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La bottega della psichiatria: l’operare psichiatrico a quarant’anni dalla Legge

Antonio Maria Ferro
1 Giugno 2018
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La bottega della psichiatria: l’operare psichiatrico a quarant’anni dalla Legge

La bottega della psichiatria: l’operare psichiatrico a quarant’anni dalla Legge

di Antonio Maria Ferro

PREMESSA

J. Conolly (1794 – 1866) nel 1856, nel “Trattato del malato di mente senza mezzi costrittivi” scriveva: 

“è importante che i medici dimentichino le preoccupazioni personali, allorchè ha inizio la giornata e siano pronti ad ascoltare con pazienza, ad investigare con imparzialità, a soccorrere con gentilezza, a sopperire infine a tutte le piccole o grandi cause di insoddisfazione, così che i pazienti si sentano tranquillizzati ed il personale non si irriti o si scoraggi perdendo la gentilezza e la comprensione verso i pazienti…così giorno dopo giorno si avvertiranno i risultati dell’azione benefica di questo ritmo; giorno per giorno i disturbi mentali scompariranno, il sospetto verrà dissipato, i pensieri malinconici svaniranno, la fiducia crescerà e si rafforzerà, le propensioni naturali rinasceranno e la guarigione non sarà più lontana”.

Evidenzio come Conolly sia qui sorprendentemente vicino a W. Bion (1897 – 1979)  che parla di “reverie” come quello stato mentale della madre che le permette di accogliere il terrore, su di lei proiettato, del neonato. Infatti i nostri due psichiatri sono molto vicini quando Bion sottolinea che l’oggetto delle proiezioni (la madre ma anche il terapeuta e l’istituzione di cura) deve possedere, da un lato  la capacità di accogliere e trasformare gli elementi proiettati senza lasciarsi travolgere dall’altra deve avere  la capacità di restituirli al soggetto sotto forma di oggetti interni più stabili e funzioni mentali più strutturate (funzione Alpha).Questa cultura dell’accoglienza rispettosa e ricca affettivamente, la capacità di comprendere andando al di là di una mera psichiatria classificatoria e centrata sul sintomo dovrebbero quindi essere caratteristiche basilari del nostro modo di operare oggi in psichiatria.                             

 

Introduzione

I Dipartimenti di Salute Mentale nascono in Italia sedici anni dopo la riforma dell’assistenza psichiatrica , avvenuta nel 1978 con la legge 180 e la successiva  legge di Riforma Sanitaria del 1980 che accoglieva ,al suo interno, i dettami della legge 180 (articoli 33, 34, 35).

Questa legge è chiamata “ Basaglia” ma in realtà fu accelerata nella sua promulgazione  dalla vittoria nel 1978 del referendum promosso dai radicali che aboliva la legislazione (1904/1968 ric. Vol. decreto Mariotti) allora presente, che vedeva nell’O.P. il centro primo dell’assistenza psichiatrica. 

Basaglia allora scriveva” in quest‘ area di problemi è possibile comunque  rintracciare i cardini su cui si assesta fino ad oggi il nuovo ordine psichiatrico, nato dalla crisi del manicomio come pratica e come ideologia”Vi ricordo tuttavia che “ Manicomio” non è legato solo  a quelle strutture da tempo chiuse, ma può rinascere sempre nelle forme della neomanicomialita perché “manicomio”- come sempre mi ricordava Giovanni Jervis, il mio primo direttore, è prima di tutto un assetto mentale ,una particolare ideologia dell’esclusione. 

Infatti il “Manicomio” – prima ancora che una situazione spaziale caratterizzata dalla chiusura, dalla separazione dal contesto sociale, dalla regressione e dalla perdita dei diritti umani, in una dimensione di totale atemporalità – è un fatto culturale, è una disposizione del pensiero e dell’animo, è un’ideologia e può così presentarsi e ripresentarsi dovunque ed in ogni momento.La legge, in verità , dovrebbe chiamarsi Legge Orsini perché fu Bruno Orsini che seppe mediare tra le diverse istanze allora presenti, alcune delle quali estremiste, altre neomanicomiali, altre ancora negatorie della peculiarità della assistenza specialistica psichiatrica. 

