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La legge Basaglia e la “seconda rivoluzione”

Felice Alessandro Spata
23 Maggio 2018
2 commenti
La legge Basaglia e la “seconda rivoluzione”

La posizione “libertaria” propugnata dalla “Legge Basaglia” oggi può sembrare forse alquanto inadeguata anche ai suoi più fedeli e appassionati sostenitori. Niente di male.

Sono diversi i tempi e i luoghi, persino le persone cammin facendo hanno sviluppato sensibilità diverse nei confronti del problema della “salute mentale”.

Qualcuno ancora oggi parla della Legge Basaglia come di un’ “utopia” perché forse e nonostante l’afflato sociale e solidaristico che ne era il motore non teneva paradossalmente abbastanza in considerazione – l’imperfezione implicita nel lato umano delle cose – (e delle istituzioni regionali eventualmente) e le attività di collaborazione e cooperazione a cui pure si appellava.

Ossia, forse, proprio in conseguenza di questa sua vocazione “ideale” e “rivoluzionaria”, trascurava la necessità dell’ “importanza simbolica di un interesse politico ufficiale” per determinati problemi (e non certo per responsabilità di Basaglia).

È vero che le “rivoluzioni nascono dal basso” (e in tal caso dal coraggio intellettuale e morale di un “marziano” dal nome Basaglia in cima a tutti) ma poi le rivoluzioni devono essere sancite da una legislazione appropriata, consacrate da una sensibilità più diffusa e infine legittimate dall’attenzione politica delle più alte sfere della responsabilità pubblica che trasforma gli ideali in concreti atti di “governo” quotidiano. La società o meglio le sue istituzioni e i suoi governanti parlano o pretendono di farlo a nome nostro o di alcune categorie di elettori più precisamente.

E quando le istituzioni tacciono totalmente? Allora quel silenzio parlerebbe per noi? Uno potrebbe sempre dire “io parlo soltanto per me stesso”, ma l’espediente potrebbe apparire velleitario dal momento che siamo animali sociali per definizione e “nasciamo in un bagno di linguaggio”, pure.

Ad esempio nella bozza di programma del futuro governo “giallo-verde” si spacciano per atti rivoluzionari la flat-tax e l’espulsione di qualche centinaio di immigrati senza permesso di soggiorno. Io sinceramente mi sarei aspettato un cenno bello grosso anche alla questione della riorganizzazione dei Servizi di salute mentale sul territorio.

In verità me lo aspetto da qualche governo a questa parte. Si vede che attualmente non è un obiettivo primario dei nostri governanti centrali quello della salute mentale pubblica. Voglio dire: quand’è che le nostre massime autorità di governo hanno cominciato a perdere interesse per la questione della salute psicologica dei loro cittadini?

È come se qualcuno si fosse illuso che all’indomani dell’approvazione della legge Basaglia (la cui approvazione sancì comunque un rinnovato e più attento “interesse politico” per la questione) e dato sfogo alle “illusioni” del suo massimo pensatore e quietata la coscienza collettiva, anche, si fossero risolti tutti i guai riguardanti la “salute mentale della nazione”. Meglio, sono convinto che il problema per certe autorità non sussiste proprio e forse non lo conoscono nemmeno il problema. Roba per dibattiti giornalistici e televisivi e pseudosociologici eventualmente.

Pensiamoci bene! Quali sono oggi, ma da 40 anni a questa parte almeno, i valori in competizione tra loro sostenuti nella sfera politica nostrana? Uhm! Vediamo: Individualità, potenza nazionale, import-export? Le proposte di nuovi audaci obiettivi si limitano all’auto senza pilota (metafora dell’attuale funzionamento della sanità in materia di “salute mentale”?) e alla irresponsabile campagna contro le vaccinazioni obbligatorie.

Poi ci sono la salvaguardia dei confini, le lotte commerciali più o meno striscianti, e eventualmente la riconversione del PD (partito democratico italiano sempre in cerca di un’anima) E ancora lotta al terrorismo ecc. Certo anche lo spread non ci fa dormire sonni tranquilli.

