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Prendersi cura delle parole

19 Febbraio 2021
2 commenti
Prendersi cura delle parole

Aut aut Fascicolo 388 – Anno 2020

La parola ha smesso da tempo di essere – se mai lo è stata – l’indiscusso intervento di elezione, o addirittura esclusivo, nelle terapie relazionali, specialmente se rivolte a pazienti psicotici; e tuttavia mantiene il suo senso e valore, considerando anche che accanto alla più evidente dimensione “digitale” ne conserva una analogica. Per questo mi ha interessato il numero monotematico di questa rivista “Prendersi cura delle parole”. I contributi più rilevanti per la nostra disciplina mi sono parsi quello dei  filosofi   Pier Aldo Rovatti e Annarosa Buttarelli. 

  Rovatti ci parla del linguaggio oggi divenuto dominante almeno in molti ambiti: nei talk show specialmente a temi politici, temi questi che si affidano anche ai vari social, perfino con iniziative e decisioni di portata mondiale annunziate con un “cinguettio”. La difesa che propone sta nell’ ”abitare” criticamente questa modalità espressiva, dunque senza ignorarla ma senza farsi sommergere dai suoi stereotipi o da quella che si propone di chiamare “allarmante entropia”, intesa come livellamento verso il basso. Il prendersi cura delle parole può finire col divenire qualcosa di simile  proprio a una terapia, a un curare un linguaggio malato. Un’etica del linguaggio ci invita dunque a contrastare un lessico fatto di corti circuiti e di istantaneità, a recuperare parole più ospitali e pensose, più atte a favorire l’ascolto proprio in virtù della loro lentezza.

 E’ un messaggio che trova  pronto l’operatore psichiatrico, avvezzo da sempre a riconoscere questa esigenza. Ed è possibile che le Comunità Psichiatriche trovino valenza terapeutica anche in quanto sede di un più lento scorrere del tempo che, senza giungere – ovvio – a quel suo arresto che si verificava nel manicomi, apra tuttavia spazi a un ascolto non affrettato. Ma ognuno di noi vive necessariamente – e per fortuna! – anche nel mondo esterno; e non è impossibile che la crescente frettolosità, la sinteticità, l’imperiosità dei messaggi che ci bombardano finisca in qualche modo col contagiarci. Ciò potrebbe  forse incrinare  la nostra capacità di ascoltare, e non solo: anche quella di favorire l’attitudine del paziente all’ascolto, perché il problema è bilaterale e reciproco.   Il vero ascolto presuppone la dimensione empatica: tema questo trattato nel volume da Annarosa Buttarelli. L’empatia è condizione di autentica comunicazione intersoggettiva basata sul senso e l’esperienza dell’alterità, e su un concetto dell’essere come “essere in relazione”. Questo può mancare, paradossalmente,  se si va al di là dell’empatia giungendo all’immedesimazione, a mettersi, come dicono gli inglesi, “nelle scarpe dell’altro”: eccesso che potrebbe condurre a forme di burn out.  L’empatia è dunque esperienza dell’”essere con” per differenza, non per identità, e dell’ intenzione di prendersi cura di questa differenza.  Qui si chiude  il cerchio con il problema del linguaggio: con l’invito a trovare le parole che esprimano l’esperienza empatica, che curino la solitudine dell’altro: solitudine così estrema, possiamo aggiungere noi, in tanti pazienti psicotici.


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2 risposte.

  1. roberta antonello ha detto:

    in questa direzione stimolare favorire e collegare comunicazioni scritte tra persone psicotiche è stata e continua ad essere una esperienza vissuta con beneficio…prima scrivendo poi ascoltando gli scritti dell’altro in un tempo dilatato …il lockdown ha sciolto il gruppo di scrittura di persona purtroppo e non è lo stesso trasmettere scritti per web…ma lo sforzo che lo scrivere implica di esprimere e tradurre in parole ancorandolo ad una comunicazione con l’altro qualcosa di interno per alcuni persiste, per altri facilita un alleggerimento di peso interno che consegna all’altro.

