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Quant’è sottile la linea rossa che separa corpo e mente

Redazione
29 Giugno 2017
1 commento
Quant’è sottile la linea rossa che separa corpo e mente

Commento alla notizia apparsa su la Repubblica il 27 giugno 2017
Problema vecchio quanto il nostro pensiero.  E’ ben difficile – se non per la fede – considerare corpo e mente due entità distinte e separate, poiché  nessuno è mai riuscito a fornire prove convincenti del possibile verificarsi di attività mentali svincolate da un corpo fisico vivente.

Essi tuttavia, benché facce di un’unica realtà, sono sottoposti a due  statuti epistemologici diversi, come ben evidenziato da Cartesio. Giustamente egli diceva che la nostra attività di pensiero è la sola cosa di cui siamo davvero certi, ben più che dei dati sensoriali; ma ciò è vero soltanto per il mio vissuto – cognitivo e/o emotivo – individuale, mentre quello dell’altro da me  è difficilmente accessibile.
E noi abbiamo bisogno – soprattutto nella teorizzazione scientifica ma non soltanto – di superare il dato individuale per accedere a “verità” o almeno a linee guida generali, trasmissibili e condivisibili.   E’ questo uno dei limiti dell’introspezione.
Da qui, credo, il ricorrente tentativo –  anch’esso vecchio quanto l’umanità – di considerare l’attività mentale come una “cosa”, oggettiva quanto le realtà appartenenti  al mondo esterno.
Da qui il concetto di “anima”, dal greco “anemos” che significa soffio, vento, e dunque qualcosa di  concreto, quasi materiale tanto che, ricorda  Monticini  rifacendosi a Cazzolaro, qualcuno ha preteso di pesarla. Da qui, anche, il termine cartesiano “res cogitans”, anche se è difficile ritenere  che le cose  pensino.
Avvicinandoci a noi, penetrante l’analisi di Karl Jaspers: la realtà mentale (preciserei nuovamente: dell’altro) non può essere oggetto di esperienza diretta, ma solo desunta da una serie di fenomeni che, appartenendo al mondo esterno, sono da noi percepibili: “l’anima in sé non è un oggetto.
Lo diviene in quanto si mostra percettibile nel mondo: con manifestazioni somatiche concomitanti, espressioni comprensibili, comportamenti, atti, linguaggio”.
Dunque, se certamente sperimentiamo i  nostri personali eventi mentali, non possiamo che rappresentarci in qualche modo quelli altrui.
Credo dunque che quello di Jaspers sia un punto di svolta, un giro di boa: egli considera ancora l’attività mentale come un oggetto (tanto da impiegare il termine “anima”) ma rileva che come tale non è coglibile; anche se il suo è ancora un approccio oggettivante, tuttavia ne rileva i pesanti limiti.
Crea così i presupposti perché si apra una nuova direzione: non più da una parte una mente che tenta di osservare obbiettivamente e dall’altra una mente oggetto di osservazione scientifica; ma un approccio conoscitivo (e terapeutico) che punta all’intersoggettività.
E qui si aprirebbe un discorso troppo lungo : dall’incontro empatico al valore conoscitivo e curativo del controtransfert, a quello specifico momento di incontro con le neuroscienze propiziato dalle ricerche sui neuroni specchio.
A titolo assolutamente personale, mi pare tuttavia che gli importanti progressi delle neuroscienze non rovescino i termini del problema: anche nell’ipotesi – ancora lontana dal realizzarsi – di una totale corrispondenza fra  le realtà mentali e quelle dell’anatomia, del neuroimaging e della biologia  molecolare, credo che le prime manterrebbero pieno diritto di  essere considerate in quanto  tali.
Poiché la mia mente è ciò che più indiscutibilmente mi costituisce, mi pare impensabile che possa esser compiutamente rappresentata da una qualche realtà esteriore o comunque appartenente, come il mio soma, ad aree meno centrali del mio Sé.



Una risposta.

  1. FELICE ALESSANDRO SPATA ha detto:

    Forse, non è poi così vero che “In principio era il Verbo”. Espressione che non è priva di una qualche ambiguità. Allora, forse, “In principio fu l’Azione, poi venne il Gesto. E infine la Parola”. Dico questo per sottolineare l’ipotesi (fomentata anche dalla vulgata che ha come oggetto di ricerca proprio i “neuroni specchio“ citati dal Prof. Pisseri) di una sostanziale continuità ontogenetica e filogenetica tra gesto e linguaggio come dimostrerebbero anche certi studi sulla lingua dei segni che potenzialmente possono fornire un ulteriore supporto all’ipotesi di un’origine comune tra gestualità e vocalità (vedi tra gli altri, Levanen et all, 2001) L’idea è che persino funzioni mentali superiori come il linguaggio sono indissolubilmente legate al “movimento di un corpo” (alla necessità della sua presenza fisica, quindi), all’azione di un arto (superiore, in tal caso). Qualcuno ricorda la corteccia premotoria della scimmia, la famosa area F5, coinvolta nel controllo dei movimenti di mano e bocca e corrispondente all’area di Broca umana (area di Brodmann 44 e 45, emisfero cerebrale sinistro). Il cerchio si chiude se pensiamo alla posizione dell’intramontabile Vygotskij che sostiene l’interdipendenza tra linguaggio e pensiero in un continuum ineluttabile. Pensate allora: “azione” (movimento)- linguaggio- pensiero. Non si scappa! Per sviluppare la mente ci vuole un corpo. Un corpo in interazione con altri corpi, ancora meglio.
    Sebbene persino nel “verbo” di per sé sia contenuta sempre un’idea del movimento, del “divenire”, in qualche modo. Quel “divenire” che secondo le sacre scritture (vedi anche “Gv 1 ,1”, eventualmente) è prerogativa delle “creature” mortali, effimere, per definizione. Quel “divenire” in contrapposizione alla “pienezza dell’essere” eterno, sopra ogni divenire. Ops! Sembrano risuonare ancora certe argomentazioni heideggeriane recenti, ma mi guardo bene dal tediarvi ulteriormente sulla materia (seppure un approfondimento non guasterebbe, considerato che secondo alcuni studiosi quell’essere cui il filosofo tedesco dedicò l’intera sua esistenza pare fosse proprio “Dio” o comunque un “dio”. Ma questa è un’altra storia).
    A proposito! L’innamorata/o che in preda a parossismo ormonale urla all’amante “Non è la tua mente che mi interessa. È il tuo corpo che voglio!”, sta commettendo verosimilmente un grossissimo errore epistemologico oltre che a fallire inesorabilmente la tattica di seduzione, in taluni casi (:-#)

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