Vaso di Pandora

Una visita ospedaliera notturna

In ricordo di un Amico e Maestro, grande intenditore di arte e animo umano

Mi sono imbattuto, frugando tra i file del mio pc, in questo bello scritto del compianto Fausto Petrella che lui stesso mi aveva inviato anni fa. Lo trovo illuminante per tutti e soprattutto coloro che nel nostro gruppo fanno parte del progetto “Arte che Cura”. Grazie Fausto!

Giovanni Giusto

La visita notturna è all’Ospedale di Melegnano. Mi accoglie all’ingresso e mi guida Giorgio Bedoni, psichiatra presso quell’Ospedale. Ma l’oggetto della visita non è un paziente ricoverato, bensì tre dipinti che là sono stati accolti stabilmente, ben in vista per tutti perché collocati senza enfasi sulle pareti di zone di passaggio…

Collaboro ormai da molti anni regolarmente con Bedoni, sin da quando, specializzando in Psichiatria a Pavia, stava maturando i suoi interessi artistici in riferimento alla psicopatolgia. E poi ci ha accomunati l’avventura appassionante della terapeutica artistica e della specifica formazione che richiede nei corsi che le sono dedicati dalla milanese Accademia di Brera.

La richiesta che oggi mi rivolge è di guardare le opere esposte, osservarle, valutarle, esprimere un parere su “come stanno” di per sé e là dove sono state inserite. Una prima risposta a queste richieste è rapida e banale: i quadri stanno bene, mi sembrano belli, si sono ambientati ottimamente. Per una più articolata e motivata riflessione sulle opere, non basta tuttavia un’occhiata indugiante, ma occorre fare alcune premesse d’ordine generale. E sapere da Bedoni qualcosa di più sulla genesi dei tre dipinti.

Il rapporto tra le arti e la medicina – in questo caso la medicina come luogo istituzionale dove si curano le malattie – non è semplice e ha avuto una lunga storia e tante eterogenee estrinsecazioni nel corso dei secoli. L’enorme sviluppo scientifico e tecnologico, soprattutto dalla seconda metà del Novecento, ha interessato anche la medicina e in particolare le sue pratiche diagnostiche e terapeutiche.

Ciò ha comportato una concentrazione delle energie di tecnici diversi (dai medici ai biologi, dagli ingegneri agli architetti) sugli spazi e i dispositivi ospedalieri come luoghi di agevolazione e razionalizzazione delle operazioni necessarie per realizzare l’impresa diagnostico-terapeutica, così come oggi deve necessariamente essere intesa.

La medicina è da sempre essenzialmente rivolta al corpo malato. Ciò è ovvio, ma credo sia d’obbligo rilevare – come spesso viene fatto e come corrisponde anche alla mia esperienza – la crescente invadenza di operazioni di scissione, fino alla dissociazione, attive a tutti i livelli e finalizzate alla costituzione dell’oggetto dell’attività clinica e della conoscenza delle malattie.

Troviamo intanto una scissione del corpo in parti speciali, in organi e apparati, oggetti di autonome branche del sapere e di spazi specializzati e isolati, difficili poi da ricomporre in un atto conoscitivo e terapeutico finale sufficientemente integrato. E ancora una scissione tra la persona malata e l’approccio tecnico-scientifico alla malattia; e infine una dissociazione fra le esigenze amministrative e burocratiche, che regolano l’apparato curante, e la necessità di un atto terapeutico globale antitetico a un governo puramente burocratico-amministrativo di una malattia ormai completamente separata dal malato. L’elenco di questo smembramento somatico e istituzionale potrebbe continuare.

Ma sempre finiscono per essere tra loro contrapposti da un lato il procedere analitico dissociante della scienza e degli apparati istituzionali che le corrispondono, e dall’ altro l’esigenza di un’integrazione sempre più difficile. Scissione e integrazione sembrano costituirsi come due categorie logiche e operative costantemente in gioco e in un contrasto spesso insanabile tra loro.

A fare le spese di tutto questo è una visione antropologica della medicina, che pure appartiene alla sua connaturata componente umanistica ed etica.

Come si inseriscono i quadri di Melegnano in questa situazione critica?

