Vaso di Pandora

La carica dei 101. Un movimento per la salute mentale italiana?

Dopo due giornate a Roma dedicate alla conclusione di un progetto europeo sui Gruppi di Psicoanalisi Multifamiliari (GPMF), usciamo soddisfatti, ricchi di storie, accesi dall’entusiasmo, ricaricati.

Nel comprensorio di Santa Maria della Pietà abbiamo aperto il 26 gennaio 2024 alle ore 9:00 il congresso “L’impatto della Psicoanalisi Multifamiliare in Europa – Conclusioni del progetto Erasmus +; Multifamily groups in mental health  (FA.M.HE)”.

Coordinati da due tecnici della riabilitazione psichiatrica (Lucia Simonelli e Bozena Goldos), coadiuvati da una figura amministrativa (Pina Pozzessere), i 170 partecipanti sono stati divisi in 4 gruppi paralleli. Al termine è seguito un Ateneo allargato (un unico post-gruppo) di oltre 80 persone, assiepate in una grande stanza del Padiglione 17, ospiti del Samifo Asl Roma 1, in pratica ospiti dei migranti. Un’azione parlante, direbbe Racamier.

Il resto del congresso è proseguito nella sala Basaglia, il cuore pulsante del vecchio manicomio, il più grande di Europa, ricordava Giuseppe Ducci nel suo intervento di apertura: “un luogo dove la memoria deve restare viva, per non tornare indietro”, diceva il direttore del DSM che ha svolto funzione di partner del progetto europeo.

Andrea Narracci ha aperto il primo GPMF nel 1997, in una Comunità Terapeutica pubblica. La chiamarono Tarsia attingendo al lavoro degli ebanisti e della bottega artigianale.

In 27 anni di straordinario impegno scientifico e culturale, con una grande moltitudine di operatori, pazienti e familiari e con la supervisione-intervisione diretta di Jorge Garcia Badaracco, fino alla sua morte nel 2011, la psicoanalisi multifamiliare ha rimesso al centro della salute mentale italiana la ricerca di un significato nella sofferenza, la necessità di coinvolgere sempre, nel processo terapeutico, la famiglia, e di cercare sempre, più che la stabilizzazione dei sintomi, un cambiamento. Del paziente, dei familiari, degli operatori, incidendo sulle relazioni di interdipendenza reciproca.

In 27 anni di lavoro sul campo siamo arrivati, secondo una prima mappatura dei GPMF attivi in Italia, ad un numero importante. Ad oggi sono 101 i gruppi aperti tra SSN e privato accreditato.

101 sembra un gran numero. Ma e’ proprio così?

Gisella Trincas, Unasam, Daniela Pezzi, Caritas Roma, Elena Gentili, Consulta Roma e DSM Roma 1, Antonella Cammarota, Solaris, sono univoche nella loro analisi, che apre la discussione delle diverse sessioni del congresso: i GPMF sono pochissimi in Italia, gran parte dei servizi sono basati esclusivamente su una psichiatria tradizionale, gli interventi psicologici sono pochi ed episodici.

Un trattamento potente ed economico, ad alto gradimento per utenza e famiglie, su cui sono stati scritti libri, articoli scientifici, reportage giornalistici, con un’associazione nazionale (Lipsim) che promuove seminari, un master ed un corso rispettivamente per conduttori e facilitatori, tenuti congressi internazionali, migliaia di ore di formazione in numerosi dipartimenti italiani, strutture residenziali pubbliche e private. Eppure sembra proprio che il GPMF si impianta in pochissimi servizi, magari solo per l’impegno diretto di operatori molto motivati e destinato ad esaurirsi con la riduzione di forze individuali e di risorse economiche.

Le resistenze sono intrinseche ai disturbi psichici, la sofferenza cerca difese, anestetici mentali che chiamiamo dissociazione, scissione, rimozione, negazione, diniego. Oppure sostanze psicotrope, comportamenti, agiti.

Ma e’ questo che rende difficile il propagarsi della psicoanalisi multifamiliare, che rende così faticoso e limitato il lavoro psicologico nei servizi di salute mentale, che impedisce l’accesso al senso, ai significati, al cambiamento? O almeno, e’ solo questo?

