Vaso di Pandora

La psicologia alla base della cattiveria

La cattiveria è un comportamento che suscita spesso sgomento e perplessità. Cosa spinge alcune persone ad agire con crudeltà verso gli altri? In questo articolo indagheremo le basi psicologiche che stanno alla radice di atteggiamenti maligni e meschini. Analizzeremo alcuni fattori chiave che possono portare una persona a sviluppare tratti di personalità nocivi. Vedremo anche come la psicologia può aiutarci a comprendere meglio questo lato oscuro dell’essere umano.

L’importanza dell’infanzia

L’infanzia gioca un ruolo fondamentale nello sviluppo della personalità. Secondo gli psicologi, le prime esperienze di vita plasmano profondamente il nostro modo di relazionarci con gli altri. Bambini che subiscono traumi, abusi o trascuratezza emotiva potrebbero interiorizzare modelli negativi. Questo può portare in età adulta a una visione distorta del mondo e difficoltà nei rapporti interpersonali.

Ad esempio, un bambino deriso o maltrattato dai genitori potrebbe convincersi di meritare quel trattamento. Da adulto, tenderà quindi ad agire con freddezza o rabbia verso gli altri, riproducendo lo schema appreso. Le carenze affettive nell’infanzia lasciano ferite interiori che possono alimentare risentimento e chiusura emotiva.

Le relazioni familiari sono quindi un fattore chiave. Un ambiente dove regnano amorevolezza e rispetto fornisce una base solida per empatia e compassione. Al contrario, modelli genitoriali disfunzionali creano terreno fertile per tratti maligni.

L’influenza della cultura

Anche il contesto culturale può influire sulla propensione alla cattiveria. In società molto competitive, ad esempio, il successo ad ogni costo è spesso esaltato. Ciò rischia di legittimare comportamenti meschini pur di primeggiare. Quando vige la legge del più forte, chi è privo di scrupoli ha spesso vita più facile.

La tendenza all’individualismo estremo e la frammentazione del tessuto sociale sono elementi spesso indicati come terreno propizio per l’insorgere di egoismo e mancanza di empatia. In contesti dominati da valori materialistici, si rischia di scivolare verso una visione dell’altro come semplice strumento per il raggiungimento di fini personali, trascurando il concetto di bene collettivo e il valore dell’essere parte di una comunità.

Questo approccio riduttivo non tiene conto dell’importanza di un orizzonte condiviso, dove l’interesse individuale e quello comune si intrecciano e si potenziano a vicenda. La cultura gioca un ruolo determinante nel modellare i comportamenti e gli atteggiamenti: i messaggi che essa veicola hanno la forza di orientare le azioni individuali e collettive.

Una società che investe nell’educazione al pensiero critico e al senso civico si erige a baluardo contro la proliferazione di atteggiamenti malevoli e auto-centrati. Contrariamente, laddove certi schemi di comportamento vengono accettati senza questionare, si crea il contesto ideale per l’atrofizzazione del senso morale e la diffusione di dinamiche relazionali tossiche.

La sfida, quindi, è quella di promuovere e incentivare una cultura che non solo riconosca, ma anche premi la solidarietà e la responsabilità sociale come valori imprescindibili per il progresso e il benessere collettivo.

Il bisogno di sentirci superiori

La psicologia evidenzia anche come il narcisismo patologico e il senso di inferiorità possano alimentare comportamenti maligni. Chi ha una considerazione molto bassa di sé tende a svalutare gli altri per sentirci superiore. Denigrare le debolezze altrui serve a compensare la propria fragilità interiore.

Questo meccanismo genera disprezzo e crudeltà, spesso camuffati da sincerità o franchezza. In realtà, si tratta di una strategia per proteggere l’amor proprio ferito, umiliando chi appare più vulnerabile. Le recenti ricerche indicano che il cyberbullismo segue logiche analoghe.

Allo stesso modo, narcisisti patologici sviluppano una spietatezza strumentale nei confronti di chi percepiscono come minaccia al proprio ego ipertrofico. Svalutano gli altri perché interiormente dipendenti dall’ammirazione esterna. Secondo gli psicologi, curare queste ferite dell’anima rende possibile relazioni più sane.

La banalità del male

La psicanalista Hannah Arendt coniò l’espressione “banalità del male” studiando il processo al criminale nazista Adolf Eichmann. Arendt fu colpita dalla sua mediocrità: un uomo qualunque, che aveva compiuto orrori indicibili senza apparenti rimorsi.

Questo ci insegna che la potenzialità per il male esiste in ognuno di noi. Dipende da quali aspetti della nostra umanità coltiviamo. La psicologia ci ricorda la necessità di vigilare sui nostri istinti più oscuri, per non smarrire la capacità di provare empatia.

Senza questa consapevolezza, rischiamo di trovare giustificazioni per le forme più subdole di cattiveria. Quelle che si annidano nelle pieghe della quotidianità e nelle parole non dette. Sta a noi decidere se alimentare la luce interiore, e non le ombre dell’anima.