La legge che ne uscì, a mio avviso, fu fortemente utopica, ma resistette ai primi difficilissimi anni e poi, invecchiando un po’, divenne proprio bella, e dovremmo esserne orgogliosi, una delle poche cose in cui siamo primi, con la Ferrari, la moda, l’arte italiana, la cucina italiana, la bellezza unica del nostro territorio che dovremmo amare di più così come dovremmo amare di più questa legge realizzandone finalmente i fantastici dettami….i dettami della legge e dei DPR successivi.

Ad un anno dalla legge, proprio Franco Basaglia ricordava che “le leggi non risolvono i problemi, ma servono a definire i principi ed a suggerire i criteri per la loro soluzione pratica . Non sarà – scrive ancora nel ‘79 – la legge a realizzare la rottura degli “assetti manicomiali e -aggiungo io neomanicomiali – ma l’ impegno per la sua applicazione ..”I suoi effetti sono più visibili ”dove non si  sono interrotti i processi di trasformazione che hanno reso la legge necessaria e possibile “ e che anche oggi, a 40 dalla sua promulgazione , la onorano nelle prassi terapeutiche, di riabilitazione e di prevenzioneIn realtà i Dipartimenti di Salute Mentale nascono con il dpr del 7/4 /1994 ed il successivo del 10/11/1999 che avevano per oggetto :”progetto obiettivo per la tutela della salute mentale”. A mio avviso è proprio dal 1994 che si diffonde, a partire da molte esperienze pilota già presenti dopo la 180, in Italia un ‘assistenza psichiatrica più adeguata alle esigenze dei cittadini ed alle richieste delle istituzioni sanitarie e sociali

Questo ha permesso  la chiusura definitiva degli O.P. negli anni ‘90  ed ora anche degli OPG con la nascita delleREMS,( residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza). nostri Dipartimenti quindi hanno raccolto la sfida, che allora sembrava veramente impossibile della Legge 180. In realtà nel 1978/79 noi eravamo stati  gettati un po’ allo sbaraglio, come i pazienti stessi e i loro famigliari , quasi senza rete, come “quei temerari sulle macchine volanti” di cui scriveva anni fa Cancrini (1982).

Un po’ per volta i Servizi che si andavano costituendo “si sono via via aperti a tutti gli utenti di un territorio specifico con un conseguente ampliamento del ventaglio degli interventi richiesti che divenivano così più differenziati cercando di rispondere sia al momento preventivo che a quello terapeutico riabilitativo.

La relazione con un’utenza, sempre più nuova negli anni, ha stimolato trasformazioni complesse nell’organizzazione dei Servizi psichiatrici: nei casi più fortunati i DSM sono divenuti dei laboratori di ricerca in cui si sono sviluppati, in questi 40 anni, proposte e modelli operativi veramente originali di assistenza psichiatrica.

Ricordo come la nozione di utenza non coincida con quella di sofferenze psichica ma rimanda piuttosto all’intersezione tra la formulazione di una domanda ed un servizio specifico al quale tale domanda viene rivolta. Da questa complessa interazione possono derivare situazioni diverse , quali non essere accolto oppure essere preso in carico: in realtà ancora oggi il Dipartimento di Salute Mentale può essere aperto alle domande che gli vengono poste oppure strutturarsi in modo difensivo, predeterminando paradossalmente il tipo di domande, il tipo di utenza e le modalità con cui la richiesta di aiuto viene formulata .Servizi aperti alla domanda di cura,nelle sue forme cangianti, sono solitamente forti qualitativamente e quantitativamente, non legati in modo ideologico a impostazioni,anche scientifiche mono tematiche, mentre servizi deboli,culturalmente fragili o “monotematici”, e/o troppo connotati ideologicamente tendono a predeterminare la domanda ed a influenzarne a priori il modo di esprimersi per ottenere una qualche forma di aiuto.

