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L’uomo dietro al lettino. Charles Rycroft e la psicoanalisi indipendente britannica

Redazione
21 Ottobre 2015
1 commento
L’uomo dietro al lettino. Charles Rycroft e la psicoanalisi indipendente britannica

Recensione di Giuseppe D’Agostino al libro: L’uomo dietro al lettino. Charles Rycroft e la psicoanalisi indipendente britannica. di Gabriele Cassullo (2015)

La storia della psicoanalisi post-freudiana è stata caratterizzata da una proliferazione dei modelli teorici. Se il metodo, da quando Freud lo ha introdotto e sperimentato, è rimasto relativamente lo stesso, le prospettive teoriche dalle quali guardare al paziente e alla sua relazione con l’analista si sono susseguite senza sosta; una tale polifonia di concetti costituisce, al tempo stesso, il “benessere” e il “malessere” di questa disciplina. Chi lavora con la psicoanalisi si può sentire arricchito dalla varietà di punti di vista e di tradizioni ma, altresì, avverte la sensazione di avere a che fare con una babele di concetti.

Il senso di disorientamento è divenuto un vissuto con il quale dover fare i conti, soprattutto perché alimenta il rischio di una chiusura difensiva dentro i propri bastioni teorici.

Studiare la storia delle idee e delle tradizioni psicoanalitiche, conoscere i protagonisti e i contesti socio-culturali dentro i quali sono nati i loro concetti diventa, allora, un aiuto importante per restare “aderenti”, con responsabilità e consapevolezza, alla propria teoria di riferimento e, al contempo, essere aperti ad altri modi di pensare psicoanaliticamente.
Un capitolo fondamentale della storia della psicoanalisi, che ha segnato in maniera peculiare gli anni successivi alla morte di Freud, riguarda la “scuola britannica” e la sua stagione a cavallo fra la prima e la seconda metà del secolo passato; gli anni, cioè, che precedettero il secondo conflitto mondiale, che lo attraversarono e che, infine, portarono alla rinascita post-bellica. La British Psychoanalytical Society di quegli anni fu il terreno di coltura di una vera e propria rivoluzione degli orizzonti concettuali della psicoanalisi e il tutto fu frutto di un processo dialettico “a tre”: la tradizione viennese, impersonata da A. Freud, il modello proposto da M. Klein, portatore di un mutamento di prospettiva, e quel particolare gruppo di psicoanalisti che – per dirla con Rayner – <<non intendevano assolutamente schierarsi con nessuna delle altre due correnti >> (Rayner, 1991, p. 7, ed. it.). I cosiddetti Indipendenti. <<Gli Indipendenti – è sempre Rayner a scrivere – costituiscono un gruppo in primo luogo perché sono tutti analisti impegnati, e, in secondo luogo non perché essi abbraccino qualche particolare teoria al proprio interno, ma semplicemente perché hanno un atteggiamento in comune. Tale atteggiamento consiste nel valutare e rispettare le idee per il loro valore reale e pratico, indipendentemente dalla loro provenienza [in corsivo nel testo]. E’ per loro essenziale l’uso positivo del dubbio e il piacere di poterlo sperimentare. La certezza ideologica e il settarismo sono estranei al loro spirito>> (ibidem, p. 11, ed. it.).
Un “indipendente” di primo piano fu Charles Rycroft (1914-1998), un autore oggi entrato in un cono d’ombra – com’è accaduto e, purtroppo, ancora accadrà a molti altri – al quale, in realtà, la riflessione teorica psicoanalitica deve molto. Il suo lascito – solo per citare i lavori più importanti – comprende opere quali: Imagination and Reality (1968a), A Critical Dictionary of Psychoanalysis (1968b) e The Innocence of Dreams (1979). Tutte opere, queste, delle quali abbiamo la traduzione in italiano. Conoscere la vita e il percorso teorico di Charles Rycroft significa non solo approfondire un pezzo di storia della psicoanalisi ma, anche, prendere contatto con quel peculiare “modo di concepire la psicoanalisi” che caratterizzò il gruppo degli Indipendenti e che, ancora oggi, continua a essere un modello d’ispirazione per molti. Fra i suoi contributi più rilevanti è bene ricordare la riflessione attorno al concetto di immaginazione.
Per Rycroft, la distinzione tra processo primario e processo secondario tende a marcare un’antitesi tra fantasia e realtà, tra le idee dell’immaginazione e gli oggetti reali esterni (Rycroft, 1956). Sulla scia della critica alla concezione kleiniana della fantasia, iniziata da da Milner e Winnicott, Rycroft dedicò la sua ricerca psicoanalitica al ruolo positivo dell’immaginazione nel processo di adattamento alla realtà esterna. Si legga, a tal proposito, questo passaggio tratto da un suo articolo del 1962 dal titolo Beyond the reality principle (Al di là del principio di realtà): <<[…] la teoria di Freud secondo la quale i processi primari precedono quelli secondari nello sviluppo individuale dipendeva dal fatto che egli era rimasto colpito dall’impotenza dell’infante e dall’aver assunto perciò che il rapporto madre-neonato, che a quanto sembra egli non ha mai studiato in dettaglio, fosse un rapporto in cui la madre è attiva e il neonato totalmente passivo, in cui la madre è in contatto con la realtà mentre il neonato ha solo desideri. Se però si parte dall’assunzione che la madre è la realtà esterna del neonato, e che il rapporto madre-neonato è fin dall’inizio un processo di mutuo adattamento, al quale il neonato contribuisce con azioni come il piangere, l’aggrapparsi e il succhiare, che suscitano reazioni materne nella madre, si è costretti a concludere che il neonato prende parte a un comportamento realistico e adattivo, che i processi secondari operano contemporaneamente a quelli primari, e che le funzioni dell’Io non si possono inizialmente distinguere dalle scariche pulsionali>> (Rycroft, 1962, p. 141, ed. it.).