E poi sarà il caso di rimanere nella zona euro? Ecc. Insomma, tutte cose degnissime di attenzione, si capisce, insieme a tante altre fonte di preoccupazione collettiva, temi capaci di mobilitare l’opinione pubblica e i suoi rappresentanti eletti (non sempre eletti, in verità)Voglio dire che mancando “l’interesse politico ufficiale”, almeno secondo la mia percezione, la questione capitale della sofferenza mentale o psichica (la scelta del termine dipende dall’epistemologia di riferimento di ciascuno, verosimilmente) rischia pericolosamente di essere “relegata” in certo immaginario collettivo a questione meramente “umanitaria” se non propriamente e unicamente “medicalistica” ancora una volta (purtroppo l’approccio alla sofferenza psichica continua ad oscillare, secondo me, pericolosamente tra questi due estremi, tendenzialmente).

È di pochi giorni fa la pubblicazione dell’elenco provvisorio relativo al 5 per mille 2018 dove risulta che sono circa “60mila gli enti candidati, di cui l’80% riconducibile all’ambito del volontariato e il restante 20% costituito da associazioni sportive dilettantistiche riconosciute ai Fini sportivi dal Coni.

E lo dico con tutto il dovuto rispetto per il volontariato e che sia sempre benedetto perché supplisce tante volte all’assenza dell’intervento delle autorità e delle strutture ufficiali competenti in certa materia. Certo, la questione della salute mentale non può essere lasciata unicamente allo strumento benemerito del 5 per mille si spera e nemmeno soltanto ai coraggiosi “visionari” che si oppongono localmente a certo andazzo nazionale, per così dire.

Anche perché questo modo “riduttivo” di affrontare la questione tace tante volte il fermento quotidiano che agita il lavoro, la professionalità e i pensieri di tutti coloro che per mestiere e per vocazione non si limitano a timbrare il cartellino, ma si confrontano (un confronto anche interiore) con i problemi quotidiani che si rivelano nel rapporto con i sofferenti di problematiche psichiche e/o mentali. E la discussione su questa piattaforma tra le altre ne è una testimonianza (del lavorio mentale che comporta il confronto con le difficoltà presentate dalla questione, voglio dire).

Cito la notizia soltanto per far rilevare certa tendenza, non per criticare l’impegno e la creatività dei singoli e delle associazioni varie che gravitano intorno alla presa in carico della “sofferenza mentale”, ribadisco.Come è a tutti noto il pensiero e l’azione di Basaglia seppure non propriamente accolti nella legge che prende il suo nome erano sacrosantemente orientati a migliorare materialmente e moralmente la vita umana e la convivenza nella società della persona affetta da sofferenza psichica. “Aprire” i manicomi, anzi cancellarli, perché i “manicomi non si riformano, ma si distruggono” rappresentò all’inizio una vera e propria provocazione, un pugno al basso ventre per i perbenisti anche “psi” di tutte le categorie e ceti sociali.

Ovviamente dopo la provocazione e la libertà vengono le responsabilità. Quello della legge Basaglia si è rivelato un lungo cammino discretamente accidentato di cui ancora si fa fatica a vedere il traguardo (ma era prevedibile, forse, viste le implicazioni morali, finanche antropologiche oltre che più strettamente mediche e psicologiche che comporta tante volte la “malattia mentale”). La sua fu, secondo me, soprattutto una vera “rivoluzione mentale” volta a combattere prima di tutto l’insana idea stessa di “manicomio” che ciascuno di noi si porta dentro più o meno stabilmente in testa.

A dispetto del “pragmatismo” necessario allo sviluppo di un sano senso di realtà, ma in nome del quale spesso si giustificano nefandezze inaudite, mi giova ripararmi ancora presso il confortevole e rassicurante cantuccio dell’idealità: quella del nostro lavoro in particolare, e forse il ricorso all’ “ideale” mi aiuta ad allargare i termini della questione. L’ “ideale” spero non sia soltanto un comodo escamotage per evitare forse la tentazione di chiudersi nel proprio recinto ideologico e professionale, tuttavia può tornare utile per sfuggire al rischio che la “salute mentale” si riduca a questione meramente tecnica tra addetti ai lavori e le famiglie dei pazienti, quando va bene, quando presenti.

E allora è bello e terribile il lavoro del “curante”. A questi spetta manifestare ufficialmente e secondo scienza e coscienza la sua solidarietà umana, ma questo lo fa dovendo in qualche modo trascurare in certa misura il “diritto degli individui a vivere tranquillamente senza interferenze esterne”.