La salute mentale italiana traballa, i servizi si impoveriscono, le associazioni di famiglie e utenti vengono tenute lontane dal livello organizzativo e politico, la riabilitazione è troppo poca e tardiva, i percorsi sono tortuosi, pieni di strade sbarrate, dove si cerca l’India ma si finisce altrove, e soprattutto non si capisce dove. E i GPMF, che potrebbero essere una specie di pace maker dei servizi di salute mentale, sono ancora poco utilizzati.

Tutto questo sembra sbilanciare gli interventi a favore della residenzialita protratta, non di interventi intensivi che producono cambiamenti, ma di lunghi ed estenuanti percorsi residenziali ripetitivi, finalizzati a stabilizzare, gestire, proteggere e assistere.

Allora ci salta in mente che 101 sono i cuccioli che devono salvarsi da Crudelia Demon. Abbiamo tutti palpitato da bambini e non davanti alla loro fuga, la carica con cui oltre a salvarsi la pelle (e la pelliccia) sanciscono il diritto degli animali di sopravvivere ai desideri famelici degli umani. Allora la carica dei 101 diede sostegno ad un grande movimento mondiale che ha determinato un cambiamento epocale: basta con le signore impellicciate, basta con lo sterminio di leopardi, visoni, ermellini, castori, marmotte, orsi.

Ripartiamo allora dai nostri 101 GPMF e cambiamo, con un grande movimento di <Salute Mentale>, le abitudini e l’organizzazione e la funzione dei nostri servizi, rendiamoli luoghi di pensiero, di partecipazione, di potenziale trasformazione, più che ambulatori, centri e strutture chiuse secondo stereotipi clinici obsoleti e non adeguati. Apriamo sistemi di cura basati sugli interventi multifamiliari, comunità di cura e di salute mentale dove si costruisce insieme agli utenti e ai familiari una nuova società. Più inclusiva. Più attenta al senso delle cose. Più creativa e umana. Più che di cartoni animati la vorremmo animata di storie reali e meno di carta, cartone e burocrazia e di proposte cliniche prive di creatività e flessibilità.

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Commenti su "La carica dei 101. Un movimento per la salute mentale italiana?"

  1. Certo ci sta tutto e dovremmo passare dalla teoria alla pratica. Intanto cominciare a fare i GPMF (utilissimi ma non accettati sempre e da tutti) nelle cliniche e nelle residenzialità protette invitando pazienti e familiari allargati per abituare tutti all’apertura ed alla condivisione abbandonando lo stigma e l’autostigma delle persone in cura e dei loro familiari che non sono necessariamente solo i genitori, ma i fratelli, gli zii, i cugini, insomma chi sente di appartenere alla famiglia anche se c’è una persona con disagio psichico o meglio specificare psichiatrico. Chiedere ripetutamente la partecipazione, non necessariamente settimanale, anche mensile potrebbe andar bene, l’importante è farla e spiegare l’importanza della partecipazione anche solo per l’ascolto, insegnare a tutti l’ascolto con la sospensione del giudizio per aiutare tutti ad esprimersi perchè questa è la cura più importante che porta alla recovery.

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  2. Ho partecipato al convegno e letto con interesse questo articolo perché, come familiare credo che questi gruppi siano efficaci ed importanti nel nostro processo di recovery. Come sociologa ho utilizzato il libro di Narracci e Badaracco con i miei studenti del corso di laurea per Assistenti Sociali, parlando dell’importanza anche sociale di questi gruppi.
    Voglio partecipare anch’io alla carica dei 101: farò girare questo articolo e lo invierò a realtà sensibili in cui ancora i GPM non sono presenti. Intanto penso che possiamo fare delle piccole cose, ad esempio fare conoscere la presenza dei gruppi, mettendolo almeno sul sito della nostra ASL Roma1 le indicazioni dei CSM e delle altre strutture in cui sono attivi con orari e luoghi. Possiamo poi suggerire di mettere anche dei cartelli come ci proponeva quel familiare intervenuto al convegno,

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