Io dico che sono servizi che funzionano  ad” imbuto”, centrati sulla difensiva e sulla autoconservazione ,servizi poco curiosi della realtà sociale che si propone sulla “piazza”del vivere quotidiano.Questi ultimi servizi ,non di rado e anche inconsapevolmente, cedono a pratiche neomanicomiali  e di controllo delle istanze sociali,espresse  dalla sofferenza psichica di nostri pazienti e dei loro famigliari..Concludo questa parte introduttiva ricordando comunque il fatto più importante è positivo in modo indiscutibile: solamente in Italia si è sviluppata una Assistenza Psichiatrica, Territoriale, Residenziale ed Ospedaliera che non ha più potuto utilizzare l’Ospedale Psichiatrico: nelle altre realtà internazionali, anche le più avanzate, l’Ospedale Psichiatrico resta invece a tutt’oggi un momento importante della più complessiva Assistenza Psichiatrica .

L’INTERVENTO DI RETE

Introduco qui il concetto di “ Intervento di rete “( Ferro 89). La rete offre infatti una convincente metafora che consente di rappresentare la pluralità delle relazioni che intercorrono tra le persone che chiedono aiuto e i soggetti e le agenzie impiegate nell’assistenza e nella cura.Il Dipartimento di Salute Mentale ,in quest’ottica,è pensato come un nodo della rete,un nodo vitale ,ricco di stimoli e di cultura ,ma pur sempre un nodo inserito in un sistema più complesso,quello del vivere civile e sociale.Neomanicomiali rischiano allora di essere quei servizi che non tollerano i propri limiti,che non si mettono in rete, che non si mettono in discussione nella piazza del vivere sociale,proponendo invece modi di operare troppo tenaci,univoci anche culturalmente,vincolanti a priori….proprio come avveniva nell’angusta cornice ( in tutti isensi… spaziale, culturale, scientifica e sociale) del Manicomio.

Immagino allora la nostra rete come un “Macramè” * tessuto insieme con i pazienti,i loro famigliari,altre persone significative per i pazienti stessi( ad es. professori per gli studenti), nonché gli enti locali ,le associazioni ,insomm la realtà e la cultura del territorio in cui operiamo.I progetti terapeutici vanno così tessuti un po’ per volta con cura ed insieme a tanti altri da noi e la conoscenza del territorio in cui operiamo resta fondamentale.*MACRAMÈ :il nome indica modalità di tessitura particolari a celle di nido d’api ,in cui possiamo individuare una intelaiatura-armata di base e diversi piani di disposizione di fili. Ad es. nei merletti dove una serie di nodi formano contemporaneamente disegni e fondo.Macramè è anche il titolo di un Album molto bello di Fossati.

LA BOTTEGA DELLA PSICHIATRIA

Eccoci allora alla “Bottega della Psichiatria”:La nostra Bottega sta aperta sulla piazza, non ama cornici troppo chiuse ma piuttosto vive e si alimenta nella relazione con il mondo circostante.Nel 1999  con il professor Giovanni Jervis, mio direttore negli anni di Reggio Emilia,pubblicai ,per la Bollati Boringhieri ,  il libro ”La Bottega della Psichiatria. Dialoghi sull’operare psichiatrico a venti anni dalla legge 180 “.

Dall’introduzione ,a mio avviso ancora del tutto attuale :“Perché la Bottega della Psichiatria?Il riferimento ideale-probabilmente presuntuoso-è appunto la bottega d’arte che ebbe inizio nell’Italia dei Comuni ed ebbe il massimo  sviluppo nel Rinascimento . 

La bottega era un luogo dove teoria e pratica avevano la possibilità di crescere in modo sinergico; spesso si apriva su una piazza italiana ,era quindi disponibile agl scambi ed agli stimoli provenienti dalla popolazione che poteva fruire dell’opera artigianale o d’arte , nel suo divenire.

La bottega era allora  luogo di confine ,di frontiera,ricco di possibilità di confronto e collaborazione tra molteplici conoscenze e mestieri ,tra produttori e fruitori ,protagonisti anch’essi della nascita di una prassi creativa veramente singolare ( della quale anche oggi dovremmo essere orgogliosi,orgogliosi della nostra bella e unica Italianità…dei comuni,dei borghi,delle nostre splendide città).Pratica e teoria non procedevano mai disgiunte l’una dall’altra e l’oggetto d’arte era la sintesi di un complesso modo di operare , dove si fondevano talento,conoscenze tecniche,pratica ,stimoli culturali ed ambientali.

