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Silent treatment, comprendere e rispondere al trattamento del silenzio

Il trattamento del silenzio, noto anche con il suo nome inglese di silent treatment, è un invisibile abuso emotivo. Si tratta di uno dei modi peggiori di comportarsi con una persona, dal momento che può farle davvero molto male. Chi lo adotta sceglie di mettere in campo una tattica passiva-aggressiva, estremamente frustrante per chiunque la riceva. È un vero e proprio abuso, come già scritto, di cui ci si serve per controllare, punire e/o disarmare l’altro o l’altra. Ne fanno spesso uso i narcisisti, quando vogliono dimostrare la loro presunta superiorità, ma non si tratta certo dell’unica categoria di individui che si avvale di questa strategia. Tipico è infatti anche il caso della mamma, emotivamente instabile, che sceglie di punire suo figlio, o sua figlia, riservandogli o riservandole il trattamento del silenzio. In questo caso, l’episodio è ancora più grave dal momento che potrebbe ferire una persona troppo giovane per realizzare cosa stia succedendo e priva di difese emozionali.

Le dinamiche del silent treatment

SIlent treatment: una ragazza soffre perché lo sta subendo
Il silent treatment è un vero e proprio abuso

Le dinamiche del silent treatment sono piuttosto subdole. A seconda del suo peculiare carattere, la persona che lo riceve può sentirsi invisibile, insignificante, impotente o intimidita. O magari tutte queste cose assieme. Il trattamento innesca una catena di sensazioni negative: confusione, dubbi, sensi di colpa… In base alla prospettiva del rapporto, il silent treatment può esprimere disprezzo oppure disapprovazione e far insorgere un forte senso di rabbia, impotenza e frustrazione. Altre volte, questo modo di fare prende connotazioni diverse. Pensiamo, ad esempio, a una situazione che si può verificare in ogni famiglia. Quando nostra madre ci chiede di andare in vacanza con lei e noi, per mille ragioni, rifiutiamo, ecco che ci troviamo sottoposti al trattamento del silenzio. Telefonate senza risposta, monosillabi su Whatsapp e un atteggiamento nei nostri confronti improvvisamente freddo e distaccato. Qual è lo scopo in questo caso?

Trattandosi di nostra madre, non ci sarà disprezzo. L’atteggiamento vuole mostrare disapprovazione nei confronti della nostra scelta. In questo modo ci si vuole manipolare, facendoci sentire in colpa, magari fino al punto di costringerci a rivedere la nostra posizione per innescare un cambiamento di stato d’animo. Il silent treatment di nostra madre vuole principalmente renderci più malleabili. L’aspetto punitivo persiste anche in questo caso, ma resta in secondo piano. Il silenzio serve a palesare il fatto che la signora si sia offesa, risentita e si senta ferita dal nostro rifiuto. Perché lo fa? Essendo nostra madre fatica a realizzare che il figlio, o la figlia, possa sottrarsi alla sua volontà, esercitando un’autonomia che sia lontana dalla sua sfera di influenza. Si tratta di una delle tipiche dinamiche del silent treatment. Questo comportamento è spesso efficace perché solletica il nostro istinto e può portarci a reagire istintivamente, finendo per accontentare chi lo eserciti.

Una severa punizione

Non di rado, chi subisce il silent treatment rivede la sua posizione o finisce per scusarsi. Ciò non sarà dovuto tanto al fatto che chi mette in campo il trattamento abbia ragione, ma al quieto vivere. La vittima si sentirà tanto a disagio ritrovandosi in questa condizione che farà quanto il carnefice, per così dire, vuole, in modo da uscire da questa impasse. In genere, si rompe il trattamento del silenzio solo quando si riesce a far percepire, a chi ne stia facendo uso, di essere tornato il lato forte della contesa. Questa percezione soddisferà chi si è giocato la carta del treatment ed eliminerà la necessità dell’atteggiamento. Una dinamica di questo tipo è molto più comune di quanto si potrebbe pensare. Quel che è probabilmente peggio è che, in confronti di questo genere, importa poco chi abbia effettivamente ragione. Alla parte che vuole punire interessa soltanto la propria legittimazione, anche se dovesse trovarsi in torto marcio.

La molla del silent treatment non ha bisogno di episodi particolarmente gravi per scattare. Frequentemente, basta un lieve ritardo a un appuntamento. L’equilibrio dei ruoli, durante il trattamento del silenzio, è così suddiviso: da una parte c’è una persona passiva-aggressiva che non risponde e, quando è costretta a farlo, tronca di netto qualsiasi argomentazione e discussione. Dall’altra troviamo la vittima, confusa e disorientata, la quale riceve soltanto risposte poco chiare e sminuenti, quando non proprio umilianti. La punizione subita da quest’ultimo è spesso troppo severa. Vi sono anche casi in cui il silent treatment è selettivo. Quando ciò accade, le due persone possono intavolare una conversazione su qualunque cosa, eccezion fatta per alcuni argomenti tabù. Questa è una maniera tendenzialmente manipolatoria per rimarcare l’inadeguatezza della vittima.

Rispondere al silent treatment

Per controintuitivo che possa sembrare, il modo migliore per rispondere al silent treatment è allontanarsi ed evitare di provare a intavolare conversazioni. Il punitore e il manipolatore si nutrono di ogni nostro sforzo comunicativo e dobbiamo lasciarli a bocca asciutta, se ci si passa il termine. Evitiamo di mostrarci coinvolti e nascondiamo la rabbia, lo sconforto, l’angoscia e la confusione, indicando che il trattamento non ha attecchito. A lungo andare, il passivo aggressivo si accorgerà che il suo modo di fare è inutile e ritornerà sui suoi passi.

Leggi anche: “Sognare di essere operata: interpretazioni e significati

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