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La letteratura non può resistere alla tentazione suprema: ma chi è faust e chi il “Daimon”?

Pasquale Pisseri
28 Gennaio 2017
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La letteratura non può resistere alla tentazione suprema: ma chi è faust e chi il “Daimon”?

Commento apparso su La Repubblica il 17 gennaio 2017

Piuttosto che mie opinabili riflessioni, propongo una mini-antologia, incompletissima

Ekidu a Gilgamesh: Un essere orrendo, il tetro uomo –uccello…mi condusse via al palazzo di Irkalla, regina delle tenebre, alla casa da cui nessuno ha mai volto il passo, nella via da cui non si torna indietro. Ivi è la casa i cui abitanti siedono nelle tenebre: polvere è il loro cibo, argilla la loro carne… Coloro che erano stati al posto di dei se ne stavano ora come servi…nella casa di polvere. Chissà se Dante può aver letto questo passo.

Dai Veda: Disperdi i nostri nemici, o Indra, sconfiggi coloro che ci attaccano. Scaccia nella più profonda tenebra coloro che cercano di distruggerci. Che gli spiriti malvagi dimorino là nella casa infernale!

Per contro, nel mondo ellenico non mi pare sussista una figura paragonabile al nostro diavolo, benchè la parola “diabolos” sia greca, non riferita però a un essere ultraterreno bensì a una persona che divide, rompe i rapporti, con la calunnia o con altri mezzi.

Ulisse per intervistare Tiresia prima sacrifica alle divinità ctonie, “Ade invincibile e la tremenda Persefone”: coppia coniugale certo temibile ma non sinonimo di malvagità. Ciò vale anche per la cultura romana: per Virgilio gli inferi sono sì popolati da figure mostruose come Caronte, Chimera, Briareo, le Gorgoni, le Arpie: ma nessuno che meriti il titolo di indiscusso sovrano del Male. Il demone di Socrate è una realtà ovviamente interiore, e per nulla negativa.

BIBBIA, Isaia: dal cielo come cadesti o stella del mattino?…e nel tuo cuore dicevi – darò la scalata al cielo…tra i morti invece ti hanno buttato. Si rivolge all’arcinemico re di Babilonia, ma è evidente la identificazione di questi con il demonio, stella del mattino (il pianeta Venere) che prenderà il nome di Lucifero. Appare qui, non so se per la prima volta, la concezione di questi come angelo caduto.

Il Libro di Giobbe imposta una riflessione filosofica sul problema del male, ritenendo di risolverlo contestando il nostro diritto di porcelo, quasi pretendendo di giudicare Dio. A tutto danno il via le parole del diavolo: Giobbe non per niente riverisce Iddio; di un bastione tu hai circondato lui, la sua casa e fin dove arriva il suo; e hai benedetto il frutto delle sue mani, la terra è piena del suo bestiame. Ma stendi la tua mano e colpiscilo in tutto il suo, sulla tua faccia ti maledirà. Ecco appare la sua volontà di dividere l’uomo da Dio, il suo connotato di tentatore che si dispiegherà pienamente in Matteo: Agli angeli suoi darà ordine per te, ed essi ti porteranno sulle mani, perché tu non abbia da inciampare in qualche pietra”. Ma la risposta è: “non tenterai il Signore Dio Tuo”.

Con la Sapienza le Scritture tornano sul problema del male nel mondo: Dio ha creato l’uomo per l’immortalità; lo fece a immagine della propria natura. Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo. Queste righe, che anticipano di millenni la psicanalisi nel mostrare la distruttività dell’attacco invidioso, ritentano una risposta all’eterna domanda: perché il male, in un mondo creato da un Dio infinitamente buono e onnipotente? Ancora Daniel Defoe, secoli dopo, si impegnerà in un quesito teologico sul male: Come fu permesso a Satana, essendo stato totalmente sconfitto, di riappropriarsi di qualcuno dei suoi poteri maligni e di far danno all’umanità?

Ma come si spiega la malvagità del diavolo stesso? Giovanni, il più dottrinario dei quattro evangelisti, pensa che egli è omicida (o peccatore)fin dal principio e non rimase nella verità, poiché non vi è verità in lui. Agostino cerca, con qualche acrobazia, di conciliare questa concezione con quella di Isaia, dell’angelo caduto: “Il diavolo è peccatore fin dal principio” non deve far pensare che egli abbia peccato fin dal principio, cioè da quando fu creato, ma dal principio del peccato, che cominciò ad essere con la superbia. Radicalmente diversa l’impostazione della Apocalisse, verosimilmente non opera dell’Evangelista, che si ispira a una numerologia esoterica: Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia! Infatti è la cifra di un uomo: il suo numero è seicentosessantasei!