Nella bottega risaltavano inevitabilmente l’esperienza , la sensibilità ed il talento individuale dell ‘artigiano .”Queste caratteristiche restano per me anche oggi,nel 2018 a 40 anni dalla 180, una conditio “sine  qua non”anche per l’operare in psichiatria ,perché permettono di sviluppare una prassi di lavoro clinico dove, come nella “bottega della psichiatria”, pratica e teoria non procedano mai disgiunte e possano sempre confrontarsi con l’esterno,la piazza che in psichiatria- come ho già prima ricordato-è rappresentata ,di volta in volta, dalla popolazione ,dai fruitori dei Servizi ,dai modelli culturali e scientifici ,dalle altre discipline mediche,dagli altri saperi “laici”,non psichiatrici.

Così la sofferenza psichica può essere colta nelle sue molteplici sfaccettature espressive, mai statiche e sempre cangianti. Pensate    allle  forme dell’espressività psicopatologica oggi come i DCA, Le nuove Dipendenze,le patologie legate ai fenomeni migratori, le nuove depressioni dove prevalgono,soprattutto nei giovani, i sentimenti di vergogna ed inadeguatezza ,anche rabbiosi,piuttosto che i “classici” sentimenti di colpa ,così legati alla cultura( psichiatrica)  della fine dell’Ottocento e del novecento).Sono consapevole che quanto propongo non è cosa facile , ma sta proprio in questa “utopia” molto del fascino che ha per me l’operare psichiatrico e mi rende,ancora oggi,orgoglioso ,molto orgoglioso del mio “mestiere”.Nell’ottica della “ bottega” ogni sapere ideologico ,a priori,,teso quindi ad un’autocoferma ,entra inevitabilmente in crisi.Assume allora una straordinaria valenza l’importanza data ai soggetti,agli eventi,alle storie di pazienti,all’ambiente.

Ad es. i nostri servizi devono sviluppare oggi” percorsi di contaminazione culturale ,in rapporto alla diversificazione dell’utenza e delle sue modalità espressive e comunicative ed alla necessita di maggiore aderenza alle microculture locali. Occorrono servizi”meticci” per accogliere culture “meticce”(Ferrannini,Ferro1998):lo straniero,l’altro da noi più in generale,appartenenti a sistemi culturali e contesti sociopolitici profondamente diversi dai nostri,possono avere su di noi un effettto perturbante (S.Freud Il perturbante 1919),per la sua non famigliarità e famigliarità dimenticata insieme.
                                                                                                                                           

IL TERRITORIO DI FRONTIERA della MODERNA PSICHIATRIA

Oggi quindi la Psichiatria si viene a caratterizzare come una disciplina di confine tra molteplici saperi ed esperienze,specialista tuttavia nella relazione con “l’Altro”: paziente, istituzione, discipline medico-biologiche, neurologiche, psicologiche ,sociologiche ,le neuroscienze.Il suo corpo può essere cosi leggero senza essere fragile ,povero.

Abbiamo visto poi come i suoi prodotti non vadano tessuti solamente dagli specialisti “psico”,ma insieme ad “altri”, i laici,che sappiano portare altri codici non solo di lettura della sofferenza psichica ma anche di intervento,(antropologici, sociologici ,biologici , religiosi e/o politici ma anche ludici).Credo si debba recuperare quella “debolezza”, o meglio quella “leggerezza “ che è sempre stata la nostra sofferenza ( essere i deboli della Medicina come i nostri pazienti , essere i “deboli” rispetto ai saperi forti ,biologici,psicoanalitici,neurofisiologici ).

Ma questa apparente debolezza è anche l’originalità e la bellezza del nostro lavoro che ci porta , sempre ed inevitabilmente ,a ricercare , a metterci in rete con tanti “ altri da noi “, e così a potere imparare sempre cose nuove.Ora ,da temerari sulle macchine volanti di un tempo, gli operatori psichiatrici possono essere formati per divenire agili corridori ed esploratori dei territori di frontiera , territori in cui , a mio avviso ,si può sviluppare l’attuale operare psichiatrico .