  2. A F. Spata ha detto:

    È proprio vero. La sottolineatura del Prof. Pisseri è importante. Voglio dire quando scrive che «la parola ha smesso da tempo di essere – se mai lo è stata – l’indiscusso intervento di elezione, o addirittura esclusivo, nelle terapie relazionali…». “Abbiamo perso l’abitudine” a parlare ai pazienti? Mah! Siamo diventati bravissimi a – fargli fare delle cose -, però. Ma come si fa esattamente a parlare con una persona “psicotica”? (termine quest’ultimo che è diventato ormai un ampio calderone, temo). Come fai a parlare ad una persona con spiccati aspetti ossessivi o narcisisti o schizoidi, ad esempio? Ok, tutte definizioni queste che lasciano il tempo che trovano. Perché è vero che ti rivolgi ad una persona nella sua globalità e complessità. Non è che parli esattamente ai suoi aspetti ossessivi tout court. Ma trattandosi comunque di una relazione professionale oltre che profondamente umana, male non farebbe per esempio capire quali tratti della personalità sono prevalenti nell’espressione dei sintomi più superficiali. Forse manca un approfondimento della personalità alla base dei disturbi conclamati? E’ anche vero che questo “vuoto” di informazione può costituire uno stimolo ad approfondire ulteriormente la relazione, a costruirla giorno per giorno con la persona-paziente. Ma questo va fatto comunque. Valutare, ad esempio, se alla base di una tossicodipendenza staziona una struttura psicotica o nevrotica o un’organizzazione border di personalità e quali tratti prevalgono quanto ci aiuta nella relazione con la persona tossicodipendente? Quanto è utile al “buon risultato” del percorso riabilitativo? Può avere un senso, ancora, discutere di “personalità” in un contesto riabilitativo? Insomma, è più complesso il concetto di quanto appaia. Come più complessi sono gli “psicotici” di quanto “appaiano”. Si potrebbe approfondire meglio, se credete.
    Ma ritornando all’importanza delle parole e tanto per allargare il discorso alla società mi viene spontaneo il parallelo ancora una volta con la pandemia. Difficile sfuggire, almeno per me, al simbolismo del contesto pandemico attuale. La pandemia sta diventando una sorta di “gold standard” il più scrupoloso possibile per valutare o confermare tutti i dubbi cosmici che ci prendono quotidianamente sul funzionamento del sistema di cui nolenti o volenti siamo partecipi. È vero che la pandemia è pur sempre un “segno”. Semmai il rischio può essere quello dell’eccesso di “semiotizzazione” ovvero l’ aumento improprio delle sue proprietà segniche. La pandemia non può essere segno di qualunque cosa, ovviamente.
    Spero di non cadere in questo eccesso interpretativo se dico che “La pandemia è linguaggio”. “Ginsberg” mi perdoni per la discutibile parafrasi. Anzi meglio: la pandemia è “metalinguaggio”, poiché suo imprescindibile presupposto (della pandemia, voglio dire) è – la promozione e il suo conseguente sviluppo di uno stile di vita esiziale per la vita stessa -. E non dico nulla di nuovo se ricordo che persino l’esito delle pandemie risente grandemente della divisione ideologica degli umani e dalla loro chiassosa retorica. Nemmeno la biologia si sottrae alle polemiche dottrinali e di partito, dopotutto. I danni che certo (meta)linguaggio può procurare sono variabili e molto incerti: è una questione di esposizione, pare.
    Adesso, mi piacerebbe poter coerentemente urlare “io qui dichiaro la fine della pandemia” (Ginsberg mi perdoni ancora. Mi perdoni sempre. Sigh!) Ma prima che attiviate immancabilmente il 118, vorrei rassicurare che la tal cosa, con tutta evidenza, non può funzionare. Non questa volta, almeno. – I virus non si combattono a parole – (non completamente, se non altro) e questo rimarcherebbe semmai l’ulteriore differenza tra una pandemia e una guerra tout court, sebbene il linguaggio di certi commentatori si ostini ad accostare i due fenomeni.
    Secondo me, il punto è che il linguaggio ha la pericolosa tendenza a diventare autoreferenziale, cioè rischia di trasformarsi in un insopportabile fine di per sè, e non più il mezzo, per conseguire, ad esempio, gli obiettivi prefissati di salute e difesa della comunità, come in questo frangente storico. Allora, trattandosi di pandemia, il linguaggio alla fine rischia di non essere più dettato da evidenze scientifiche, come sarebbe auspicabile, forse, nella situazione contingente.
    È vero che – l’igiene del mondo – passa anche attraverso il filtraggio di certi “meteorismi verbali” incontrollabili che si scaricano in pubblico senza vergogna e i cui miasmi finiscono per persistere a lungo ammorbando i pensieri di molti, anche tanti mesi, anche tanti anni dopo che sono stati emessi. A tal proposito mi sovviene quel: “il virus è clinicamente morto”, locuzione pronunciata a suo tempo in tv da un rinomato anestesista. Un personaggio che senza nemmeno l’arguzia verbale tipica dell’attore da commedia dell’arte o del macchiettista si permette di “giocare” con il fuoco delle parole e senza neanche il vantaggio di provocare l’ombra di un sorriso.
