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Tante parole… Pochi fatti…

Giovanni Giusto
23 Gennaio 2018
1 commento
Tante parole… Pochi fatti…

Breve commento all’articolo pubblicato su La Repubblica il 16 gennaio 2018
Non ho ancora letto il libro che sarà senz’altro bello vista la capacità dell’autore.

Certamente Borgna è un collega che ospitammo in uno degli incontri organizzati dal nostro gruppo su Filosofia e Psichiatria e che ha notevole sensibilità nei confronti del paziente psichiatrico grave.
Più volte la speranza viene tirata in ballo in psichiatria, lo abbiamo fatto anche noi.
Mi domando peró se questo non denoti un limite dell’intervento psichiatrico costretto anziché a risolvere i problemi di solitudine e sofferenza a condividerli e comprenderli; attività nobile e utilissima che tradisce il limite per ora invalicabile della ricerca applicata alla terapia vera e propria.
Il serrato dialogo tra neuroscienze, filosofia e psicologia forse consentirà di uscire da un impasse che la nostra disciplina sta affrontando.
Mi pare anche significativo che le grandi multinazionali farmaceutiche non investono più in ricerca di nuove molecole….



Una risposta.

  1. FELICE ALESSANDRO SPATA ha detto:

    È vero il libro di Borgna è molto bello. Così pieno di dotte suggestioni e filosofiche. Un grande esercizio letterario che ti riconcilia con questo mestiere. Fa bene al cuore. Non c’è dubbio. E ti stimola ad approfondire certa conoscenza. Da leggere anche un quarto d’ora prima di addormentarsi eventualmente per favorire un sonno sereno, per aiutarti a riconciliarti con la speranza del “domani” nel senso più prosaico del termine inteso cioè come il “giorno seguente” quando appena sveglio devi fare i conti per l’ennesima volta con tutti i limiti e la “povertà del presente”.
    L’autore emerito ci invita a sognare, sperare, amare, perdonare. Non è un caso forse che questi siano verbi che in qualche modo rimandano alla trascendenza, aprono le vie dell’Infinito, grazie ai quali la vita “ostenta graziosamente il suo anelito al futuro”. È vero, senza questa aspirazione “l’esistenza rischierebbe di trasformarsi in un “accumulo di cose quotidiane e inutili che finiscono per sedimentarsi nel fondo oscuro di un eterno passato dove non si vede nemmeno il barlume di un domani possibile”. È proprio vero che quando restiamo privi di strumenti per opporci allo squallore della quotidianità e gli uomini e le donne ci deludono non ci resta altro che affidarci a Dio?
    Non sarà sfuggito che il titolo del libro di Borgna richiama un aforisma di Nietzsche sul tema della speranza: “La speranza è l’arcobaleno gettato al di sopra del ruscello precipitoso e repentino della vita…”. Seppure il filosofo di Röcken fu piuttosto ambiguo (apparentemente, almeno) sulla questione “speranza”. Egli “è vasto si contraddice…contiene moltitudini” parafrasando W. Whitman, perché se da un lato afferma che “Tutti gli ideali sono pericolosi perché avviliscono e condannano il reale” è anche “vero” che “La speranza è in verità il peggiore dei mali perché prolunga le sofferenze degli uomini”. E poi propugna che “…Si devono sostenere i sofferenti con una speranza che non possa essere contraddetta da alcuna realtà – che non possa venire cancellata da un adempimento: una speranza ultraterrena”. Un auspicio o una minaccia? Per poi finire con una sorta di epitaffio che suona come una “beffa” quasi: “Agli uomini dei quali mi importa qualcosa io auguro sofferenze, abbandono, malattie, maltrattamenti, disprezzo − io desidero che non restino loro sconosciuti il profondo disprezzo di sé, il martirio della diffidenza di sé, la miseria del vinto: non ho compassione di loro, perché auguro loro la sola cosa che oggi possa dimostrare se un uomo abbia o non abbia valore − gli auguro di resistere…”. Gli studiosi della “resilienza” troveranno ulteriore motivo di conforto per le loro ricerche. Allora non ci resta che sperare di resistere agli inevitabili insulti dell’esistenza?
    E invece accogliamo l’invito di Borgna a sognare. Dunque, io sogno una “psichiatria”, ma diciamo meglio un’idea di “cura” non svincolata dal tempo storico cui appartiene, non slegata dai condizionamenti materiali cui è inevitabilmente e spesso crudelmente esposta. Una “cura” che non pretende di procedere chiusa in se stessa, in una sorta di assoluta autosufficienza. Ma che invece si confronti con il divenire, con la realtà empirica nelle sue diverse manifestazioni (lavoro, studio, ambiente, economia).”Non parlo di sentimentalismi o di slanci mistici, ma della vita, tangibile, reale”. Una “Cura” che non è privilegio né dei virtuosi, né dei saggi, né dei “santoni” di turno, che è “proposta” a tutti con pari possibilità e dignità di intenti e di risultati. Perché solo se esci dal tuo Io, solo se esci dall’autoreferenzialità, solo se ti confronti con le storture di un sistema spesso spudoratamente contraddittorio nelle sue manifestazioni quotidiane, allora “sai cosa domandi non a Dio, ma agli uomini e perché corri dietro a loro”.

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