Cinema

SanPa

7 Gennaio 2021
4 commenti
SanPa

Ho visto SanPa su Netflix.
Un bel documentario capace di descrivere una realtà complessa senza pregiudizi o schieramenti ideologici.
Hanno parlato alcuni dei protagonisti e ne è derivata una descrizione a mio avviso sufficientemente verosimile.
Qualche giorno prima avevo visto l’isola delle Rose, bel film su un’esperienza breve ma intensa.

San Patrignano e l’Isola delle Rose: due utopie e due stati indipendenti con scopi e prospettive sociali e storiche decisamente diverse ovviamente.

Da questo voglio partire per descrivere brevemente le emozioni e le riflessioni che SanPa ha suscitato in me .
Intensa partecipazione per un compito oltremodo difficile in un momento storico particolarmente turbolento: allora lavoravo in un Servizio di Salute Mentale pubblico e mi si chiedeva di compilare le famose ricette “gialle” per i programmi di disassuefazione o riduzione del danno nei tossicodipendenti da eroina usando metadone o morfina.
Non ero allineato su questa posizione molto spesso sbagliavo le ricette per cui non ero molto appetito dagli utenti.
Mi sono poi dedicato alla costruzione di un sistema (rete) di strutture comunitarie denominata Redancia , per pazienti psichiatrici gravi; non mi sono occupato di tossicodipendenze se non per le comorbilità.
Ho evitato di fare grandi strutture dimensionandole piuttosto su criteri di grandi famiglie o forse meglio di piccoli gruppi (al massimo nuclei da 20 posti).
Questo perché avevo, seppur in fase finale, lavorato nell’ospedale di Cogoleto dove soggiornavano ancora quasi un migliaio di persone e mi ero reso conto dell’impossibilità di governare e rendere terapeutico un intervento dedicato a questa folla di persone eterogenee e come questo tentativo si poteva rivolgere facilmente contro il suo leader distruggendolo in quanto la forza dell’istituzione è evidentemente nociva e contraria alla terapia trasformativa di persone che necessitano di veri rapporti indirizzati in prospettiva psicoterapica.

Il Muccioli descritto è sicuramente una persona eccezionale dotata di una grande capacità di leadership che ha visto crescere la sua creatura che ha amato intensamente fino a confondersi con essa perdendo il senso del limite e inebriandosi con una fame di fama che lo ha non solo logorato, ma anche distrutto (carnefice e vittima).
L’amore che teorizzava come salvifico dei ragazzi che a lui si univano (sottolineo il termine che esplicita un metodo) si è tramutato in rabbia se non odio come appare evidente dal bel documentario.

Che dire, per sapere se sono più i benefici che i danni di un’esperienza unica per metodi e dimensioni, bisognerebbe avere dati e studiare il follow-up con rigorosi metodi statistici, ma penso che manchi questa possibilità e forse non interessa a nessuno perché non fa notizia e allora dobbiamo rassegnarci alle discussioni da bar sport che caratterizzano la nostra società con i rischi connessi a culture povere che sfruttano la passione senza un adeguato pensiero per fini propri più o meno coscientemente: la vicenda americana di Trump dovrebbe farci riflettere.


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4 risposte.

  1. roberta antonello ha detto:

    non ho visto né l’uno né l’altro film. No, non ci sono statistiche se non quelle fallaci della mia memoria, immersa in quel tempo tra ricette gialle ( è la prima cosa che mi è stata chiesta con mio stupore dal primario perché potessi essere utile… ) e i tanti tanti tossicodipendenti ho lavorato tanto. E ho visi storie vicende dentro di me.
    Ma una cosa posso dire, oltre i risultati di un follow-up che non so, il bisogno di figure carismatiche era direttamente proporzionale all’ l’evitamento di relazioni, contatti emotivi. E i sostitutivi, come le ricette gialle, funzionavano come i leader carismatici. Le parole dei leader, degli inconsapevoli o consapevoli manipolatori-manipolati funzionavano così. Pazienti e medici, salvatori e salvati, leader e seguaci.
    Niente di nuovo, qualcosa al posto di un contatto che non si riesce ad ottenere e che sembra soddisfatto da una dipendenza. Non basta la statistica e il follow-up.
    E’ importante riuscire a mantenere quel difficile rapporto con l’altra persona. Nel nostro mestiere. E anche fuori da quello. Per non fare cazzate.

  2. Gg ha detto:

    I ritengo che disporre dei dati relativi agli interventi svolti e verificare gli esiti degli stessi sia segno di rispetto dei pazienti che si affidano a noi e permetta di individuare protocollo di trattamento che permettano ai pazienti di scegliere
    Questo non impedirà a Roneta di svolgere il suo lavoro con le caratteristiche umane su coinvolgimento che la caratterizzano
    È ora che la psichiatria esca dall’autoreferenalità che l’ha sempre caratterizzata
    Il redancia sistema serve anche a questo
    Per quanto riguarda il caso di Sanpa ci troveremmo ora a disporre di quello di buono che eventualmente indubbiamente c’è stato o perlomeno a ragionare su come oltre 20000 persone abbiamo chiesto di andare a “curarsi “Lì

  3. roberta antonello ha detto:

    io sono pienamente d’accordo sull’utilità, anzi la necessità, il dovere, di statistica e follow-up in psichiatria ed anche sul danno che l’autoreferenzialità provoca. E forse la mia osservazione ed esperienza voleva sottolineare anche il guaio del riferirsi a se stessi, spostandosi dalla difficoltà, dalla complessità dell’incontro con l’altro . Il successo, l’attrazione non sono segni di valore volevo dire, possono essere anche segni di dipendenza che provocheranno un sgretolamento o degli errori o delle mostruosità. La capacità di restare aperti alla ricerca e al confronto, al contatto con l’altro sono gli antidoti. E la ricerca, la statistica, il follow-up sono in questa direzione come il confronto aperto e onesto tra le tecniche.
    Sulla mia esperienza con le comunità per tossicodipendenze ed incontri con leader posso solo dire che mi hanno turbato e formato.

  4. Federico Russo ha detto:

    Ho visto SanPa e letto il commento che hai scritto su psychiatryonline.
    Trovo molto interessante che, grazie ad un elevatissimo lavoro di regia documentariale, ci sia tanta attenzione nei confronti di una vicenda complessa e ormai accantonata dalla storia.
    Mi conferma che, quando ben organizzati, i contenuti del nostro lavoro possono essere molto interessanti per la società, aprire interrogativi e domande. E’ chiaro che la vicenda Muccioli ha attraversato tutto il tessuto connettivo italiano e rappresenta l’osservatorio di un epoca. Ma è tuttora vivo il problema della contenzione, dell’uso spropositato di psicofarmaci, della decadenza della psicoterapia propriamente detta, di una distanza siderale tra società civile e follia, quando si tratta di fornire supporti concreti, accompagnamenti personalizzati (interessante il concetto uno ad uno portato avanti a San Patrignano e l’uso degli “utenti esperti”), accesso al lavoro supportato e all’abitare supportato. E il potenziale dell’arte, della riabilitazione? E gli interventi innovativi, come la terapia amniotica? E la grande forza trasformativa del gruppo di psicoanalisi multifamiliare?
    Penso che potremmo mettere insieme idee e risorse per costruire una piattaforma di informazione, cultura, arte e salute mentale per veicolare contenuti e qualità. Io sto provandoci da un pò. Magari riusciamo a salire tutti a bordo e ci garantiamo una navigazione più sicura e, perché no, divertente.

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