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LSD, il nome in codice che aprì le porte della coscienza

Redazione
28 Agosto 2017
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LSD, il nome in codice che aprì le porte della coscienza

Commento all’articolo di  M. Belpoliti apparso su La Repubblica il 21 agosto 2017
Marco Belpoliti, nella sua interessante serie sulle sostanze psicoattive, rievoca la rivoluzione psichedelica degli anni ‘60  col suo motto “Accenditi, sintonizzati, abbandonati”.

L’idea di base era che l’effetto della sostanza psicoattiva non sia un “minus”, una compromissione del funzionamento mentale, ma al contrario un “plus”, un suo potenziamento, un allargamento di prospettive, un accedere a spazi della mente abitualmente inaccessibili, a una realtà in qualche modo superiore.
Anche la psicanalisi si propone di accedere ad aree e dinamiche mentali di solito nascoste, ma è lontana dal considerarle in qualche modo “superiori”: si pone, anzi, come psicologia del profondo, dei nostri sotterranei. Per Freud l’Io deve restare integro nella sua attitudine conoscitiva, non può essere uno zimbello delle istanze profonde: “dove c’è l’Es dovrà esserci l’Io”.
L’idea di una supremazia della condizione psichedelica non è una novità assoluta dei tempi di Leary. Ha occupato un notevole spazio nelle culture precolombiane, spazio di cui autori come Castaneda hanno ritenuto di trovar traccia ancora nel Centro – e Sud America del XX secolo. Nel nostro mondo occidentale questo orientamento è stato sempre minoritario e fugace, ma raramente assente.
Baudelaire così parlava del vino: “Certe bevande contengono la facoltà di aumentare oltre misura la personalità dell’essere pensante e di creare, per così dire, una terza persona, operazione mistica, dove l’uomo naturale e il vino, il dio animale e il dio vegetale, giocano il ruolo del Padre e del  Figlio nella Trinità: essi generano uno Spirito Santo , che è l’uomo superiore, che procede da entrambi”.   Ecco riapparire qui esplicitamente il legame con l’esperienza   religiosa.
Uno sdoganamento indiretto della sostanza psicotropa lo opera forse anche Joyce nell’Ulisse, nel capitolo “il bagno” che ha come secondo titolo riferito all’Odissea  “i lotofagi”, la mitica popolazione di tossicodipendenti. Quel capitolo parla di attività  molto abituali come la frequenza conformistica alla Messa, il cercare aiuto nei farmaci, il chiacchierare di vacuità, e si conclude con la descrizione di un rilassante bagno caldo. Nulla, in apparenza,  lontano dalla tossicodipendenza  quanto  queste innocue pratiche: ma è possibile che  l‘Autore intenda che proprio queste esperienze ripetitive sono le vere droghe psicosedative, con l’effetto pacificante ma ottundente di un bagno caldo? Qualcosa che al confronto potrebbe fargli  ritenere meno pesanti gli effetti degli oppiacei?
E’ da questo stato, definito da Kerouac  “colpevolmente tranquillo”, che Leary, Ginsburg, Burroughs e tanti altri hanno creduto di poter risvegliare l’umanità con l’aiuto di farmaci perturbanti la psiche e all’insegna dello slogan – guida : “accenditi, sintonizzati, abbandonati”.



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