E un progetto dove il DSM si pone anche come un servizio di 2 livello che risponde solo in parte direttamente alla domanda , utilizzando le stesse energie dei committenti nell’elaborazione di risposte integrate .Le nuove attività del DSM non vanno viste come separate dalle pratiche già attive e valide , come la cura delle patologie più gravi, ma da esse derivanti .

In realtà il massimo comun denominatore ed i “mattoni” con i quali lavorare restano quelli che caratterizzano un buon Dipartimento ; le attività nuove  ,come i DCA, le nuove dipendenze, i break evolutivi ,le depressioni nei giovani e negli anziani ad es. possono essere fonte di produttività redditizia che potrà creare “ valore aggiunto “ nella nostra attività.

Questo progetto è tuttavia possibile per imprese/Dipartimenti che siano – come in precedenza già espresso- sufficientemente forti dal punto di vista quantitativo e qualitativo :Imprese in grado di impegnarsi in un tenace lavoro “diplomatico” e di restyling riducendo così ulteriormente i fenomeni di stigma e diffidenza nei confronti dei pazienti psichiatrici ma anche degli operatori che li curano.Va altresì portata una particolare attenzione a ciò che avviene ai confini del nostro operare: la cura con la quale vengono tenuti i locali , come si risponde e si danno informazioni al telefono ,la qualità delle interazioni di base con famigliari e ,pazienti ,l’accoglienza nelle sale d’aspetto e la puntualità nelle visite, lo stato d’animo degli operatori (Conolly),i loro vissuti rispetto al loro lavoro, costituiscono fini cartine di tornasole, precisi indicatori delle condizioni di salute ed efficacia del nostro DSM , considerato come un organismo vivente dotato di peculiare natura psicologica .Ne consegue che la nostra assistenza migliorerà nella misura in cui verrà tutelato e rafforzato l’Io Gruppo curante,unità composta di elementi differenziati ( i diversi operatori nei loro ruoli,relazioni,gerarchie) ma in grado di funzionare come un organismo(Io gruppale)coordinato e coerente nei suoi fini.

Quando avviene la costruzione di un racconto insieme,tra curanti e curati( a volte come l’evocazione del genio della lampada di Aladino), allora è veramente cosa piacevole ed il lavoro diviene più gradito ed è possibile ,con i nostri pazienti ed i loro famigliari costruire oggetti di buona fattura con sufficiente curiosità e piacere : sono le nostre terapie riuscite.
                                       

CONCLUSIONE

La strada percorsa è stata lunga e, complessivamente, buona e possiamo esserne orgogliosi e non cedere così  mai a pessimismi distruttivi ,veri alibi per non continuare a cercare di migliorare.Dobbiamo ricordarci che gli O.P. non sono tornati e che l’applicazione della 180 , a 40 anni dalla sua promulgazione, ha tenuto ed ancor meglio può e deve essere realizzata.

Ricordo il filosofo Paolo Rossi , accademico dei Lincei mancato alcuni anni fà: egli ,nel bel libro “Speranze” stigmatizza le posizioni pessimistiche sull’uomo, sul benessere, sul progresso civile, definendole alibi per non cercare di operare bene.Egli cosi conclude il suo libro:“Credo in conclusione che ,senza cedere alle illusioni, si possa continuare a vivere con una sopportabile dose di angoscia e si possa anche perseverare , con ogni sobrietà giorno per giorno ,senza perdere lo slancio della speranza, in un mondo che per sua natura è imperfetto”.

Allora, concludendo, il mio augurio per la psichiatria, a 40 anni dalla 180, è quello di poterci mantenere leggeri, ma competenti, affamati di conoscenza e di nuove esperienze, essere insomma come “il cavaliere del secchio” di Kafka di cui così ci parla Calvino. 