La comprensione della cattiveria: una strada verso il cambiamento sociale

cattiveria psicologia

In un’epoca in cui gli atti di cattiveria sembrano proliferare, il tentativo di capirne le radici psicologiche non dovrebbe mai essere confuso con una tacita accettazione o una resa passiva. Al contrario, quest’analisi può fungere da catalizzatore per un’autentica empatia e un sincero desiderio di instaurare un cambiamento significativo.

Considerare i meccanismi che generano comportamenti nocivi ci offre la possibilità di interrompere il ciclo di rancore che progressivamente inquina il tessuto della nostra società. Se ciascuno di noi pianta e nutre semi di gentilezza, non solo potremmo assistere alla frantumazione delle catene dell’odio, ma anche essere testimoni della fioritura di una cultura basata sull’interesse collettivo e sul sostegno reciproco.

È una responsabilità individuale, ma anche collettiva, quella di promuovere attivamente la diffusione del bene e di contrastare, con azioni quotidiane, le manifestazioni di malevolenza che, se non controllate, rischiano di erodere le fondamenta stesse della nostra convivenza civile.

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Commenti su "La psicologia alla base della cattiveria"

  1. Il problema della crudeltà fa parte di quello della aggressività. Ne costituisce un aspetto particolare, includente il bisogno di infierire moltiplicando le sofferenze dell’aggredito. Questo appare in rapporto con fattori individuali più o meno patologici, ampiamente delucidati in questo testo dalla redazione.

    Fermandoci al discorso più generale, potremmo dire che ogni animale è aggressivo, poichè si nutre di altri esseri viventi, vegetali o animali che siano.
    Più circoscritta la c.d. aggressività intraspecifica, propria di tante specie. Molte di esse riescono a controllarla: ad esempio, nei lupi il maschio soccombente nello scontro si “arrende” esibendo la gola al rivale e viene graziato. Ma in qualche specie, fra cui purtroppo l’uomo, l’esito può essere ben diverso. Fondamentali ma non sempre sufficienti gli argini della legge e dell’etica.
    Sullo sviluppo dell’etica ho trovato in Google la breve sintesi di un libro di Michael Tomasello: Storia naturale della morale umana.
    Questa avrebbe origine evolutiva: le convivenze sempre più affollate di crescenti collettività umane hanno ridotto l’esigenza di difesa da pericoli esterni, moltiplicando invece i rischi di confronti intraspecifici: da qui l’esigenza di un maggior controllo, fino alla rimozione, delle aggressioni, com maggiore spazio alla collaborazione, Si rendono necessari binari che consentano il controllo e la canalizzazione della aggressività: le norme, fissate dalla legge ma ancor prima nella interiorità di ciascuno come ci insegna Antigone.
    L a morale dell’equità – prosegue Tomasello – subentra a quella della simpatia (questa persiste, in sintesi o in contrasto con l’altra, soprattutto nei rapporti familiari). E’ un discorso che in qualche modo riprende quello del Contratto sociale di Rousseau, anche se l’etica così originata si sottrarrebbe comunque alla casualità di un comune contratto: diviene ben più cogente e introiettata. Questa è una delle tante elaborazioni teoriche del tema.
    L’umanità si muove a disagio fra pulsione aggressiva e controllo etico. La prima si scatena a volte in modo abbietto nelle non rare aggressioni ai deboli: donne, bambini, mendicanti. Invece, un compromesso fra i più comuni ed evidenti è quello dei film di violenza che ovviamente attraggono molti, come prova la loro diffusione. Il gusto per la violenza aggressiva, e magari crudele, è soddisfatto nelle numerose scene in cui viene agita; a sua volta l’obbligo etico trova un riconoscimento nella finale ed esemplare punizione (spesso a sua volta violenta) e nel ristabilirsi della norma convenuta.
    Un particolare compromesso basato su menzogna e stupidità selettiva è quello della banalità del male. Il discorso di Hannah Arendt è esemplarmente riproposto nel film di Glazer “La zona di interesse” : il comandante di Auschwitz gestisce con esemplare sintesi di ordine e tenere cure la propria famigliola borghese, alloggiante proprio a fianco del campo di Auschwitz . Il “basso continuo” proveniente dai crematori incombe: viene ignorato? Può capitare a ognuno di noi di ignorare il male nel momento in cui lo commettiamo?
    Va aggiunto che l’esigenza etica non sempre si trasmette fedelmente alla norma di legge; ma soprattutto necessita di enforcement da parte di una violenza spesso – ma non sempre – virtuale. Lo Stato giustamente avoca a sè l’esercizio di questa, ma il problema si ripropone nel rapporto fra Stati, in forma ingigantita e allarmante anche perchè (inevitabilmente ?) priva di un qualche agente – controllore: ne sappiamo qualcosa proprio oggi!
    E’ in gioco la sopravvivenza dell’umanità: più che mai necessario ridar forza all’imperativo etico, a tutti i costi. Ci riusciremo?

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