    E se fosse davvero “soltanto” una questione di linguaggio, alla fine? Oggi, che i media parlano di questo virus soprattutto per descriverne l’inarrestabile diffusione nel pianeta ci rendiamo conto di quanto sia importante il linguaggio che, se mal utilizzato, può trasformarsi a sua volta in un virus implacabile. Vedi certi politici che non distinguono il ruolo di opposizione dal più bieco sciacallaggio. O certe gaffe di presidentesse fresche di nomina “affette” da Bce che non è esattamente un morbo tipo la Tbc, ma più umilmente la Banca Centrale Europea che qualcuno pensa che andrebbe comunque debellata come certe malattie endemiche. E dire: “sono morti di corona virus” non è lo stesso che dire “sono morti col corona virus”, la differenza non è sottile. D’accordo! Ti cambia molto nella percezione della situazione? Sebbene io immagini che certe disquisizioni statistiche impressionino davvero poco coloro che ci sono rimasti secchi o i loro congiunti addolorati. E sapere che fortunatamente nessuna crescita può continuare ad essere esponenziale e che ad un certo punto si osservano dei comportamenti di saturazione lascerà abbastanza indifferenti tutti coloro che assistono impotenti all’implacabilità del fenomeno ballando nervosamente sui balconi di casa o stazionando rassegnati e increduli dinnanzi allo schermo di un televisore. Perché sarà pure vero che l’evoluzione di un’epidemia segue una funzione “sigmoide”,ma è altrettanto vero che anche – un morto soltanto è un morto di troppo -.
    Forse, nello stadio iniziale di una qualunque novità sconvolgente e nella foga di dominare la situazione e nel tentativo disperato di nominare gli eventi per conferire loro un senso, il linguaggio da strumento puro e benigno di comunicazione e relazione, rischia di rivelarsi invece un’arma letale che ti ammutolisce alla fine e insieme ti fa perdere di umanità, persino. E quel – bagno di linguaggio in cui nasciamo – è facile che si tramuti in un serbatoio di infezione. Ecco che tutto si riduce ad una questione retorica. Un linguaggio che si parla addosso. Un metalinguaggio in cui le ragioni della salute collettiva si finisce per metterle in competizione con quelle dell’economia tout court, ad esempio. Probabilmente retaggio di certa nostra ossessione classificatoria. Il nostro personale ventaglio di fissazioni dicotomiche prevale e fanno perdere di vista la necessaria continua problematizzazione e complessità delle categorie (considerare l’andamento dell’economia come avulso dalle conseguenze potenziali sulla salute del pianeta e delle persone continua ad essere un errore tragico)
    A proposito, le parole continuano ad essere importanti anche dopo la “Fase 1”. Falsificare il significato delle parole decontestualizzandole la trovo una forma inaudita di violenza di massa oltre che un insulto alla storia e alla sua memoria. Allora, smettiamola di chiamare “movida” l’affollamento irresponsabile di piazze e strade. Ma smettiamo anche di utilizzare il termine “assembramento” che sa tanto di polizia che deve sfollare chissà quale moltitudine sediziosa. C’è più carica sovversiva nei “Barbapapà” o per quelli più giovanotti nei “Chipmunks” che in certi individui che – vogliono una vita come Steve McQueen – ma che poi si limitano ad accalcarsi tutti sudaticci sulle piste da ballo per – assaporare un po’ di vita -. E che fine ha fatto la connotazione culturale e socioartistica del termine “movida”? E dov’è finito l’afflato politico libertario che si oppone ai regimi dittatoriali? A meno che non si voglia considerare certa ressa come la sacrosanta “reazione sovranista al regime totalitario di stampo vetero-socialista del fu governo Conte”. Che fa un po’ ridere (l’idea della “reazione sovranista”, voglio dire, non il governo Conte in sé. Non completamente, almeno). Qui non c’è in atto una ribellione della popolazione italiana “all’ingessata società contista” o “draghista” eventualmente. Non vedo l’affermazione della – cultura marginale giovanile -, e del suo bisogno di – una società più aperta alla modernità -. In certa “folla priva di mascherina” (o indossata male) che si accalca frenetica nei piazzali e sulle spiagge e sulle piste da sci vedo soltanto la perpetuazione di una “dittatura” dell’indifferenza, il dispotismo di un pensiero e di “tradizioni” e di stili di vita nefasti. Vedo l’ulteriore prova che nonostante le evidenze e le migliaia di morti e malgrado gli sforzi di certi movimenti culturali la quasi totalità del funzionamento delle strutture sociali ed economiche del paese e del mondo rimangono quelle “dell’antica organizzazione politica, sociale ed economica”.
    In quelle piazze prive di “distanziamento sociale” non troverete il “popolo”, ma soltanto “una moltitudine informe fuori dallo Stato”. E forse “è in tempi come questi” che riesci a cogliere la differenza tra una “comunità” e una – marea di volontà ammassate orientate in senso meramente individualistico -. E dov’è finita “la meglio gioventù”? Di sicuro non va in televisione per fortuna (ma dipende dai punti di vista)
    Ripensandoci , chiedere a una persona comune di diventare esperta di logica statistica sarebbe un po’ come pretendere da un cattolico “osservante” di diventare un principe dello Spirito, il Signore dell’Anima, il Sovrano “dell’Essenzialità” col solo studio della Parola di Cristo. E lo dico con tutto il dovuto rispetto per la fede e i suoi più competenti estimatori. Ci sono questioni inarrivabili per la maggior parte di noi. Voglio dire, credo che scarso o assente sarebbe comunque l’impatto effettivo di certo insegnamento sui sostituti psicologici della realtà. Nel senso che i vissuti emotivi soggettivi avrebbero, temo, sempre il sopravvento in quanto hanno – la brutta attitudine ad assumere comunque valore di realtà per il soggetto -. Tuttavia, penso che una più corretta informazione sia in tema di ragionamento sillogistico (a scuola, ad esempio) sia riguardo alle concezioni mediamente vigenti sullo Spirito Santo (sempre a scuola, perché no?) male non farebbe sul lungo periodo, eventualmente.

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