Egli scrive: “uscire alla ricerca di un po’ di carbone, in una fredda notte del tempo di guerra, si trasforma in “quête” di cavaliere errante, traversata di carovana nel deserto, volo magico al semplice dondolio del secchio vuoto. Ma l’idea di questo secchio vuoto che ti solleva al di sopra del livello dove si trova l’aiuto e anche l’egoismo degli altri, il secchio vuoto segno di privazione, desiderio e ricerca, che ti eleva al punto che la tua umile preghiera non potrà più essere esaudita, apre la via a riflessioni senza fine”Conclude così Calvino:“l’eroe di questo racconto di Kafka non sembra dotato di poteri sciamanici né stregoneschi; né il regno al di là delle montagne di ghiaccio sembra quello in cui il secchio vuoto troverà di che riempirsi. Tanto più che se fosse pieno non permetterebbe di volare.”Così a cavallo del nostro secchio ci affacciamo nell’anno dei 40 anni della 180, senza sperare di trovarvi nulla di più di quello che saremo capaci di portarvi: la leggerezza della nostra conoscenza e l’invincibile speranza nel nostro operare”.



Una risposta.

  1. FELICE ALESSANDRO SPATA ha detto:

    Caro Professore ti scrivo.
    Ho il timore di inflazionare la mia presenza ma il tema è di una tale capitale importanza e le sue riflessioni sempre molto stimolanti che sento il bisogno di uno schietto confronto. Temo che siamo ad una svolta. Descrivere ciò che succede non è “pessimismo”. È semplicemente “descrivere ciò che succede” che eventualmente può legittimare un “cauto pessimismo della ragione” che non è necessariamente l’anticamera di un disturbo dell’umore invalidante il pensiero e l’azione. Non siamo qui per proporre le cartoline della psichiatria italiana, ovviamente. Non soltanto almeno. E se aspiriamo ad un cambiamento reale dobbiamo pur parlare delle cose che non vanno, presumo. E secondo me ad esempio fa bene il Prof. Narracci ad alzare gli occhi e a guardare in faccia gli amministratori della sua regione e il progetto che si accingono a ratificare (ammesso che lo facciano, si capisce). E poi chi sono questi amministratori? Sono psichiatri? Sono psicologi? Sono artisti, poeti, ragionieri, economisti, saltimbanchi, maghi, fattucchieri? Sono comunque esperti a vario titolo di “salute mentale”? O sono soltanto “matti”? E come si permettono di contravvenire in modo così smaccato e plateale e impunito, direi, allo spirito della legge “Basaglia-Orsini”? E’ davvero una cosa che si può fare con tanta leggerezza? E senza nemmeno incorrere nelle ire di un qualche Tar (della regione Lazio eventualmente?) E senza nemmeno la necessità di un minimo di contraddittorio? Scusi l’ignoranza e l’ingenuità, eventualmente. Io sento puzza di “reazione”. Io sento miasmi di “manicomio”. Io sento effluvi di “ritorno al futuro” se il futuro è la “manicomialità high tech”. Ma pensiamo davvero che il nostro lavoro sia avulso da quel contesto ecologico e morale e civile che respiriamo quotidianamente? Possiamo pensare davvero che il comparto della salute mentale o la stessa idea di “salute mentale” non possano essere condizionati in certa misura dall’ingresso in – un’era postmoderna che ridimensiona il ruolo e il posto della politica nella società umana? – O che l’idea stessa di “cura” non possa risentire di un andazzo generale in cui il comando politico dello stato centrale perde l’ancoraggio nazionale e lascia il passo non solo alle unità di governo regionali ma anche ad una pluralità di imprese e organizzazioni di produzione di cose e servizi nazionali e sovranazionali, persino? Questi ultimi veri e propri centri di potere locali, che competono sul mercato della compravendita di beni e servizi e “dettano” i tempi e le modalità degli interventi, alla fine. Altro che principi e valori! Qua bisogna fare cassa. Benvenuti a “Minutopoli” dove tutto è transitorio e il tempo è denaro, e il potere è più che mai temporale e le persone sono precarie ed effimeri sono i beni e incerti gli obiettivi e occasionale e accessorio è il lavoro. E in questo non-luogo, ancora una volta in perfetto stile-Racamier (se mi è permesso scomodarlo) operatori e pazienti sono