Il dilemma in cui si strugge tante volte il curante che si occupa della sofferenza psicologica delle persone è come “intromettersi nell’autonomia individuale con discrezione e senza che ciò connoti una mancanza di rispetto nei confronti dell’individuo o una sua indebita manipolazione”.

Il rischio che ci si possa ergere a “giudici” e arbitri della vita e del futuro altrui seppure involontariamente in questo campo della sanità pubblica è sempre incombente. Tuttavia, può sembrare paradossale e un po’ lo è, forse, la nostra “invadenza-intrusione” è giustificata proprio dal nostro interesse per l’autonomia e la libertà individuali e soprattutto per la loro manifestazione (non sembri paternalistico).

Pensiamo infatti che attraverso una “misurata”, ma necessaria tante volte “ingerenza” nella vita altrui si possa dare valore ad autonomia e libertà in maniera sufficiente a permettere alle persone e nei limiti delle loro funzionalità di poter scegliere di fare certe cose o “ottenere certi beni” (chissà, perché no, anche), non solo attraverso l’ausilio farmacologico o gli strumenti psicoterapici  a disposizione ma anche permettendo all’interno delle strutture riabilitative e nell’ambito di un percorso esistenziale più eterogeneo di svolgere attività “autoespressive” e “autosimboliche” semplici o più complesse, che in linea di principio siamo convinti possano aiutare le persone sofferenti a migliorare ulteriormente la propria persona ed esistenza. Preparatevi!

Dopo le “REMS” arrivano le “REMAP” (Residenze per l’ecologia mentale e l’autodeterminazione politica). Dunque, l’interesse per l’espressione e la simbolizzazione dei valori di autonomia e libertà ci guida fondamentalmente nell’azione “politica” e quotidiana della “cura” e riteniamo che simili valori possano essere espressi nel modo più efficace anche, attraverso un’azione congiunta e ufficiale (cioè accreditata dalle moderne acquisizioni in campo medico e psicologico) di un’equipe di lavoro e di Servizi le cui azioni integrate sono sostanzialmente “politiche” ancora e che procedono insieme con l’attenzione per l’autoespressione individuale.

In qualche modo favoriamo l’espressione simbolica di molti aspetti delle persone che abbiamo in carico senza obbligatoriamente dare priorità al lato personale, cioè senza accordargli necessariamente una preponderanza incondizionata (non per niente l’approccio alla sofferenza psichica è “gruppale”, tante volte).

Insomma, la nostra azione di curanti della salute mentale diventa un’azione collettiva dunque “politica” in quanto più o meno indirettamente finiamo per aver cura di un’ “autoespressione collettiva”, di fatto, forse. La nostra azione di cura è un’azione “politica” perché miriamo anche ad ottenere certi risultati e a cambiare le condizioni in meglio per quella data persona o gruppo di individui, e pensiamo che certe “linee politiche di cura” possano esprimere adeguatamente la nostra solidarietà agli altri sofferenti perché crediamo che servano ad aiutarli o sostenerli.

Quando accenno alla valenza sociale o politica della cura voglio dire che il curante o l’istituzione addetti alla cura della sofferenza psichica agiscono pur sempre all’insegna della salvaguardia della persona umana del paziente (e del paziente/reo) di fronte al – rischio di una sua indebita strumentalizzazione per la realizzazione del “bene comune” -. Il punto è oltremodo “politico” perché stiamo parlando del – grado e del tasso di senso di solidarietà e interesse per gli altri di una popolazione, e del suo bisogno di dargli un’espressione politica simbolica -.

Perché la riorganizzazione dei Servizi di salute mentale parla soprattutto di questo, cioè di legami di solidarietà e interesse che vogliamo vedere solennemente rispettati e “scientificamente” formulati nella sfera politica collettiva.

Basaglia questo fece con la sua “azione di forza” (la forza dei princìpi su cui notoriamente non si possono fare compromessi). Egli pose solennemente un problema dandogli un’espressione simbolica e “imponendolo” alla sfera politica collettiva. Succede poi che i programmi intrapresi in buona fede per conseguire gli obiettivi della legge abbiano funzionato bene in diversi casi, gli obiettivi che essi dovevano raggiungere hanno fatto notevoli progressi. Tuttavia, alcune progettualità non hanno funzionato a dovere; ci sono stati inconvenienti, effetti collaterali sgradevoli, inaspettate difficoltà nel loro raggiungimento, sviluppi inattesi, inadempienze, negligenze. Alcuni avranno, allora, la tentazione di aggrapparsi ancora con più vigore alla legge, sostenendo che la purezza dei suoi obiettivi ha perso forza perché i suoi promotori non li hanno perseguiti fino in fondo.

