Cultura

Linguaggio poetico e psicoanalisi

Redazione
25 Marzo 2013
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Linguaggio poetico e psicoanalisi

di Irene Caponetto*
Introduzione di Franco Borgogno**

È con piacere che introduco brevemente le poesie di una nostra collega, la dott.ssa Irene Caponetto, in questa nuova sezione de Il Vaso di Pandora intitolata “Oltre”.
Intenderò qui l’ “oltre” come il “something more” che accompagna il nostro lavoro psicologico e psichiatrico a contatto con la sofferenza psichica. “Oltre” mi sembra quindi una buona intitolazione per questa sezione che accoglie fra l’altro la poesia come qualcosa che ha a che fare con “la cura” in quanto il terapeuta che riesce ad avvalersi del linguaggio poetico nel suo cimento terapeutico convoglia al paziente sia la sua presenza, seppure in modo diverso dalla più classica forma di comunicazione che è l’interpretazione, sia il fatto che la presenza del paziente lo ha toccato.

La poesia nasce infatti dal preconscio che è, come sappiamo, la nostra via regia nella comprensione dei moti inconsci dell’anima: è come la prova di una comunicazione ricevuta che ha lasciato un’ “orma” dentro di noi, un’ “orma” che successivamente dovrà essere lavorata quel tempo che è d’uopo per renderla una vera e propria “lettera” che possiede l’indirizzo di un mittente e di un destinatario.
Sarà però il passaggio dalla poesia alla prosa che renderà davvero efficace la comunicazione da un punto di vista psicoanalitico, ma prima di giungere alla prosa, che è pensiero elaborato consapevolmente, è necessario ricevere i messaggi dell’altro e testimoniare che essi ci hanno raggiunto senza tuttavia volerli immediatamente decodificare in termini di chi è il mittente e chi è il destinatario. La voce altra ci ha raggiunto, le abbiamo cioè offerto “soggiorno”; ora essa dunque parla dentro di noi e dà segnali di essere stata ricevuta prima che venga intrapreso il necessario lavoro di decifrazione sul “chi o che cosa sta parlando a chi o a che cosa” e “perché in quello specifico momento”.
Sebbene un terapeuta debba essere assolutamente capace di mettere in prosa i messaggi ricevuti, questi in un primo tempo – quando le cose vanno bene – possono spesso essere formulati unicamente al paziente in veste poetica; e in questo caso, come accade al poeta, il terapeuta non sa completamente il significato delle cose che dice e da dove queste cose siano arrivate, ma nonostante ciò sa stare in attesa di nuovi lumi e accoglie il risultato d’essi che già si è annunciato dentro di lui inaspettato. Nuovi lumi che non poche volte ci verranno forniti dalle stesse associazioni del paziente che in questo modo diventa per noi il più raccomandevole collaboratore.
Ogni terapeuta dovrebbe essere stato un poeta, e continuare a esserlo, nel suo impegno volto a contattare lo specifico umano, singolare e collettivo, presente in ogni sofferenza psichica. Tale dote è peraltro quella che gli permetterà di trasformare la “catastrofe impensabile” nel suo aspetto di evento naturale e fisiologico che accade a ciascuno di noi. Noi chiamiamo oggi questo esito revêrie e lo distinguiamo da quell’assetto normativo e pedagogico che hanno molte interpretazioni classiche ispirate non dalla poesia ma dai credi teorici entro cui siamo stati allevati.
La poesia è comunque l’unione del singolare e del collettivo, ed è questa unione che colpisce l’anima arricchendola. L’anima – vorrei precisare – che non si spaventa per l’unione e che non scappa, anticipandola, verso la separazione. La poesia infine, desidero ricordarlo, nasce da un incantamento e come ogni buon genitore il terapeuta efficace dev’essere disponibile ad essere incantato e magari stupirsene: l’incantamento è segno di contatto avvenuto e di apertura alla presa in carico. Ma per fare questo non bisogna avere paura, di primo acchito, della “malia” che ogni incantamento può produrre. In altri termini, bisogna, per entrare in un rapporto autentico, non spaventarsi del mischiarsi con l’altro e di conseguenza rimanere aperti – momentaneamente, è ovvio – al contagio di qualcosa che non siamo noi e che tutto subito non sembra pertenere alla nostra comunità interna ed esterna di riferimento.

* Laureata in Filosofia, specializzata in Psicologia presso l’Università di Torino e in Psicoterapia Psicoanalitica a Milano (SPP), Irene Caponetto si è formata con Giancarlo Zapparoli e quindi con Gaetano Benedetti e Johannes Cremerius. Dal 1980 ha lavorato come psicologa psichiatrica presso l’ex ASL To 3 di Torino divenendo fra il 1992 e il 2004 la responsabile del Centro di Psicoterapia ivi istituito.
** Franco Borgogno è Training and Supervising Psychoanalyst della Società Psicoanalitica Italiana (IPA) e Professore Ordinario di Psicologia Clinica presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Torino.