accomunati dalla stessa identica “punizione”: il valore del lavoratore e le sue competenze e le reali esigenze di pazienti e pazienti-rei si degradano in quel grande calderone della politica post-ideologica del Sistema Sanitario Regionale rappresentato dalla dottrina del “minutaggio”, tra le altre. “Minutaggio”, questione altamente simbolica, non sarà sfuggito, il termine derivante dall’ambito radiotelevisivo e sportivo, indica – la durata precisa, espressa in minuti, di un’operazione o un avvenimento programmati o la frequenza di utilizzo dei giocatori in una determinata squadra -. Da applicarsi anche alla questione dell’assistenza e della “cura” alle persone, eventualmente. Termine quest’ultimo che accomuna ancora una volta lo strambo destino di liberisti e marxisti, padroni e sindacalisti tutti allegramente affratellati in questa idea balzana, in questo mito mai tramontato di una politica sanitaria che si fa economia essenzialmente e si riduce ad “amministrazione statistica delle cose e delle persone” laddove – i “malati” non sono più persone, ma sono posti letto -. Uno strano ibrido di popolazione si affaccia all’orizzonte: Lavoratori meri “consociati prestatori d’opera”, moderati consumatori (non per virtù, ma per necessità) ridotti a cedere l’uso delle proprie forze in cambio di un’irrisoria retribuzione da una parte (è vero che i soldi non sono tutto ma tante volte danno la misura del “rispetto” che nutriamo per i prossimo e per il suo lavoro) costretti spesso ad accumulare ore e ore di servizio per aspirare ad un compenso che tante volte si discosta a mala pena dalla “soglia di povertà” e dall’altra pazienti-consumatori che non producono alcunché. Tra gli strati produttivi ma con scarse prerogative e questi strati “improduttivi” della popolazione affiora allora una serena infelicità con sprazzi di cinismo in un substrato vagamente “depressivo” ma permanente che finisce per accomunare tutti e paradossalmente per sostenere il “sistema” medesimo. Lettura pseudopsicanalitca pervasa da echi marxisti e velleitari a buon mercato. Lo confesso! Ma non è forse ideologica e anche un tantino ottusa e per nulla scientifica la “progettualità” di certi amministratori che leggono le politiche sanitarie con la sola lente distorta degli “aziendalisti” falsamente “liberali”? Sono soltanto dettate da pragmatiche scelte di bilancio le nostre azioni? O dietro certi progetti si nasconde un più generale e subdolo attentato ai più elementari diritti costituzionali? Siamo ancora qui ridotti alla fine ad un inutile confronto tra liberisti arroganti e teneri marxisti nostalgici di un tempo che non c’è mai stato? Mentre la coscienza della complessità della realtà e la consapevolezza di quanto sia incasinata la situazione ci ribolle dentro. Quella di Basaglia fu una “vittoria” temporanea in attesa che le “dinamiche socioeconomiche e politiche” ristabilissero l’ordine costituito? E la “restaurazione” facesse il suo corso? Tuttavia, a meno che, ribadisco, non pensiamo nel nostro sprofondo più profondo che la malattia mentale alla resa dei conti rimanga questione meramente organica (al di là di tutti i pensieri e dichiarazioni di principio politicamente corretti la questione psicosocioeducativa della “riabilitazione” rischia di rimanere pur sempre secondaria) allora non possiamo secondo me rimanere con le mani in mano mentre qualche amministratore con la fissa del pareggio di bilancio o qualche altra perversione o in preda ad una botta di “Entumin” se ne sta lì a smontare pezzo per pezzo e “di nascosto” un “evento di civiltà” e che pretende pure di dare la giusta attenzione al problema limitandosi a concedere graziosamente qualche posto letto in più in cui sdraiare lungamente qualche “disgraziato” che ha avuto la ventura di beccarsi in gioventù che so io la schizofrenia o simili. Ma “che bella pensata”, direbbe Totò. La salute mentale è questione “sociopolitica” realisticamente? O no? Ma lo sanno poi che cosa starebbero per fare certi politici? Ma li hanno ascoltati quelli come il prof. Narracci, o il prof Ferro, tra gli altri, che “qualcosina” ci capiscono di sta roba