Quando si tratta di grandi orizzonti politici, perché di questo tratta la legge Basaglia, secondo me, si può dire che ci sarà chi reputa che soltanto attraverso rilevanti mutamenti «strutturali» nella società si possa continuare a perseguire certi obiettivi e chi penserà invece che sia già stato fatto abbastanza, cioè che la legge Basaglia in questo caso abbia espresso il suo massimo potenziale nell’attuale contesto socioecomico, politico e morale.

E poi non si possono nemmeno sottovalutare le resistenze interne di alcuni membri dell’ “apparato” (pubblico e privato o misto) che avranno investito la propria carriera in certi obiettivi e programmi e si sperticano nel tentativo di mantenere alto il favore del “pubblico” per tali programmi che sono anche fonte di legittimo profitto – il loro «curriculum» e le loro carriere sono subordinate anche a questo, a conti fatti.

Diventa poi oggettivamente difficile anche continuare a prefiggersi certi obiettivi con mezzi molto diversi, cessando o convertendo drasticamente i programmi in corso d’opera (con quali mezzi, poi?)Ma il guaio più grosso è forse che col passare degli anni con questo tipo di organizzazione territoriale dei Servizi attuale abbiamo finito per – “istituzionalizzare” permanentemente il contenuto stesso di quei princìpi basagliani troppo solenni, troppo sacri, forse, e per questo forse tante volte troppo malamente articolati nei programmi molto “pragmatici” che alla legge Basaglia si ispirarono -. Ciò che voglio dire è che la dimensione simbolica non si può cancellare, essa lavora comunque e toglierla agli uomini e alle loro attività significa svuotare la loro progettualità invitarli a raccogliersi nel recinto ristretto del loro individualismo e avidità e dove predominano le smanie di successo. E quando si rinuncia agli orizzonti simbolici perché ritenuti ideologici, ad esempio e quindi da cancellare non porta tanto bene né alle persone, né alle democrazie (sarà per questo che nelle scuole si finisce tante volte per rinunciare a studiare la “Resistenza”?).

E sia chiaro che non sto perorando un’ideale supremazia del simbolo sulla conoscenza scientifica. Dico soltanto che i principi difficilmente possono essere interpretati attraverso i metodi descrittivi della scienza, o quelli più “stocastici” dell’economia, temo.

La legge Basaglia forse ha svolto degnamente le sue funzioni per il tempo e il contesto in cui è nata. Adesso è necessaria una nuova riforma sempre ispirata ovviamente ai principi basilari perorati da Basaglia. I suoi valori rimarranno ormai scolpiti per sempre nella coscienza di chiunque “psi” o no voglia dirsi veramente civile. Ma ora occorre una nuova legge che ne corregga le storture e declini quei valori effettivamente e più compiutamente nel lavoro quotidiano dei curanti da proporre in parlamento e con tutto il clamore del caso eventualmente che l’accompagni.

Occorre un’azione collettiva (clamorosa?) che rappresenti l’ennesimo cazzotto sullo stomaco per tutti i benpensanti di turno. Bisogna ridare una sveglia a certa coscienza politica e civica ormai sopita da troppo tempo. E allora usciamo dalle Comunità e dai Dsm e Spdc e dalle Rems assortiti e insieme gridiamo a gran voce che questo sistema non lo accetteremo più. In cambio offriamo programmi possibili e riforme plausibili che rimettano al centro della discussione le persone sofferenti e forse anche il contesto sociale in cui vivono, ma in modo più “strutturale”, questa volta. Allora, forse, non serve più che siano i pazienti ad uscire dall’istituzione.

Ma siano le “maestranze” a venir fuori. Questa è la seconda rivoluzione che già Basaglia e la sua legge preconizzavano, in seconda battuta, almeno, o la loro logica prosecuzione. Chissà! Ragazzi fuori, dunque! Liberiamo gli operatori!