Poesie

Attaccata al seno
Urlavi la vita/
Nei piccoli pugni
Stringevi la morte/
Il dolore di tutte le madri
Era la tua coperta

Bambini, sul ciglio del balcone
Assaporavamo  la vita coi piedi penzoloni
Magica atmosfera di silenzi infranti
Dalla voce materna/
Cosa state facendo?
Assaporavamo la vita coi piedi penzoloni/
Che pace in quella atmosfera sospesa/
In quel silenzio incantato
Della nostra giovinezza

Come onda rannicchiata sul sasso
La vita che resta/
Silenzio di lunga storia/
Si nasconde nella melanconia
Di bagliori di sole
Che illumina l’intima giovinezza

Emozioni: dove sono sorte le mie poesie

Quando ho scritto la prima poesia che mi è sembrata “degna”, Bambini, sul ciglio… fu in occasione della morte di mio fratello. Era un giorno in cui ero particolarmente abbattuta; invece di piangere come avevo fatto tante volte è emerso dal profondo del mio essere un ricordo di un momento di grande pace (l’atmosfera della mia casa non era molto serena). Senza pensarci ho preso un foglio e una penna e ho messo in versi quel ricordo che mi portavo da sempre dentro per trovare pace e dare pace a un fratello amato e tormentato. Stavo elaborando in quel periodo della mia vita il lutto per la fine del mio lavoro all’interno della psichiatria. Il lutto con tutte le sue implicazioni sembrava la mia compagnia.
Si sovrapponevano due lutti uguali e diversi: la perdita per il mio amato fratello, la perdita per il mio amato lavoro, soprattutto per i miei giovani psicotici.
Libera dai lacci istituzionali affiorava quello che è stato davvero un grande amore; una scelta di lavoro che veniva da lontano, da quando all’età appena di dieci anni osservavo dalla finestra della mia casa, quasi sempre alla stessa ora, una signora in vestaglia azzurra che puliva con uno spazzolino da denti alcune rotondità del palazzo di fronte al mio. Non capivo cosa facesse, ma naturalmente il tutto mi sembrava assai strano e ponevo domande su domande a mio padre. Mi faceva pena quella donna, nello stesso tempo mi affascinava, non potevo fare a meno di andare al mio appuntamento. Volevo capire, scoprire…; finché quella donna non venne più, e mi sentii triste e per la prima volta sentii da mio padre la parola “manicomio”.
Mio padre ci parlava di giustizia, di amore per il prossimo, di onestà; era severo con se stesso, con gli altri e con i suoi figli. Un giorno mi portò a vedere una mostra sull’eccidio degli ebrei, era preoccupato che m’impressionassi, mi chiese se volevo aspettarlo fuori ma io volevo vedere. Non scorderò mai la sensazione di “angoscia?”, di “orrore?” di fronte a quei corpi nudi ammucchiati…
Ed era tutto vero…; compresi allora l’odio verso ciò che si ritiene diverso? In parte penso proprio di sì. Ci sono ricordi, emozioni indelebili nella nostra vita che lavorano dentro di noi e si tramutano assieme a tante altre esperienze in scelte precise o in un nuovo linguaggio o/e altro. A tredici anni avevo già deciso che avrei fatto la psicologa o la psichiatra; non credo che me lo ricorderei se non fosse per la mia insegnante di lettere delle medie che molti anni dopo quando già praticavo il mestiere mi disse che era rimasta molto colpita dal fatto che in un tema io avessi espresso che cosa avrei fatto da grande.
Ed è indelebile il ricordo della mia prima paziente psicotica e il primo incontro con questa giovane donna che, in un linguaggio frammentato e frammentario, mi parlava di una nonna morta; di un pozzo, di una sedia e di un grembiule ripiegato, quando aveva appena quattro anni ma già aveva capito. Penso che tutti quanti veniamo alla luce urlando la morte e la vita, ma alcuni più di altri “tengono nei piccoli pugni la morte” come la mia paziente, che aveva aree di morte dentro di sé e tentò il suicidio cercando di impiccarsi.
È difficile esprimere le emozioni che producono questi pazienti perché c’è qualcosa che ammutolisce dentro di noi per creare uno spazio di rinascita. Sorge una forma di rispetto particolare di fronte a persone che non si possono “toccare” se non con il tempo e con estrema delicatezza. Ho imparato a sognare per loro perché come diceva il mio paziente Giorgio: “lo sai che non possiamo sognare perché il sogno ci porta fuori dalla realtà”; e recentemente a scrivere per loro (in versi) e con loro, come se tutte le persone con cui ho fatto quel viaggio particolare che è la psicoterapia formassero un unico coro e cantassero all’unisono. Provo un sentimento di gratitudine per i miei pazienti psicotici; con loro tocchi l’estremo, l’assoluto e impari ad apprezzare quella che per loro sembra un’impossibilità (le piccole gioie della vita, i frammenti di felicità che la vita concede). Non sono una poetessa, scrivo poesie quando sento affiorare dentro di me un verso e poi magari un altro. Scrivo qualche volta perché provo delle emozioni, né per hobby né per lavoro, ma semplicemente perché lo “sento”. Nel lavoro privato le tematiche sono diverse, come ad esempio il tema della vecchiaia: “come onda rannicchiata su un sasso”… Tematiche dei pazienti, tematiche dei terapeuti che sono alla ricerca, magari senza saperlo, di una vecchiaia diversa. La poesia…, la pittura…
“Liberi tutti!”, mi verrebbe da dire…, come quando si giocava da bambini…

Concludo questo breve scritto con dei versi:

Ho visto la vita e la morte rincorrersi/
La vita chiedere aiuto alla morte
La morte alla vita /
Ho visto la vita e la morte brindare assieme
La loro stessa fine e il loro stesso inizio/
Ho sentito il calore del sole
E le ferite della luna/
Ho visto il tempo fermarsi
In una tazza di the
Su un piccolo tavolo/
Le ginocchia unite/
La musica di Mozart



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