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Recensione del libro: “Sulla Cattiva Strada” di Sara Benedetti

12 Maggio 2022
1 commento
Recensione del libro: “Sulla Cattiva Strada” di Sara Benedetti

Regalare un libro ad un’altra persona, per me, è una cosa estremamente difficile da fare.

Sarà per questo che non ne ho regalato moltissimi, anzi, meglio dire, ho regalato più volte dei libri, ma a poche persone.

Condizione fondamentale affinchè il mio abbozzato ragionamento aspiri ad avere un qualche senso, è che il/i libri in questione io l’abbia non soltanto letto, ma per così dire, “sentito”.

In questo caso infatti ho come l’impressione che regalarlo ad un’altra persona e implicitamente dirle “tieni leggilo, io l’ho fatto!” equivalga ad un gesto che espone una parte di sé, non necessariamente palese a tutti; e più si tiene a quel libro, più il ragionamento mi suona giusto.

Stesso meccanismo mi si innesca quando ricevo un libro in dono: poco importa se l’altro è spinto, come me, da moti più o meno consapevoli di rispecchiamento e condivisione interiore; oppure abbia preso dallo scaffale all’ultimo minuto il best seller del momento; quello che in me scatta, automaticamente, è quella curiosità, mista al timore di una delusione, di immaginare che l’altro presupponga una parte di te, una qual conoscenza di te come uno che può capire e ritrovarsi in quei contenuti e significati.

Vorrei parlare brevemente di una storia, raccontata da un’autrice che non conoscevo, in un libro che, probabilmente, non avrei comprato vedendolo in libreria e leggendo la quarta di copertina.

Una storia che però ho sentito molto, che nella sua essenzialità e semplicità ha saputo toccare corde a me familiari, e farle risuonare.

Si tratta di un romanzo corale, di formazione si direbbe, dove tuttavia l’impressione prevalente è che non ci sia davvero una possibilità di scelta e di vero cambiamento, nella realtà degli avvenimenti che si susseguono, e, allo stesso drammatico modo, nella testa dei protagonisti: un destino, incantesimo? o maledizione… che accomuna tutti i carruggiai.

Il romanzo, infatti, è ambientato nei vicoli della Genova vecchia, e le vite dei vari personaggi, “fratelli di strada”, sembrano percorrere e ripercorrere, sempre le stesse tappe, e sempre allo stesso modo, come se chi sia venuto prima non abbia dato soltanto un’impronta di possibile cammino, ma abbia tracciato un solco sul sentiero, una fenditura così profonda da cui poi risulta impossibile scostarsi: chi devia leggermente, o soltanto si azzarda a fantasticarsi in una vita diversa, in un altrove diverso, sembra essere presto catapultato indietro, al punto di partenza, come da una forza centripeta che non permette scostamenti significativi dal suo nucleo.

E, a ben vedere, questo nucleo che attrae e repelle, ma da cui nessuno riesce alla fine ad affrancarsi, è “un buco nero che ti nasceva nel cervello o nella pancia per le cose che avevi visto o che ti avevano fatto fin da quando eri piccolo. Ed era difficile tirarsene fuori, perché tutto quello che succedeva, anche il bello, finiva lì dentro, risucchiato da una forza sconosciuta, e scompariva”.

E’ la legge delle 3 C che accomuna tutti i vicolari, solo UNO è riuscito ad andarsene per davvero e non tornare, ma sembra più un’entità che una persona vera, a cavallo tra mito e leggenda: Collegio, Comunità, Carcere.

Genova stessa assurge a personaggio, e forse, tra tutti è quello che maggiormente si trasforma durante i trent’anni in cui si snodano le vicende narrate, e lo fa attraverso l’avvicendarsi delle diverse etnie che popolano i carruggi e le rispettive attività commerciali; attraverso i cambiamenti nella prevalenza delle sostanze stupefacenti, col passaggio dall’eroina alle nuove droghe, quelle dello sballo, l’ecstasy; attraverso le grandi tragedie che la feriscono, dal G8 al crollo del Morandi, dalle quali, tuttavia, sembra riemergere, sempre fedele a se stessa, ma con una forza e un orgoglio rinnovati.

La scrittrice riesce a trasmettere il senso di ineluttabilità di queste storie che “andranno sempre nel verso sbagliato”, si potrebbe dire, per determinismo logistico, senza tuttavia incedere in pietismi, trovando un equilibrio perfetto tra un alone di speranza (che ricorda tanto lo spicchio di cielo appena visibile sopra i tetti dei palazzi dei carruggi, stretti stretti tra loro), alimentato da una linea vitale, benché sempre, o prima o dopo, auto o etero distruttiva, e quello che poi davvero accade: processi, risse, furti, prigione, lutti, nascite, perdite…

Una mancanza assoluta di giudizio, non trasforma la narrazione in mera cronaca, ma permette al lettore di partecipare, di sentire e vivere le emozioni che sentono i personaggi, di credere, al fianco dei protagonisti, così come credono loro (chissà), ogni volta, che si riuscirà ad essere fedeli a sé stessi e allo stesso tempo a cambiare. Non ci sono aspettative, ma nemmeno rassegnazione.

Sento che c’è una inquietudine con cui bisogna fare i conti, che non va addomesticata, perché non lo permetterebbe e perché sarebbe un peccato; ma alla quale è importante non sottomettersi mai completamente. Ora va ascoltata, ora messa a tacere, imparando, ciascuno Sulla propria Cattiva Strada, come meglio fare i conti col buco nero del proprio cervello e della propria pancia.


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Una risposta.

  1. Niccolò ha detto:

    Sembra molto interessante complimenti per le recensione , tra l altro l immagine di copertina la conosco molto bene è un quadro di Alex Colville un artista che ha ispirato il regista Michael Mann nel creare Heat la sfida il film con Robert de Niro e Al Pacino .

    Grazie

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