– Non dobbiamo conquistare il mondo né tanto meno siamo qui per psichiatrizzarlo o psicologizzarlo. Ma c’è tanto di quel disagio da intercettare là fuori. Portiamoci al largo, orsù! Non potrete riposare per un po’ di tempo, ma dobbiamo avere il coraggio di andare oltre, laddove gli altri non vogliono avventurarsi.E non torneremo in porto senza una singola idea buona perché sarebbe uno sbaglio e un sacrilegio e oltretutto sconveniente e oltremodo ripugnante per dei veri uomini e donne di scienza. Sappiamo bene cosa sa da fare. E poi cosa direbbero le nostre famiglie e gli afflitti che aspettano delle soluzioni? Tutti noi faremmo meglio a sfruttare tutte le ore che il destino vorrà per accordarci e riempire questa nave di progetti affidabili entro l’anno possibilmente. – Quando finalmente troveremo noi stessi! — Coraggio allora… Salva a picco l’ancora…, su il controfiocco…, gabbieri pronti…, Sig Mason al timone…, vele a segno…, pronti con la randa…, vele di gabbia e parrocchetti…, timoniere poggiare al vento…, mollare i gerli…, aprire le vele…, sveglia marinai che si fa notte…, bracci a segno…, e vai con le vele di prua…, forza con quell’argano dannazione… Datevi una mossa uomini o questo sarà il vostro passaggio finale dritto per l’inferno…Cazzare la randa…, strozza quella fottuta scotta. Facciamo vela maledizione! Ancora una volta! -.  

Suggestioni bibliografiche: “Moby Dick”.



2 risposte.

  1. Pasquale Pisseri ha detto:

    Il citato Moby Dick mi ricorda altra opera di Melville, Billy Budd marinaio, e la sua chiusa: “L’anno di grazia 1797, l’anno di questa storia, appartiene a un periodo che, come sanno tutti gli studiosi, rappresentò per la Cristianità una crisi, non superata per la sua importanza, a quel tempo non valutabile, da nessun’altra documentata. La promessa dello Spirito di quei tempi annunziava che si sarebbe posto rimedio ai soprusi atavici del vecchio mondo. Ma poi? la Rivoluzione si trasformò ben presto in un’oppressione più dispotica e tiranna dei monarchi. Sotto Napoleone innalzò al trono reale uomini fatti dal nulla e diede avvio a quella conflittualità prolungata di guerre continue che conobbe lo spasmo finale di Waterloo. In quegli anni neppure i saggi più lungimiranti avrebbero potuto prevedere che tutto sarebbe sfociato in una situazione chiaramente individuata per alcuni pensatori: un’avanzata politica per alcuni europei su tutta la linea”.
    Melville non poteva sapere che analogo iter si sarebbe ripetuto nelle rivoluzioni russa e cinese: fase di spinta ideale, fase di contrasti anche violenti, fase di consolidamento – tradimento: qualcosa rimane anche se non proprio quel che si voleva e sperava.
    Questo schema ha validità anche nella nostra “rivoluzione” psichiatrica, beninteso su ben minore scala e fortunatamente senza spargimento di sangue o tirannie: e oggi non siamo a Waterloo, ma tuttavia in una situazione a rischio di perdita di quanto acquisito. Ancora una volta: c’è un consolidamento di esso oppure un tradimento della spinta ideale? In che misura questa deve venire a patti con la realtà? Il necessario realismo – che ha ispirato già la legge 180 – non deve fare dimenticare che esso in campo sociopolitico è nozione ambigua: la “realtà” sociale siamo noi ,come collettività, a crearla.E cercare certe regolarità negli eventi storici, perseguire la ragione storica, non significa accettare il determinismo e rinunziare all’attivo impegno per il cambiamento. E’ questo nodo, fra l’altro, che ha dovuto sciogliere il pensiero marxista

