Cinema

La pazza gioia

Giovanni Giusto
3 Giugno 2016
4 commenti
La pazza gioia

Recensione al Film di Paolo Virzì

Film godibile che descrive il rapporto di amicizia di due persone con sullo sfondo una fotografia della malattia mentale grottesca nella quale gli operatori “psi” fanno la figura dei deficienti, in particolar modo lo psichiatra che pare anche un poco stupido.

Deficit di professionalità: la comunità descritta non potrebbe essere accreditata in nessun contesto sanitario credibile.

Deficit di umanità: la relazione terapeutica è assente come lo è qualsiasi accenno alla cura complessiva; deficit di competenza: gli operatori sembrano affannati in operazioni afinalistiche; ben altro da ciò che quotidianamente e faticosamente fortunatamente si fa nelle comunità terapeutiche che si rifanno ai valori fondanti l’idea di cura ben descritti da Rappaport nella sua indagine e descritti nel libro “Comunità Terapeutiche. Storie di lavoro quotidiano” ed. Pearson 2015 che vi invito a leggere.



4 risposte.

  1. Silvia Rivolta ha detto:

    Quando, per la prima volta, ho sentito parlare del film di Virzì “La pazza gioia” stavo partecipando al mio primo gruppo multifamiliare. A prendere la parola un padre offeso, arrabbiato che nel trailer del film, in quella fuga, aveva rivissuto le fughe drammatiche della figlia. Con il timore che la visione del film potesse far tornare alla figlia la voglia di scappare, allontanarsi, ancora. Un intervento che aveva scatenato una lunga serie di considerazioni sulla rappresentazione del disagio mentale, sui pregiudizi e l’integrazione. Diversi punti di vista. Diversi modi di sentire. Dentro di me, quell’intervento, era stato preceduto da parole che avevano lasciato una traccia, parole quasi inascoltate, quelle del “matto” del gruppo: “ho preso le medicine che mi hanno dato i dottori, non ho più le voci, non ho più le fobie, non ho più la depressione. Non ho più niente”. Mi è mancato il fiato. Dolore. Diversi punti di vista. Diversi modi di sentire. In quel momento, mi è venuta in mente la sensazione provata alla lettura delle parole che Freud scrisse all’inizio del secolo scorso nel suo “Tre saggi sulla teoria sessuale”: “I sintomi sono l’attività sessuale dei malati” . Diversi punti di vista. Diversi modi di sentire. Diversi significati di fronte alla stessa cosa. E la possibilità di sentire nello e dallo sguardo dell’altro.
    E allora, la mia domanda al gruppo, se la figlia di quel padre fosse stata con noi, se lei avesse potuto prendere parola avrebbe definito, lei stessa, fuga quel suo comportamento? O avrebbe parlato di altro. Di ricerca, di allontanamento, di ritrovamento. Di dolore. Di sofferenza. O di vita. Di gioia. Di pazza gioia?
    Ho provato dolore durante la visione del film di Virzì. Sofferenza. Per aver visto quel film dallo sguardo delle due protagoniste. Per aver visto rappresentata quella sofferenza con cui quotidianamente entriamo in contatto, quella disperazione con cui ci troviamo ogni giorni a fare i conti. E che rischiamo, concedetemelo, per poter sopravvivere, di normalizzare o di far rientrare in logiche organizzative e gestionali tipiche della comunità. Durante la visione del film, mi sono meravigliata, mi sono ritrovata a sorridere, perché in alcune “licenze poetiche” usate dal regista per rappresentare la comunità terapeutica e gli operatori (e sono d’accordo pure io che probabilmente Villa Biondi non avrebbe superato i requisiti per l’accreditamento!) ci ho trovato spontaneità. Che a volte viene a mancare. Ecco, forse troppo vicini. Troppo. Ma di quella vicinanza che, a volte, nel nostro lavoro ti consente di credere in loro, nonostante tutto. Di motivare dei progetti. Di rilanciare la speranza anche quando tutti ti dicono che non c’è niente da fare. E che la storia è già stata scritta. Ho provato anche tenerezza per quel direttore sanitario e quella dottoressa che si sono presi la responsabilità. Perché prendersi la responsabilità non è facile. Quando tutti gli altri, fuori, vorrebbero che le cose rimanessero ferme. E dentro. La comunità. Condividere i rischi. Non condannare. La strada. Ma gli interlocutori non sempre si trovano. E allora servono anche operatori come l’assistente sociale del film che ti ricordino che c’è anche quella parte. Da vedere, da tenere insieme. Per non rischiare, da troppo vicini, di non vederli quei rischi. Diversi punti di vista. Diversi modi di sentire.
    C’era con me mio marito. A vedere il film. Da mesi ospita nella sua azienda un paziente per un tirocinio lavorativo. Dopo quasi un anno di ricerca, sul territorio, non avevamo trovato altre aziende o attività commerciali disponibili. I matti fanno ancora paura. Al termine del film, mi sono guardata intorno. La sala non era piena. Ma c’erano altre persone. I loro sguardi erano commossi. Qualcuno appesantito.
    Ho trovato un punto di incontro tra il nostro “Comunità Terapeutiche. Storie di lavoro quotidiano” e il film: il tentativo di avvicinare il dentro, con il fuori. La Comunità Terapeutica. E il mondo esterno.
    Diversi punti di vista. Diversi modi di sentire. Che possono dialogare, avvicinarsi. Incontrarsi.

  2. Gg ha detto:

    Il rischio è di ricondurre l’angoscia psicotica, che è tragica, ad una rappresentazione compiacentemente riconducibile a propri modi di essere e sentire; infatti, il film è una commovente commedia.

  3. Roberta Antonello ha detto:

    Non vedo, evito accuratamente i film sull’argomento.
    Peraltro un’intervista di Virzì era così banale che mi ha ulteriormente allontanato.
    La stessa cosa su baggianate sui gay, giusto per una gradevole digestione ad un pubblico sempre meno pensante.

  4. Gennaro Aveta ha detto:

    Premettendo che concordo su alcuni concetti già espressi nei precedenti commenti, come quello di “spontaneità” al di fuori dei soliti schemi e protocolli imposti dalla burocrazia, ieri ho visto il film insieme ai miei colleghi ed è stata una bella esperienza formativa e di confronto. La cosa che mi ha colpito del film è innanzitutto la immensa bravura degli attori nei ruoli di ” pazzi” definizione ormai arcaica, e si direi arcaica perchè quello che è emerso maggiormente ai miei occhi sono le immense doti risorse e genialità che a volte può avere un malato mentale rispetto ai noi “normali”, il coraggio di puntare rischiando quasi tutto su un qualcosa…il finale del film quando le due amiche con un semplice sguardo ed un sorriso si dicono tutto,, fanno il titolo del film..pazza- gioia. Forse le persone che noi aiutiamo questo ci chiedono di sentirsi utili a qualcuno per un giorno,,forse non hanno bisogno sempre dei nostri no contenitivi…forse sono solo più sensibili di noi normali…kissà

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