiore consapevolezza. Trovo un po’ riduttivo se non proprio ingeneroso il giudizio sulla psicologia al servizio di certi meccanismi economici. penso che dalla “psichiatria al servizio dell’ordine costituito” fino alla “psicologia a sostegno del marketing” ci sia stato comunque un progresso. Psichiatria e psicologia hanno fatto dei passi avanti nel frattempo e sono oggi al servizio anche del benessere di tante persone per fortuna. Mi sento di essere più ottimista anche se tutto è perfezionabile.
    E mi piacciono i romanzi di Steinbeck

    1. A F. Spata ha detto:

      La ringrazio Elisa per la precisazione. Ovviamente (ma forse non era poi così ovvio evidentemente) il riferimento alla “psicologia al servizio dello scambio di merci e della produzione di servizi” voleva essere una modesta provocazione. – Per fortuna – come ricorda giustamente lei la psicologia e la psichiatria oggi sono al servizio del benessere di tanta gente. Faccio lo psicologo e quindi a volte mi capita di voler fare un’po’ di “insana” autoironia (o almeno ci provo). Sebbene il sospetto che ancora ti trattino a volte come un “cane da guardia” ti viene. Basti pensare all’istituto della “Pericolosità sociale” sul quale come saprà c’è ancora un bel dibattito in corso. E tuttavia anche in quel contesto qualche passo avanti è stato compiuto. Se pensiamo che in passato in fatto di pericolosità sociale era la stessa legge a prevedere alcune “fattispecie presuntive”(specifici casi tassativamente individuati), a carico di un soggetto. Oggi l’applicazione della misura di pericolosità sociale deve essere quantomeno sempre oggetto di concreto accertamento da parte di un giudice. È un progresso indubbiamente, ma tutto è sempre “perfezionabile”. La materia è ovviamente troppo “complessa” per trattarla degnamente in questo breve spazio. Comunque una giusta dose di ottimismo è sempre la strategia migliore, pare, per trovare le soluzioni ad un problema. Se poi ama Steinbeck e visto che siamo in tema di cinema, la invito a vedere “Nomadland” (ammesso che non lo abbia già fatto) film recente i cui contenuti richiamano abbastanza l’attualità sconcertante e per certi versi terribile (purtroppo per noi) dell’autore suddetto. Sperando di non alimentare con questa “visione” certo “pessimismo dell’emozionalità”.

  2. G. ha detto:

    Tralasciando il fatto che la selezione di certi personaggi come protagonisti della scena politica mondiale e nazionale lasci sempre un po’ attoniti (e uso il termine personaggio con specifico riferimento al fatto che l’ex uomo di punta mondiale, Trump, ben si presta a essere rappresentato in versione cartoon senza discostarsi troppo dalla realtà, basti pensare solo al suo mandato presidenziale che ben prima che la storia facesse il suo corso, diventò parte di una scena della famosa serie animata ‘i Simpson”); trovo interessanti alcuni spunti di riflessione. Primo punto: polarizzare un prodotto, in questo caso cinematografico, verso il “bene” e il “male”; ogni opera deve trasmettere un pensiero, non nego questo ma porre il focus sull’aspetto “malefico” della figura di Donald ne convengo che è una strategia poco efficace. “Estremizzare” un concetto (Trump pazzo e cattivo) non accende una miccia nella critica del fruitore ma va a rafforzare appunto le posizioni pro o contro già esistenti, si rischia forse di cadere nell’ovvietà? Si chiuda un occhio sulla banalità ma è un po’ come dire che fumare fa male, la nicotina è “il male” e va ostracizzata ma ciò non basta a persuadere un fumatore a smettere. Secondo punto trovo in realtà efficace il paragone con il concetto economico di domanda e offerta, parlo da ignorante sia per quanto riguarda la politica ancora di più per quanto riguarda l’economia ma è innegabile e affascinante quanto le due cose siano collegate e unite e finiscano per influenzare a cascata la società e i singoli componenti. La questione è forse anche più vera se consideriamo gli Stati Uniti, paese per eccellenza del capitalismo, e patria dell’American Dream. La scelta di usare questa metafora penso si declini molto bene ai fini di sottolineare l’influenza del singolo elemento sul sistema e viceversa, economia politica e psicologia sociale. Personaggi “oversize” come Trump capitano “nel posto giusto al momento giusto” e raggiungono il loro posto sul palcoscenico per puro caso, o hanno caratteristiche che rispondono alla specifica domanda (“quantità di consumo richiesta dai consumatori di un certo bene o servizio”) di quel momento con una determinata offerta (quantità di un certo bene o servizio che viene messa in vendita). Insomma penso che la pura analisi della follia singolo individuo disturbante sia solo una parte per comprendere i più complessi meccanismi psicologici e sociali che stanno alla base dell’intero contesto, soprattutto nel caso di Donald Trump e degli Stati Uniti.