  2. FELICE ALESSANDRO SPATA ha detto:

    La buona creanza di un’amabile e formativa conversazione mi impone una restituzione al commento del Prof Pisseri che ringrazio innanzitutto per l’attenzione che dedica alla questione proposta qui in questi termini che dimostra se non altro che i contenuti ivi espressi non sono poi così del tutto campati in aria. E questo mi conforta sulla tenuta del mio senso di realtà ancora vigente, quantomeno.
    Il prof Pisseri cita le rivoluzioni cinese e quella leninista seppure il mio richiamo non voleva essere così perentorio. Più modestamente mi sono appellato a Moby Dick per il tono epico che sprizza dalle righe del testo perché effettivamente sono “epiche” tante volte nel senso di impegnativi il lavoro che svolgiamo e le riforme che vorremmo. E la “salute mentale” e il “realismo” che l’accompagna sono questioni “sociopolitiche”? Bene! Attenzione Prof. a non diventare anche lei – membro del club siculogenovese degli “idealisti sfrontati” –. Comunque sia sarebbe il benvenuto. Anche scomodare Marx mi imbarazza non poco considerato che concordo con coloro che guardano a Marx come a un grande studioso di capitalismo prima ancora che a un ingenuo teorico del comunismo. Chiunque ancora oggi volesse capirci qualcosa di più di “psicodinamiche” economiche e finanziarie non dovrebbe mancare di dare una scorsa al “Capitale” e senza per questo temere di essere tacciato di “comunista”. “Io sono comunista perché leggo Marx o leggo Marx perché sono comunista?” Mah! È una di quelle questioni “capitali” su cui non manchiamo di interrogarci ogni notte almeno un quarto d’ora prima di addormentarci. La distanza tra idealismo e realismo secondo me si misura anche sul grado di “realtà” in cui vogliamo attestarci cioè che abbiamo preso in considerazione come termine di paragone e sulla nostra volontà-capacità di voler guardare in faccia la realtà. Ma questa è un’altra storia. Invece, siamo ancora a questo, dunque: come si fa a conciliare l’idealismo con il realismo? Certo se continuiamo a leggere il presente con le lenti del passato rischiamo davvero la paralisi cerebrale oltre che motoria. Idealismo versus realismo, quindi? D’accordo. Però non dovremmo secondo me pensare agli idealisti come ai soliti inguaribili sognatori con la testa sempre fra le nuvole semplicemente (con un sottinteso quasi “autistico” persino, a volte) e discretamente irresponsabili anche, né ai realisti come ai soliti “furbetti del quartierino” dai tratti vagamente “psicopatici” o non soltanto, almeno. Mi hanno abituato a visualizzare le questioni non come due insiemi necessariamente separati, ma intersecati in certa misura. Mettere in relazione un elemento ideale con quello realista. Quali sono gli elementi comuni tra il solenne idealismo e il più prosaico realismo? Non sto dicendo che i due insiemi sono equipotenti, tuttavia bisogna sforzarsi di mettere in relazione gli elementi dei due insiemi, stabilire un contatto o un rapporto proprio per non degenerare nella più fumosa per quanto romantica “illuminazione distopica”. Voglio dire che idealismo e realismo non sono dopotutto sempre così enormemente distanti e questo dovrebbe essere una buona notizia perché vuol dire che in qualche modo possiamo pur sempre intervenire degnamente.
    Non so se concordate, ma tante volte sembra che siamo noi addetti ai lavori i primi che ci ritroviamo a dover subire le riforme invece di proporle e “imporle”. Non sto invocando l’intervento di un demiurgo o del Napoleone di turno. Non è più tempo di “eroi”. L’intervento è sistemico. Tuttavia, niente di trascendentale, s’intende, tranquilli! Semmai starei pensando di “riunire” i migliori cervelli del settore e ne abbiamo che dispongono dell’autorevolezza scientifica e clinica e persino morale e dell’esperienza sufficienti per studiare e proporre un testo organico che dovrebbe fare da guida alla futura organizzazione della cura della sofferenza mentale e psicologica sul territorio. Un documento di sintesi scaturito dalle migliori esperienze locali anche che produca delle procedure e una modalità di lavoro che si siano dimostrate efficaci anche al di là della mera strozzatura della “evidence-based medicine” (il che comporterebbe tra gli altri discreta apertura mentale e la rinuncia ai narcisismi ideologici e di categoria) La “legge 181” (scusatemi il blando delirio di onnipotenza) che detti le condizioni di una nuova strutturazione della sanità sul versante della “salute mentale” cui l’organizzazione debba adeguarsi in tempi ragionevoli. Voglio dire che la legge che sanciva la chiusura degli opg dava tempo un mese mi pare (correggetemi se sbaglio) perché si ponesse fine a quello scempio. Qui considerata l’ampiezza della questione e il pessimismo cosmico che ci pervade si potrebbero accordare un paio d’anni, eventualmente per la riconversione. Una nuova legge che la brava lobby dei medici in parlamento non mancherà di far discutere e di far approvare magari in tempi ragionevoli. Non mi scandalizzano le lobby di per sé (guarda un po’ come sono realista) e non parlo della lobby degli psicologi per carità degli dèi che ha la stessa influenza degli antibiotici sulle infezioni virali. Il punto non è una legge parlamentare per forza, perché probabilmente per certi provvedimenti basterebbero forse dei decreti legge o delle circolari, non lo so. Ciò che conta è ribadisco rimettere al centro della discussione la questione politica-simbolica della “salute mentale della nazione”. Concordo con il Prof Pisseri quando scrive che “la realtà sociale siamo noi, come collettività a crearla” (la “collettività” dei curanti, vuole dire?), ma è proprio questo che mi spaventa in certi frangenti. Forse facciamo parte di un gioco troppo più grande di noi? Un esempio eclatante di come idealismo e realismo non siano poi così distanti, ma che tuttavia certa “collettività” fa fatica ad “integrare”, ci è fornita dai pazienti con “doppia diagnosi”. Stiamo ancora qui a discutere se sia meglio il trattamento integrato di questi pazienti nell’ambito di un servizio unico o il trattamento attuale “parallelo” della tossicodipendenza da un lato e della malattia psichiatrica dall’altro. Da una parte una certa vulgata ci esorta ad evitare di cadere nel – mito leonardesco dell’“integrato a tutti i costi” -. Dall’altra si profetizza il seducente (e davvero “fantaclinico”???), – modello innovativo di un servizio unificato sorretto da un’équipe multidisciplinare adeguata -. Quello che sappiamo con discreta certezza è che – il trattamento separato, anche se gestito simultaneamente, in parallelo, dei disturbi psichici e dell’abuso di sostanze nei sistemi sanitari degli USA (ma non soltanto) è scarsamente efficace -. Altrettanto certo è che in Italia il paziente e spesso i suoi familiari sono “sballottati” tra SerT e Centri di Salute Mentale due sistemi di cura “differenti”, ma soprattutto con una difficoltà congenita e strutturale a comunicare realmente tra di loro. Rimpalli, deleghe e sballottamenti confondono i pazienti e rischiano di ritardare l’avvio di un corretto trattamento. Tuttavia, ciò che ci accomuna di sicuro operatori, pazienti e le loro famiglie è il vissuto di mal funzionamento del servizio attualmente fornito. È idealistico trattare di questo? È rivoluzionario di per sé mettere in discussione certa suddivisione di competenze tra sert e csm? No! È soltanto doveroso, forse. Mi direte che mancano i soldi per far funzionare un servizio unificato per PDD. Mi direte molto pragmaticamente che è meglio questo che niente. D’accordo! Allora se è tutto qui il problema che ne parliamo a fare? Vorrà dire che “moriremo” tutti “realisti”, pazienti compresi. Ma non voglio fare l’idealista micragnoso a tutti i costi e so perfettamente che le risorse per la sanità non sono decise sostanzialmente da chi in essa opera. Tuttavia, è pur vero che da buon pragmatico so anche che la distribuzione delle risorse nei diversi ambiti dell’attività umana sollecita una buona “corrispondenza di amorosi sensi” propriamente “politica” chiamata a conciliare i diversi interessi in competizione, per così dire. Sigh! E aggiungo che in un eventuale ultimo sussulto di vita mi chiederei anche se insieme alla carenza di risorse (che penso sia verosimile nel comparto “salute mentale”, quantomeno) non ci sia anche una effettiva difficoltà nella gestione dei “conflitti” all’interno del nostro gruppo di lavoro che tende ad utilizzare massicciamente lo “Spostamento” per trasferire appunto il conflitto interno alla successiva “recessione finanziaria”. Disperdendo in tal modo quel patrimonio di creatività e di competenze e di Servizi e di risorse finanziarie finanche che potrebbero essere messi meglio a disposizione della causa (Ops! Adesso mi sembra di parlare come un manager della Sanità. Niente di grave ogni tanto mi prendono questi attacchi di pragmatite acuta)

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