Secoli dopo, S. Anselmo riprende il tema della colpevolezza del diavolo, che gli appare molto discutibile, in un’ottica che oggi chiameremmo deterministica: Sembra che l’angelo buono abbia ricevuto la perseveranza perché Dio glie l’ha data, l’angelo cattivo invece non l’ha ricevuta perché Dio non glie l’ha data: né ricordo di aver trovato finora la soluzione di questo problema.

Dante riporta al centro il tema della superbia: L’imperator del doloroso regno…che contra il suo fattore alzò le ciglia.. Lo stesso tema è sviluppato nel Corano, dove Dio dice: Prostratevi dinanzi ad Adamo! E Iblis, Satana, risponde: Io sono migliore di lui: me tu creasti di fuoco e lui di fango! E rispose Iddio: fuori di qui! Non ti è lecito qui fare il superbo! Le comuni radici di Islam e Cristianesimo, evidenti qui, lo sono ancor di più nel seguito della sura, che riprende l’apologo del frutto proibito.

Comunque credo non ci sia cultura in cui manchi una figura del principe del male. Nei canti dell’Edda, sintesi della mitologia scandinava, egli è Loki, ingannatore, manipolatore, sobillatore di contrasti: letteralmente un diabolos.

Con Giovanni Boccaccio si respira un’aria diversa, prerinascimentale, che consente di giocare col nome del diavolo in metafore, ovviamente, “boccaccesche”: La giovane ubidiente cominciò a dire… “per certo io non mi ricordo che altra cosa io facessi che di tanto diletto e piacer mi fosse, quanto è il rimettere il diavolo in inferno”. Altrettanto giocoso l’approccio del “Boccaccio” anglosassone, Chaucer: con estorsioni tiro avanti, togliendo a facoltosi e mendicanti con il raggiro oppure con violenza, sicchè nell’anno tiro l’esistenza… diavolo sono e inferno è il mio quartiere, e vado cavalcando per l’acquisto di quel che possa darmi qualche tristo, se mai lo possa infine persuadere. Possiamo azzardarci a vedere qui una lontana anticipazione del pensiero di Hannah Arendt sulla banalità del male?

La stessa domanda possiamo porci con Dostoevskij, che cinque secoli dopo Chaucer così descrive il Tentatore: era costui un signore o, per dir meglio, un tipo caratteristico di gentiluomo russo, non più giovane… si aveva la sensazione di una accuratezza alle prese con modestissime possibilità finanziarie.. che appartenesse alla categoria degli oziosi ex possidenti…uno che evidentemente avesse conosciuto il mondo e la buona società… ma assumendo insensibilmente, impoverito dalla vita allegra degli anni giovanili e dalla recente abolizione della servitù, certe maniere da parassita di classe… Esplicito il concetto di banalità del male in Leon Bloy: Dio non può essere banale. Ora, quel che sta accadendo attualmente, questa guerra europea, che non ha precedenti, con i suoi quindici o venti milioni di furibondi combattenti, con l’apparenza apocalittica, con le enormi disgrazie che ne derivano e che seguiranno, tutto ciò è perfettamente banale.

Ma torniamo indietro di qualche secolo: anche Machiavelli gioca con Belfagor arcidiavolo, inviato sulla terra con la modesta mansione di certificare, da marito, i torti delle mogli. Ben più impegnativo e moderno l’approccio del Dottor Faust di Christopher Marlowe, che così si rivolge a Faust: Ma qui è l’inferno, non ne sono fuori. Ho visto il volto del Signore e so cos’è il cielo. E tu credi che non mi tormentino diecimila inferni vedendomi tolta quell’estasi? Bellicoso Torquato Tasso: considera il Demonio il diretto protettore dei seguaci di una diversa religione, che vede la propria personale sconfitta nell’imminente caduta di Gerusalemme: Che sian gl’idoli nostri a terra sparsi? Ch’i nostri altari il mondo a lui converta? …ch’ove a noi tempio non solea serrarsi, or via non resti all’arti nostre aperta? che di tant’alme il solito tributo ne manchi, e in voto regno alberghi Pluto? Ah, non fia ver. Milton nel Paradiso perduto ci mostra la seduttività del Serpente in azione: Ora Satana ancor più ardito le si parò di fronte e la fissò con sguardi pieni di ammirazione. Inchinando più volte la testa turrita e il collo smaltato e flessuoso in gesti di lusinga lambì il terreno toccato dai passi di Eva. Infine la sua muta e gentile espressione costrinse la donna a volgere lo sguardo, a notare i suoi guizzi. Un vero dongiovanni.