Sono un lusso, un “di più” superfluo ed estraneo, dalle funzioni puramente decorative?

Cosa rappresentano in rapporto al contrasto logico e operativo che lacera il lavoro clinico e insieme lo rende possibile?

Molte caratteristiche del lavoro ospedaliero, che concorrono a determinarne rilevanti aspetti qualitativi, dipendono dal modo con cui questo contrasto viene ogni volta gestito e composto.

I tre dipinti in questione, che stanno benissimo dove sono, non svolgono certamente soltanto una funzione puramente esornativa, che pure possiedono con molta eleganza, accordandosi piacevolmente alla ristrutturazione e modernizzazione di recente attuata degli spazi ospedalieri.

La loro presenza significa intanto la decisione della direzione ospedaliera di valorizzare a scopo decorativo l’attività artistica condotta e sviluppata da Bedoni e da chi ha collaborato con lui.

La proposta di questi dipinti si stacca nettamente dagli intenti usuali dell’arte ospedaliera, con le sue edificanti allegorie, spesso di ispirazione religiosa e caritativa. Non intendo fare una storia di quest’arte ospedaliera e medicale, ma mi limiterò a fare solo un esempio, che ritengo significativo e insolito, nel suo originale tentativo di saldare la lacerazione tra corpo e spirito cui ho accennato.

Nell’Università di Pavia troviamo, come in altre università italiane di antica tradizione, un notevole esemplare di Teatro Anatomico. Quello pavese fu ideato da Leopoldo Pollack nel 1785 con la collaborazione del grande anatomico Antonio Scarpa. cui l’aula fu poi dedicata.

Il classico impianto ad anfiteatro della sala fu oggetto di rifacimenti successivi, e in particolare il soffitto si presenta oggi come una volta a spicchi. In questi spicchi troviamo, dipinti in epoca di poco successiva, una parata ordinata di angeli in piedi. La tradizione iconografica cui essi sembrano ispirarsi è quella degli angeli musicanti, solitamente provvisti di strumenti musicali diversi.

Ma – sorpresa per l’osservatore! – gli angeli qui effigiati brandiscono invece un esteso repertorio di strumenti chirurgici dell’epoca. E’ ovvio il significato dell’insolita figurazione: i chirurghi sono angeli, l’anatomia è una disciplina sacra e celeste, dove le pinze, il bisturi, la sega e gli altri ferri chirurgici rappresentati sono al servizio del bene e della conoscenza, e si contrappongono all’uso infernale e punitivo di analoghi strumenti, questo sì ben documentato dalla consolidata tradizione iconografica degli inferni dei Giudizi universali.

L’evoluzione della medicina odierna e la cultura che le corrisponde non permettono più un’allegoria del genere, e neppure altre figurazioni sanitarie devozionali e convenzionali, che si trovano sparse nei vecchi ospedali e che sono ancora documentabili nei primi decenni del Novecento.

Il rischio che si crea oggi è quello di uno spazio ospedaliero in cui si manifesta un’eterotopia, un luogo troppo avulso e lontano da spazi e ambienti in cui si può stare a proporio agio.

A questa marginalità corrisponde un vuoto culturale, la cui contropartita è un silenzio della rappresentazione artistica. L’arte è destinata, quando è presente, a scopi meramente decorativi e di maquillage di superficie.

Quando qualcosa di artistico viene promosso in questo spazio ospedaliero ai margini della cultura, è facile che esso si accordi allo squalore sciatto dell’ambiente. Non mancano comunque spazi clinici o clinico-scientifici di recente costruzione, dove si celebra il mito dell’opulenza trionfante della medicina, espresso nei modi più vari.

Abbiamo così Ospedali che assomigliano a stazioni ferroviarie o a supermercati, ma anche edifici di rappresentanza di un’alta tecnologia, marmorei e che incutono soggezione, oppure ambienti simili a funeral home di lusso, imbellettate con colori pastello vivaci e riposanti.

Tornando ai dipinti esposti, essi si caratterizzano per sobrietà, astratta eleganza e l’assenza di espliciti riferimenti figurativi. L’accordo con l’ambiente ospedaliero ristrutturato è immediato. Ma soprattutto mi appaiono sommamente adatti a mettere in scena con sobrietà di mezzi il grande conflitto che travaglia la medicina odierna, tra la disintegrazione dei saperi e delle pratiche e la necessità di integrarli e adeguarli al malato.

