Vaso di Pandora

Recensione al film “Una relazione privata” di Frédéric Fonteyne

L’uomo e la donna visti nel film si incontrano tramite un’inserzione su una rivista pornografica per vivere una “relazione privata”, fare qualcosa di indicibile – questo forse può riportarci a quello di più profondo, tormentante e indicibile che i protagonisti nascondono dentro di loro – e nessuno dei due rivelerà cosa, durante tutta la storia strutturata a tratti come un’intervista.

L’ impressione e la sensazione forse più pregnante e a volte sottilmente dolorosa provocata dai personaggi è che paiono vivere e morire all’interno della dimensione di questa relazione: non esiste altro tipo di legame parallelo alla storia, né di parentela, né di amicizia, né di lavoro e nemmeno si parla in alcun modo di ciò che accade al di fuori dei loro incontri.

D’altra parte “si è stabilita una regola implicita, non parlare mai della nostra vita, insomma quello che chiamiamo normalmente la nostra vita, l’età il nome , la professione…non aveva tutta questa importanza (…) e ancora, quando a lui sembra di averla persa si rende conto di” non conoscere di lei nemmeno il nome, nemmeno il cognome, l’indirizzo, il numero di telefono…se giovedì non fosse venuta l’avrei persa”

Diventa inevitabile, allora viversi attraverso luoghi comuni nel disperato tentativo, forse, di riempire un vuoto che i due fatalmente percepiscono: “In genere sono le donne che arrivano sempre in ritardo(…); In genere sono gli uomini che dimenticano di dire buongiorno(…)

Il loro spasmodico bisogno di una relazione viene spesso sovrastato e sfuocato dai meccanismi messi in atto per difendersene: durante l’intervista presa a lui e a lei separatamente, per esempio, spesso le risposte divergono in maniera palese, segno probabile che nemmeno il ricordo di ciò che è stato vissuto può esistere come il ricordo di un rapporto possibile.

La modalità di incontro “al buio” e il silenzio sulla loro vita fanno poi pensare ad ognuno dei due come ad un involucro vuoto nel quale l’altro può mettere ciò che più gli piace: ogni bisogno da soddisfare, ogni sofferenza da lenire; una idealizzazione estrema: “non c’erano più problemi di seduzione non c’erano più problemi sessuali, era perfetto,, per la prima volta stavo bene così con un uomo”, ma non sembra esserci, se non in tentativi molto sofferti, un reale desiderio di conoscenza dell’altro.

Vi si ritrova invece una disperata urgenza di aggrapparsi a qualcuno che serva a mettere in scena “il proprio mondo interno” saturo di bisogni spaventosi, senza speranza di essere soddisfatti, dei protagonisti: “non cercavo una persona particolare(…)”,”ho conosciuto molti uomini di tipo diverso, io non ho un genere, mi piacciono tutti i generi(…)

Pare tragicamente non esservi possibilità di scelta e quindi di sentirsi un individuo che si fa carico della responsabilità di valutare e di separare ciò che piace da ciò che non piace; al limite questa degrada solo nella passiva accettazione di essere scelti a priori.

La fissità di alcuni rituali, inoltre ,sembra congelare buona parte di questa storia: i giorni fissi scandiscono e controllano le tappe degli incontri; certo la seconda volta non è già più una novità! Ci si tiene a distanza dandosi del lei anche dopo essersi incontrati per diverse volte…

Tuttavia, pare ad un tratto che il bisogno di avere una relazione senza starci davvero dentro possa trasformarsi, c’è un tentativo di conoscenza, forse di ri-conoscenza: “mi stavo abituando a lei (…) i suoi difetti sono spariti, mi abituavo a lei, al suo viso, al suo corpo alla sua voce(…); sentire un uomo che ti desidera e sentire che anche tu lo desideri nello stesso tempo è la cosa più sconvolgente. Mala possibilità di desiderare qualcuno che ti desidera proprio perché è una sensazione bella e piacevole paradossalmente si trasfigura in maniera mostruosa in qualcosa di sconvolgente e l’eccitazione allo stesso modo diventa “agitazione”.

La prima volta che decidono di “fare l’amore” cioè di non fare la cosa indicibile lei è “agitata come una pulce” e lui: “mi ripugna quasi (…) è ancora meglio quando ripugna quasi, esattamente al limite dell’insopportabile…

Quest’uomo e questa donna hanno osato troppo? Il fatto di aver solo provato a sentire il calore di una relazione, di essere stati troppo bene ha assunto contorni ripugnanti , intrisi di sensi di colpa; sembra quasi – visione apocalittica – aprirsi la strada per una relazione più profonda? “Siamo stati bene non trovi? In realtà è questo che mi ha smontato, è stato troppo piacevole”

Mi sentivo smarrita, all’improvviso non sapevo più che cosa provare, mi sentivo smarrita”: il viso contratto, l’andatura barcollante, la fuga verso l’estremo rifugio, verso l’anestesia emotiva e la confusione; rendersi simile alla morte per non provare dolore….

Ad un certo punto accade qualcosa che pare portare i due maggiormente vicini ad un confronto vissuto come destabilizzante, alla delusione: la morte di un vecchio signore da loro appena conosciuto casualmente li fa partecipi di una tristissima storia familiare durata anni e vissuta tra inganni e disillusioni: quasi loro stessi fra molti anni se decideranno di continuare la loro relazione.

Sono gli unici personaggi esterni alla coppia di un certo rilievo che appaiono nel film e forse gli spettri del loro terrore…”sono quarant’anni che mi uccido” dice il vecchio prima di morire riferendosi alla sua dolorosa esperienza nei rapporti umani e “non chiamate mia moglie, non la sopporto più mia moglie”.

E l’anziana donna dopo aver rivelato loro i patimenti di tutta una vita insieme al marito li mette al corrente di volersi uccidere; cosa che farà qualche giorno più tardi.

Il duro colpo sembra dare un registro diverso alla relazione tra i nostri due, lei gli dichiara di amarlo e lui piange di commozione per questo; visto l’epilogo però sembra possa essere un tentativo ancora una volta disperato messo in atto al fine di negare tutto ciò che hanno visto e che sentono esaltandone invece il significato: “voglio sposarti, invecchiare eportare la dentiera con te” gli dice lei ma sotto riappare il fantasma che tutto possa essere falso, che sia un modo di dire per non vedere tutto ciò che di terribile sta accadendo o accadrà…

L’ultimo incontro salta agli occhi per la confusione provata dai protagonisti, per la passività che manifestano nella decisione da prendere se restare insieme o lasciarsi: sembra davvero che sia uguale per loro tanto che dalla visione dell’altro come “ la donna della mia vita” si passa immediatamente dopo a: “non funzionerà mai”; la medaglia mostra le due facce molto rapidamente e tutta la farina sembra trasformarsi immediatamente in crusca,da rifiutare: tu sei tutto ma poiché non potrai mai essere tutto, sei nulla.

E davvero nulla rimane di questa storia: lei rivede l’uomo e sembra idealizzarlo ancora, certo è bello ma ormai è finita; non è possibile più alcuna illusione se non ritrovarsi soli magari a ripetere lo stesso copione mille volte così come lo si descrive all’intervistatore.

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