Con il geniale protoromantico William Blake entriamo nel pensiero moderno e contemporaneo, che cessa di considerare il diavolo una persona o una realtà fattuale a sé stante: diviene una metafora del male del mondo e delle nostre contraddizioni interiori. Blake propone un superamento della scissione bene – male, con la sua opera dal programmatico titolo “Matrimonio di Cielo e Inferno”: quest’Angelo, che ora è diventato un Diavolo, è mio intimo amico. Spesso leggiamo insieme la Bibbia secondo il suo senso infernale o diabolico, che sarà conosciuto dal mondo se si comporta bene. Io posseggo anche la Bibbia dell’Inferno… Il suo pensiero ha avuto un concreto risvolto politico, che si è tradotto in un impegno per l’amore libero e per la cancellazione dello stigma contro omosessualità, prostituzione, adulterio. Impegno in anticipo sui tempi e quindi senza efficacia immediata, ma seme per gli sviluppi successivi. Per un altro verso, egli contribuirà ad aprire la strada al satanismo di un Baudelaire: Principe dell’esilio, Dio calunniato, tu che ogni volta battuto ti rialzi più forte…tu che sai tutto e regni sul mondo di sotterra, Satana, abbi pietà del mio lungo patire!

Un ulteriore superamento della concezione personalizzata del Diavolo si ha con Goethe: sia pure con accenti che ricordano lo Shiva degli induisti, esso si presenta come un principio di caducità (quello ripreso da Freud? Parente dell’istinto di morte?): Io sono lo spirito che sempre nega. Ed a ragione: perché tutto ciò che nasce merita di perire; perciò meglio sarebbe che niente nascesse. Quindi tutto ciò che chiamate peccato, distruzione e, insomma, Male, è il mio vero elemento… Ciò che si contrappone al Nulla, il Qualcosa, questo mondo massiccio, io non sono riuscito a incrinarlo: inondazioni, nubifragi, terremoti, incendi: alla fine mare e terra eccoli di nuovo tranquilli come prima. Con Dostoevskij, nelle parole di Ivan Karamazov, il Diavolo diviene decisamente una realtà interiore: Tu sei una menzogna, tu sei una mia malattia, sei un fantasma. Soltanto non so come fare a distruggerti, e vedo che per un po’ è necessario che ti sopporti. Tu sei una mia allucinazione. Sei un’incarnazione di me stesso…ma di una sola parte di me stesso…dei miei pensieri, dei miei sentimenti, ma solo di quelli più ripugnanti e più stupidi. Ma le cose non sono così semplici, poichè per un momento Ivan ha creduto nella esistenza reale del Diavolo: Sì, quella è stata una debolezza istintiva…ma non ch’io abbia potuto credere in te. Io non so se dormivo o se ero desto…forse allora ti vidi soltanto in sogno…

Per August Strindberg è ovvio che il demonio è in noi: Il fuoco dell’inferno è il desiderio di arrivare…ma quando la meta è raggiunta e le ambizioni sono appagate, tutto appare senza valore e la vittoria è nulla…il tormento maggiore non è la brama insoddisfatta ma la brama saziata che ispira disgusto di ogni cosa. Così, il Demonio subisce indefinitamente il castigo, perché ottiene tutto ciò che desidera e all’istante, così che non può più godere di nulla. Mi piacerebbe se, e in quale misura, Lacan sia debitore a Strindberg della sua concezione di una castrazione necessaria al desiderio; sviluppata in anni recenti da Recalcati con la sua critica della attuale assenza del padre e della perenne insoddisfazione legata al consumismo, allora così chiaramente profetizzata. Vicina la posizione di Weininger: Il demonio è un uomo che ha tutto…vuole utilizzare Dio come mezzo per uno scopo…ed è, in misura non minore, colui che viene utilizzato per uno scopo.

Freud non poteva ignorare il tema, anche se non lo ha appassionato. Dopo aver definito, molto di passaggio, il Demonio come personificazione della vita pulsionale rimossa, successivamente lo ha ritenuto, non diversamente da Dio, un sostituto del padre, espressione della inevitabile ambivalenza del rapporto padre – figlio, risolta con un procedimento che diremmo scissionale. Ha scritto che non occorre una grande perspicacia psicanalitica per arguire che Dio e il Diavolo erano originariamente identici. Maggiore l’interesse di Jung, che non diversamente da Blake tanto tempo prima rifiuta la totale contrapposizione fra il Diavolo e Dio: Il diavolo non ha un giusto posto nel cosmo trinitario. Come avversario di Cristo dovrebbe assumere una posizione antitetica equivalente ed essere parimenti un figlio di Dio. Ciò potrebbe condurre direttamente a certe vedute gnostiche, secondo le quali il diavolo come Satana era il primo figlio di Dio, Cristo il secondo.

Arriviamo ai giorni nostri: Pasolini passa su un terreno piattamente politico, ma con un discorso che in qualche modo ci riporta a quello di Strindberg: il male in concreto cambia, col cambiare dei tempi. Il Diavolo è storico. Prima della civiltà dei consumi, della televisione che ne è il simbolo, ecc., il Diavolo per esempio era la Chiesa… E il Diavolo è dunque l’ideologia del Potere… Oggi il Potere è simboleggiato dalla comunicazione di massa, che prospetta con un tipo di consolazione altrettanto criminale, la felicità in questo mondo…

Ovviamente, questa è una storia senza fine…



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