Sullo sfondo scuro della tela troviamo distribuiti migliaia di punti tondi, uniformi e ben formati, ora a costituire turbini informi, condensati o diradati, ora a disegnare più definite figure, con allineamenti sia in cerchi, sia a costituire spirali di punti.

Tutti questi punti belli tondi e dai colori caldi si dispongono in un insieme caotico, ma immobile e fatto di gocce di colore precise discrete ben visibili, che suggeriscono uniformità nel disordine: senza vere iterazioni ritmiche, senza figurazioni, generando un dipinto che, a seconda di come lo si guarda, appare al tempo stesso informe e puntuale, ordinato e disordinato.

Tutto questo condensa energie, trasmette allo spettatore un po’ dell’entusiasmo e del piacere ludico con cui è stato fatto. E’ importante, ma non indispensabile alla fruizione dell’opera, sapere che questi dipinti sono il frutto di un lavoro collettivo cui hanno volontariamente partecipato medici, infermieri, personale amministrativo, tutti impegnati a disporre con cura i loro punti entro lo spazio della tela.

La mossa vincente, guidata dall’esperienza di terapeutica artistica di Giorgio Bedoni, è stata di indurre un gruppo di operatori sanitari a partecipare a questo gioco creativo e disciplinato, sotto gli occhi di alcuni tirocinanti della scuola di Brera.

Il risultato è straordinario, non solo per le sue indubbie qualità artistiche, ma perché qui si è dato vita a scambi tra persone e a un moto di intesa, che è il prerequisito per avviare un’esperienza culturale condivisa.

Dalla ritualità in statu nascendi che si è venuta a creare, dall’azione concorde e collettiva e dal virtuosismo puntuale che richiede il gesto pittorico dei partecipanti, si genera il senso di positiva costruttività che i dipinti dell’ospedale di Melegnano suggeriscono. Questi quadri ispirano ottimismo.

Disimpegnati come sono rispetto a una figurazione “ospedaliera” impossibile, non esprimono polemiche sulla sanità, né idealizzano il sistema della medicina. Si limitano invece a riempire efficacemente un vuoto circostante che non è solo della medicina, mostrando come l’integrazione sia possibile, come tutti possano concorrere all’ordine e al disordine dell’insieme.

Le tre opere ispirano speranza, quasi subliminalmente e senza darlo a vedere: senza allegorie e senza retorica importuna.

I dipinti di Melegnano si sono consapevolmente ispirati ai “sogni” dipinti degli aborigeni australiani, essi pure basati su una fitta punteggiatura, dove si fronteggiano sintassi rigorosa e invenzione.

Chi conosce l’arte raffinata ed enigmatica di quelle popolazioni, noterà nei nostri dipinti più di qualche somiglianza superficiale con diversi tratti di quella pittura.

Sorge allora un interrogativo: che la cultura aborigena debba insegnare qualcosa ai nostri ospedali e a noi medici, così come le terapie empiriche delle società che si sono sviluppate in modo diverso dalla nostra ci hanno insegnato parecchi loro validi rimedi naturali ai nostri mali?

La risposta non può che essere positiva, e i quadri di Melegnano sono là per darne testimonianza.

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Commenti su "Una visita ospedaliera notturna"

  1. La chiamerei una buona pratica operata durante un ricovero di cura da lasciare come testimonianza nel tempo ad altri che dovranno continuare a produrre opere artistiche suggerite dalle loro anime e dalle loro menti. Da divulgare la pratica in ogni luogo di cura mentale.
    Elisabetta Dragonetti Di Summa

    Rispondi
  2. Grazie Gianni di aver condiviso questo scritto del nostro professore Fausto Petrella è davvero un regalo poterlo riascoltare e ricordarlo insieme. Uno scritto tipicamente nel suo stile lucido e positivo . Mi è parso in particolare molto bello e musicale nella parte conclusiva dove la forma diviene sostanza è va al di là delle parole e della “spiegazione “ classicamente intesa per passare al gesto , all’agire armonico del gruppo generato da un comune intento artistico .

    Rispondi

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