  3. Marco Loffredi ha detto:

    Non vorrei insistere troppo sui meccanismi d’asta perché l’articolo offre ben altri e più profondi motivi di riflessione. Mi perdonerà l’autore dell’articolo, ma mi colpiva questo accenno seppure apparentemente isolato nel quadro più generale proposto all’attenzione del lettore. Di sicuro i meccanismi d’asta influiscono parecchio sulla nostra vita quotidiana. Mi viene in mente che oggi ci sono sul mercato diverse aziende che forniscono luce elettrica ma non so quanto siano davvero concorrenziali alla fine. L’impatto dei meccanismi d’asta lo abbiamo percepito di sicuro nell’eCommerce, la cui esplosione del fenomeno comporta tante volte risparmi anche notevoli per il singolo come può testimoniare chiunque abbia fatto almeno una volta un acquisto on line di merci o servizi sulle piattaforme più conosciute.
    Detto questo, di sicuro Unfit non ha la forza né la vis polemica di certi documentari di Michael Moore che sembra letteralmente scomparso. Posso soltanto immaginare cosa sarebbe diventata in mano sua la questione Trump. Anzi mi chiedo come mai ci abbia fatto mancare il suo contributo fino ad oggi sul merito. Non dubito che una riflessione più profonda sulla relazione tra economia e democrazia sia sempre drammaticamente attuale

  4. A F. Spata ha detto:

    Vedo che i “meccanismi d’asta” hanno colpito certo “immaginario”. Bisognerà approfondire la questione in futuro mi sa. Ok se proprio vogliamo insistere sul punto “last but not least” non dimentichiamo allora il fenomeno della “turbativa d’asta” e di quanto possa essere particolarmente dannosa nel caso degli appalti pubblici, ad esempio. Per come ruba letteralmente risorse ai committenti e ai contribuenti sui quali ricade poi il prezzo finale di un bene o di un servizio che può rivelarsi di scarsa qualità. La turbativa d’asta produce oltretutto a volte una breccia attraverso la quale, com’è noto, la criminalità organizzata può introdursi nell’economia legale inquinando così il processo competitivo e annullando le fondamenta stesse su cui l’intero mercato concorrenziale dovrebbe fondarsi per il suo corretto funzionamento. Insomma non sottovaluterei i danni al tessuto proprio morale di una società.
    Michael Moore poi. Che dire? Chissà che non si sia definitivamente rassegnato, pure lui? Dopo le grandi aspettative riposte su Obama, Moore insieme a molti altri milioni di persone e non solo in America, devono aver maturato la convinzione che certi “meccanismi” sono immutabili. In fondo, era lo stesso Moore a dichiarare la sua stanchezza di “combattente” in “Capitalism: A Love Story”. Ed era “soltanto” il 2009 (siamo in piena Crisi dei subprime maturata nel 2008)
    Forse con l’avvento di Trump non stiamo tanto testimoniando del “fallimento” del Processo democratico (in fondo alla fine trump è stato pur sempre sconfitto) ma della stanchezza e rassegnazione di tanti milioni di cittadini. Se il riscatto del sistema è affidato a uno come trump; se è lui oppure Putin o Orbán o Duda-dudù la risposta alle storture delle democrazie liberali, allora altro che “riscatto”. Aspettiamoci pure che uccidano gli ostaggi prima o poi.
    Il problema potrebbe essere forse sempre il solito, vale a dire come “incentivare” (efficacemente) le democrazie o meglio i loro governanti e governati per fargli raggiungere risultati più efficienti. Forse dovremmo provare a disegnare un dispositivo democratico come fosse davvero una sorta di “meccanismo d’asta pubblica” (ennesima “stanca” provocazione) che permetta allo Stato di assegnare alle persone lo spettro delle risorse esistenti, ma con il maggior ritorno economico possibile, s’intende (non sto parlando di “Economia socialista pianificata”, tranquilli) E che contemporaneamente lo autorizzi a distribuire “incentivi” per la produzione non di nuove merci soltanto, ma di sempre maggiori “opportunità”. È o no la creazione di “opportunità” ciò che distingue ancora una democrazia vera dall’economia tout court? L’argomento è interessante seppure discretamente “provocatorio” a patto però che ci ricordiamo sempre che le società non sono “aziende” e nemmeno “cooperative”, soprattutto se pensiamo in cosa si sono trasformate queste ultime talune volte in ambito lavorativo. Né si possono ridurre il funzionamento della politica e delle organizzazioni sociali alla mera «analisi dei meccanismi ottimali di vendita» semplicemente, spero. Tuttavia, è banale dirlo, ma è anche vero che con l’economia bisogna farci i conti. Non si scappa.

