Ci ritroviamo mai a pensare che in noi ci sia qualcosa di sbagliato che impedirebbe a chiunque di amarci e tollerarci, se solo ci conoscesse davvero fino in fondo? Riteniamo di non valere nulla e non essere in grado di portare a termine alcun compito da soli, o da sole? Ci sentiamo continuamente infelici, scontenti o non realizzati anche subito dopo aver raggiunto un obiettivo che ci ponevamo da tempo? Probabilmente siamo caduti in una lifetrap.
Le cosiddette trappole mentali hanno il potere di influenzare i nostri pensieri, le nostre emozioni e i nostri sentimenti. Possono farlo in maniera aperta oppure nascosta, subdola ma comunque decisa. Questo malessere serpeggiante influenza silenziosamente la nostra esperienza di vita, impedendoci di goderla appieno.
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Lifetrap, lo schema dell’infelicità
Il primo a parlare di lifetrap è stato lo psicologo Jeffrey Young. Egli si è occupato a lungo di pensieri, emozioni, ricordi, sensazioni somatiche e quant’altro possa influire sulla nostra serenità, generando dolore e mantenendoci ancorati a situazioni problematiche o disfunzionali senza che ve ne sia motivo. Per affrontare queste spiacevoli situazioni, Young ha sviluppato una terapia ad hoc, con l’obiettivo di assistere chiunque sia causa del proprio male. L’ha chiamata Schema Therapy e i suoi principi possono aiutarci molto nel liberarci dalle trappole di vita nelle quali corriamo il rischio di cadere quotidianamente.
Gli schemi che ci intrappolano non vengono generati dall’oggi al domani. Essi iniziano spesso durante l’infanzia, o al massimo nell’adolescenza. Tipicamente sono riconducibili a un ambiente familiare con genitori assenti, ipercritici oppure, al contrario, troppo protettivi. Il problema dello schema è che esso non resterà ancorato alla situazione in cui si origina, ma crescerà accanto a noi, accompagnandoci per tutta la vita, anche ben oltre il termine della situazione che lo ha generato. Secondo questa visione, le trappole sono parte del nostro io, destinate a restare chiuse dentro lo scrigno della nostra mente e tenerci compagnia fin quando avremo lucidità.
Origine e categorizzazione degli schemi
La potenza dello schema di lifetrap è tale che esso diverrà come un paio di occhiali. Continueremo a leggere noi stessi e il mondo tramite quelle lenti che ci siamo prescritti da soli, modellando il rapporto con gli altri in base alle linee d’ombra da esse disegnate sulla realtà che vediamo. L’origine degli schemi, secondo Young, è da ricercare nella frustrazione dovuta all’impossibilità di accontentare almeno uno di quelli che, secondo lui, sono i bisogni fondamentali dell’essere umano.
L’elenco dello psicologo statunitense identifica cinque necessità imprescindibili, cinque bisogni a cui non possiamo sottrarci per dare significato pieno alla vita:
- il bisogno di protezione, al quale possiamo ascrivere la necessità di trovare stabilità, accettazione e cura;
- il bisogno di autonomia, in base al quale siamo davvero noi stessi, nella nostra identità e con le nostre competenze;
- il bisogno di espressività, ovvero la possibilità di poterci esprimere liberamente, in base alle nostre emozioni;
- il bisogno di spontaneità, gioco, spensieratezza e leggerezza, nelle attività e negli affetti;
- il bisogno di limiti e controllo, dunque di accettazione delle regole della società in cui viviamo.
A ognuno di questi corrisponde una frustrazione capace di generare uno schema. Se per esempio non soddisfiamo il bisogno di protezione, possiamo sentirci rifiutati e soffrire di distacco emotivo. Similmente, possiamo provare disagio in caso di mancanza di autonomia, incompetenza – vera o presunta, assenza di regole, impossibilità di orientarci verso l’altro, inibizione o ipercontrollo. Bisogni e insoddisfazione sono le due facce della medaglia. Se accontentiamo le nostre necessità, schiviamo la trappola. Altrimenti, corriamo il rischio di caderci dentro in maniera rovinosa.

Strategie per rompere gli schemi
Come ci si rapporta con uno schema? Ognuno sviluppa una propria strategia, un suo modo di far fronte alle trappole di fronte alle quali lo pone la vita. La strategia adattiva scelta, che in psicologia chiamiamo coping, dipende dal carattere di ognuno, dal temperamento e dalle esperienze passate. Secondo Young, le strategie di coping per affrontare le lifetrap possono essere di tre tipi: fuga, resa o contrattacco.
Scegliere di fuggire
La strategia della fuga ci permette di evitare di pensare alla lifetrap, distrarci da essa e allontanare tutte le situazioni che potrebbero farla scattare. A leggerlo così sembra uno scenario positivo, eppure è l’esatto contrario. Spesso infatti non si riesce a sopprimere l’emozione che attiva lo schema e si scappa da essa, immergendosi nel lavoro senza sosta o, peggio, ricorrendo a sostanze nocive. Al fine di evitare che la trappola scatti, si è disposti a rifuggire tutti gli aspetti della vita che provocano esposizione o vulnerabilità, alterando la propria identità per non cadere nelle sensazioni di tristezza, rabbia e vergogna che la lifetrap sa causare.
Di fatto si resta immobili, in una situazione di stallo infinito poco dissimile da una resa.
Arrendersi al potere della lifetrap
Chi si arrende non solo non si libera mai dello schema che lo attanaglia, bensì inconsciamente va a rinforzarlo. È infatti consuetudine, per chi opta per questa strategia, scegliere situazioni o partner che peggiorano la condizione. Chi si sente inadeguato sarà attratto da persone di enorme successo, oppure altezzose, le quali non perdono occasione di rimarcare i propri meriti. Dal momento che non si ha contezza di una vita fuori dalla trappola, si continua ad alimentare il ciclo che la perpetua.
Contrattaccare
Pur caratterizzata da una certa proattività, questa strategia resta una facciata, indossando la quale ci si autoillude di essere migliori, superiori, talvolta addirittura perfetti soltanto per non soffrire delle vulnerabilità causateci dallo schema che ci intrappola. Gli altri capiscono che siamo mascherati e ciò inibisce la nostra capacità di poter stringere legami profondi e duraturi.
Sebbene queste strategie possano farci sentire meglio, almeno per un breve lasso di tempo, è importante ricordare che nessuna ci tira fuori dalla trappola in cui siamo caduti. Per uscirne e stare bene di nuovo, è necessario approcciare in maniera diversa le lifetrap, con consapevolezza e forza di volontà.
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