qua? (i cui nomi spero di non citare a sproposito). “Dico così per dire”. Ma è mai possibile che si invocano tanto i “governi tecnici” e i “politici tecnici” e le “scelte tecniche” quando c’è da pararsi il culo (mi scuso per il termine tecnico) con la Merkel e i bund tedeschi ma quando si tratta di salute mentale allora siamo buoni tutti e i tecnici improvvisamente non servono più? Possibile che gli ultimi “tecnici” buoni li abbiamo radunati e spesi al tempo della legge “Basaglia-Orsini”? Ma sono terrestri questi amministratori? Non ci credo, a meno che non ci siano dei grossi baccelli “fascisti” in qualche anfratto ministeriale e regionale che si sono impossessati dei loro corpi, questi sono davvero fuori dal mondo. E se tanto mi dà tanto guardiamo a certe dichiarazioni di questi nuovi politici giallo-verdi che avanzano. Salvini al Viminale, che è un po’ come mettere un piromane a capo dei vigili del fuoco; e quell’altro con la fissa della famiglia cattolica e rigorosamente eterosessuale come l’unica legittimata ad esistere e si fa vedere in giro con la figlioletta cara in braccio, involontaria sponsor delle inclinazioni inequivocabili di cotanto genitore. Come se una coppia eterosessuale rappresentasse nella mente di certi cattolici o sedicenti tali l’ultimo strenuo baluardo contro l’invasione omosessuale del pianeta terra. Ma le persone omosessuali non “nascono/crescono” da coppie eterosessuali, poi? E fino a prova contraria? Almeno sulla carta, dico, perché non è detto che i membri della classica coppia di coniugi sia necessariamente di ortodossa fede eterosessuale. Benedetta ingenuità! Ma le ultime dichiarazioni in materia del Papa le hanno ascoltate poi? Quando si dice “voler essere più papisti del Papa”. Ma che glielo dico a fare? Boh! Ma questa è un’altra storia. Leggo sulla stampa: la “Tari più alta per le case affittate ai migranti”. Che sembra il risvolto più moderno e “fiscalmente corretto” del più antico e grezzo “non si affitta ai meridionali”. E non oso immaginare cosa proporranno sulla questione vaccini. Insomma per farla breve. C’è un’idea di “manicomio” cioè di “chiusura” ancora fresca, fresca. Qui si procede a colpi di simboli, signori miei. E qual è l’idea forte altrettanto simbolica che vogliamo opporre? Sarò depresso, non lo so, e questo forse giustificherebbe il mio senso “catastrofico”, tendenzialmente, verosimilmente. Magari sono soltanto dichiarazioni simboliche quelle di certi politici, ma non abbiamo detto che il simbolo è tutto? E tuttavia a me certe cose fanno un po’ paura e un certo ribrezzo. Temo che l’eleganza della “bottega della psichiatria” non basti più e comunque l’abbiamo superata da un pezzo, forse. Caro Prof. Ferro, benedetti siano sempre gli idealisti, checchè ne dicano. Ma qui temo ci sia da confrontarsi quotidianamente e più modestamente con “l’industria della salute mentale” che compete spietatamente sul mercato della follia affiancata da amministratori pubblici che guardano sostanzialmente alle persone con sofferenza mentale come a dei “vuoti a perdere” o come a dei “disoccupati che non possono essere nemmeno incentivati, perché sono destinati semplicemente e lungamente ad essere mantenuti”. Quindi, non resta forse che appellarsi a tutti i sinceri democratici di sinistra dotati ancora di un sano senso di colpa perché fermino questa deriva. Oppure è vero che “il mondo è pazzo e per salvarlo ci vuole uno squilibrato di prima classe?” Perché no? (Non mi sto proponendo, tranquillo. La mia psicosi è piuttosto ben compensata, “purtroppo”, e la mia adesione al sistema relativamente adeguata. Secondo certi parametri freudiani, almeno) A pensarci bene potrebbe funzionare! In fondo se abbiamo messo uno come salvini al Ministero dell’Interno (a ridaglie), allora uno “schizofrenico in pieno delirio di onnipotenza” al Ministero della Sanità potrebbe darci quello scatto in più che ci serve per fare la differenza, finalmente. Da valutare per le prossime imminenti elezioni.
    Rimango a disposizione per qualsiasi approfondimento
    Cordiali e sinceri saluti

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