Vaso di Pandora

Scrittura espressiva: una penna per esplorare le emozioni

“La scrittura non è magia ma può diventare la porta d’ingresso per quel mondo che sta nascosto dentro di noi. La parola scritta ha la forza di accendere la fantasia e illuminare l’interiorità.”

Nelle parole di Aharon Applefeld troviamo una splendida descrizione del grande potere che ha un’azione apparentemente semplice e banale come quella dello scrivere. Interpretando il suo pensiero, potremmo arrivare a dire che dietro la parola scritta si celano le nostre emozioni. La penna – o la tastiera del computer – sono dunque gli strumenti che ci consentono di attingere a esse e renderle pubbliche. Il concetto di scrittura espressiva rimanda proprio a questo: ascoltare bene le proprie sensazioni per poi essere in grado di ritrasmetterle.

Gli studi sulla scrittura espressiva

Le emozioni non hanno voce, ma è possibile darne loro una attraverso la scrittura espressiva. Esse sono contenute all’interno della parte più antica del cervello (quella amigdala tanto cara a Daniel Goleman) e sono il linguaggio di cui l’encefalo si serve per comunicare con l’esterno. Le emozioni si manifestano sotto forma di sensazioni. Come sappiamo, possono essere più o meno gradevoli. Nel cercare di interpretarle, attiviamo la neocorteccia. In questa zona di cervello risiedono l’encefalo logico e quello razionale. Si tratta dell’unica area della nostra sala di comando nella quale sia codificato il linguaggio dei pensieri. Anche chi non sia particolarmente ferrato in neurologia farà poca fatica a comprendere che la serratura delle emozioni non può sempre essere aperta da una chiave di tipo metodico e sistematico.

Dagli studi del massimo esperto mondiale di scrittura espressiva, James Whiting Pennebaker, emerge che scrittura e pensiero sono due attività cognitive molto differenti, e di conseguenza distanti, tra loro. Scrivere genera infatti una sintonia diversa, sia con sé stessi, sia verso gli altri. Tutte le situazioni emotivamente difficili da affrontare e complicate da raccontare per via orale, possono essere messe per iscritto. Tramite l’esercizio della scrittura espressiva si incoraggia l’autoriflessione e la cura di sé, a prescindere dai contenuti trattati. La traduzione in parola scritta può dunque essere considerata voce affidabile delle emozioni? Pennebaker ritiene che la scrittura abbia importanti effetti sul nostro benessere psico-fisico. A suo avviso, scrivere di noi stessi è un vero e proprio toccasana per liberarci dello stress.

Scrittura espressiva: un uomo si libera dello stress confessandolo alla carta
La scrittura espressiva è uno strumento potente per veicolare le emozioni e liberarci dello stress legato a un evento passato.

Scrittura espressiva e suoi effetti

L’atto di scrivere sottende una riflessione profonda e un’analisi completa. Nel parlare si pensa poco e, spesso, si agisce in maniera impulsiva, talvolta pentendosi immediatamente di quanto detto. Scrivendo c’è invece più tempo per esprimere la parte profonda di ognuno di noi, quella che spesso neppure conosciamo bene. La scrittura espressiva ci offre la possibilità di guardarci dentro, mantenendo equilibrio e distacco emotivo. Se l’oralità è la dimensione dell’immediatezza, la parola scritta è quella della rielaborazione che perdura nel tempo. Tanto che i suoi effetti benefici non sarebbero visibili sul breve periodo, bensì su quello medio e lungo.

Gli esperimenti condotti da Pennebaker con i suoi studenti riportarono risultati strabilianti. La metà della classe che aveva dovuto portare a termine esercizi quotidiani di scrittura espressiva fece registrare, a fine test, un miglioramento della salute fisica e una più elevata funzionalità del sistema immunitario. Il ricercatore concluse che scrivere in maniera espressiva, enfatizzando dunque l’atto liberatorio più che la correttezza grammaticale, potesse condurre a un aumento dell’attivazione fisiologica sul breve termine e a una diminuzione dei problemi di salute sul lungo.

Pennebaker diede avvio a un filone di ricerca completamente nuovo per l’epoca – erano gli anni ’80 – il quale riuscì a dimostrare, nel corso dei decenni più recenti, l’effettiva esistenza di una serie di benefici correlati alla scrittura espressiva. Gli studiosi si trovano d’accordo sul fatto che aprirci a noi stessi abbia un forte effetto terapeutico. Il termine utilizzato dagli psicologi è quello di catarsi emotiva. Per poter godere di questi benefici non basta però mettere per iscritto soltanto le emozioni legate all’esperienza traumatica. Occorre anche riportare correttamente tutti gli eventi che l’abbiano scatenata. Solo a questo punto avremo davvero lasciato andare lo stress provocato dall’evento scatenante.

Liberiamo il nostro scrittore interiore

Aprire un dialogo con sé stessi e le proprie esperienze può condurre all’eliminazione o allo smussamento delle reazioni negative. Perché tale azione vada a buon fine, le conversazioni intrapersonali devono essere prolungate e ripetute. Proviamo a scrivere di eventi fonti di stress per almeno tre sessioni, lunghe 15 minuti ciascuna, e ci sentiremo più sollevati. Non occorre essere autori affermati, basta infatti la disponibilità ad aprirsi e riempire il foglio con parole che descrivano il nostro malessere, mettendole in fila anche senza una perfetta correlazione grammaticale. Il setting di scrittura deve essere ottimale: tranquillo e senza distrazioni. Si può scrivere in casa o in un altro luogo intimo e silenzioso.

Registrare l’andamento dei nostri pensieri e rielaborare episodi problematici ci può aiutare a esprimere in maniera libera e corretta le nostre emozioni, comprese quelle dolorose e che preferiremmo tenere nascoste.

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