  5. Luigi ha detto:

    Io penso che esistono ancora dei principi che definiscono l’essenza di una vera democrazia e le danno un fondamento al di là del regime economico che la distingue.
    Ha ragione AF Spata quando dice che bisogna “incentivare” nuove opportunità. Io aggiungo che bisogna ampliare i diritti delle persone non restringerli. Le punizioni e le minacce non funzionano in economia figuriamoci in democrazia.
    Dovremmo essere grati a Trump. Con lui il sovranismo applicato alle democrazie liberali cosiddette ha espresso finalmente il peggio di sé. Ma in Europa non siamo da meno. Ci servirà da lezione per il prossimo futuro.

  6. A F. Spata ha detto:

    Sig Luigi lei crede davvero che l’esperienza della presidenza Trump ci servirà da lezione? Invidio la sua buona disposizione d’animo. Anch’io rimango convinto che, proprio in virtù della differenza sostanziale che sussiste tra economia e democrazia, se inserissimo nel tessuto sociale forme di solidarietà, di comunanza e di condivisione si avrebbe una coesione sociale ancora più grande di quella prodotta dalle semplici fluttuazioni del mercato. Piccolo particolare, resterebbe soltanto da decidere quanto vogliamo siano estese ed intense le forme di solidarietà di comunanza e di condivisione, semmai.
    Intanto constatiamo con sommo rammarico che nonostante quanto avvenuto Trump è ancora considerato un modello, un faro, una guida spirituale, quasi, per tante nazioni anche europee. Cosa aspettarsi allora se ancora oggi facciamo persino fatica a dire che “Erdoğan è un dittatore” puro e semplice? E allora sentite questa: – Erdogan non è tecnicamente un dittatore perché c’è un Parlamento che lo ha eletto, lui è un autocrate – (Letta E. dixit). – Parbleu!. Davvero impeccabile, anzi, magistralis la lectio, finanche divina, oserei dire, del prof. Niente di grave, solo qualche strascico di certa filosofia “democristiana” direttamente dal sommo “Istituto di studi politici di Parigi”. Quindi, per la cronaca, sappiate che Hitler non fu un dittatore, ma un autocrate. Temo che questa sottigliezza linguistica non abbia cambiato granché né l’efferatezza della guerra scatenata dall’«autocrate» tedesco in questione, né abbia sortito migliori effetti sul destino di milioni di persone fatte sparire dalla faccia della terra con puntiglio “scientifico” e precisione balistica seppure di livello industriale. Le parole sono importanti, è vero. Certe acrobazie linguistiche avulse dal loro contesto reale non di rado rappresentano una forma di falsificazione non solo del significato delle parole stesse, ma della realtà medesima che pretendono di richiamare e preludono a forme ben più inaudite di “violenza di massa”, secondo me.
    Purtroppo caro sig. Luigi temo che certe lezioni per impararle occorrano tempi davvero lunghi. Sono forse i tempi lunghi dell’evoluzione della “Morale?”. O quelli ancora più tortuosi dell’utilizzo dei simboli linguistici in una società? Forse è proprio dal linguaggio che dobbiamo partire se vogliamo condividere con gli altri un mondo nuovo concreto e non solo la sua idea astratta. Un cambiamento nell’uso del linguaggio comune, quotidiano che induca una modificazione nella rappresentazione simbolica stessa di oggetti, fenomeni, relazioni. Un linguaggio che rifiuti norme desuete, vecchie consuetudini e leggi obsolete. Un linguaggio a sostegno di schemi nuovi, perché quelli vecchi si rivelano ogni giorno sempre più falsi e mendaci.
    E prima di proporre retoriche differenze e superficiali oltre che ingannevoli tra “dittatori e autocrati” attivare primariamente i neuroni, eventualmente. Non c’è nulla di peggio del linguaggio che si fa autoreferenziale.
    Ma considerato che “nel lungo periodo pare che saremo tutti morti”, allora ai posteri l’ardua sentenza. Nel frattempo, niente paura! Per chi rimane sarà meglio tenere la guardia alta e il cervello bello vispo. Perché è un attimo…

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