Rycroft riuscì a trasporre queste sue riflessioni nella pratica clinica e il suo lavoro di analista fu caratterizzato dall’interesse per l’interazione dialettica fra mondo interno e mondo esterno, <<[…] lo scopo del trattamento analitico – scrive – non è in primo luogo quello di rendere conscio l’inconscio, né di ampliare o rafforzare l’Io, ma quello di ristabilire la connessione fra funzioni psichiche dissociate, così che il paziente cessi di sentire che c’è un intrinseco antagonismo tra le sue capacità immaginative e quelle adattive>> (ibidem, p. 153, ed. it.).
Il tema della dissociazione fra l’immaginazione e la realtà come conseguenza di una storia traumatica non solo ci porta nel cuore della riflessione di molti fra gli Indipendenti ma ci fa intravedere il collegamento con la radice ferencziana di molte delle loro idee. Idee che sono ancora attuali e che sono oggetto di un rinnovato interesse nel mondo psicoanalitico. La riflessione di Rycroft fu rivolta all’intreccio fra la storia e le fantasie del paziente e, al tempo stesso, all’intreccio, dentro la stanza d’analisi, fra i movimenti di transfert/controtransfert e i “fatti” reali dell’incontro fra analista e analizzando; “fatti” che hanno a che fare – come ci insegnano molti fra gli Indipendenti – con la realtà dell’analista che incontra il paziente e lo “tiene” realmente.
Arriviamo, così, al libro di Gabriele Cassullo, la prima biografia in italiano di Charles Rycroft. L’Autore, che ha dedicato i suoi studi di Dottorato alla “ricerca concettuale” in psicoanalisi, ha portato a termine un lavoro prezioso, che permette di approfondire la portata delle idee dello psicoanalista britannico. Nel libro si annodano due narrazioni: la biografia privata di Rycroft e la sua “vita psicoanalitica”. La parte biografica è raccontata con dovizia d’informazioni (molte raccolte nel corso di un incontro a Londra con Jenny Pearson, la vedova di Rycroft) e con un tatto che potremmo definire “clinico”, tanto l’Autore è capace di raccontare i fatti storici (familiari e personali) di Rycroft illustrandone, in controluce, l’impatto psichico che questi hanno avuto nella sua esistenza privata e nella vita professionale.
Nato nel 1914, Rycroft crebbe in una tipica famiglia dell’upper-class britannica, caratterizzata da consolidate tradizioni culturali e religiose; un mondo, quello dell’aristocrazia, che con lo scoppio del primo conflitto mondiale stava avviandosi verso la sua l’ultima stagione. Nel caso della famiglia Rycroft, la crisi fu accelerata dalla morte precoce del padre e dalle difficoltà economiche che ne conseguirono. Il giovane Charles prese le distanze dal proprio ambiente d’origine e tutta la sua vita fu caratterizzata dall’opposizione alla “tradizione”, soprattutto quando questa diventa sterile formalismo e conformismo. E questo accadde anche nel suo rapporto con la psicoanalisi, difatti, nel 1964, Rycroft si dimise dalla British Psychoanalytical Society, dove era entrato quando aveva ventidue anni. Un atto, questo, che nel libro è spiegato come un gesto creativo di affermazione della propria soggettività. Cassullo, nella parte conclusiva del libro, fornisce delle riflessioni molto interessanti su questo gesto, collegandole all’ultimo scritto di Rycroft, il più travagliato e profondo (del quale non abbiamo una traduzione in italiano): On ablation of the parental images, or the illusion of having created oneself; <<un saggio che indaga alcune ragioni di natura psicopatologica che possono indurre le persone a diventare psicoanalisti>>.
Si tratta di un testo/testamento che penetra nel significato più intimo del divenire psicoanalisti; per l’analista britannico, in questo processo è molto presente il rischio di sentirsi auto-creati, di sentirsi soggetti a-storici che hanno riscritto le proprie origini attraverso una “creazione mitica” che si fonda, implicitamente, sull’escissione della propria storia reale.
Cassullo racconta l’esistenza di Rycroft illustrando gli incontri che questi ebbe lungo il suo ricco percorso di vita e, così facendo, accompagna il lettore dentro il clima culturale londinese dei primi decenni del ’900; in particolare, l’Autore mette in luce il ruolo avuto dal Bloomsbury Group, il noto circolo di intellettuali progressisti, e dalla Medico-Psychological Clinic, una clinica psicoanalitica che dispensava trattamenti gratuiti, nella nascita della psicoanalisi britannica. Come in una scena teatrale, il lettore vedrà comparire Ernest Jones e i fratelli James ed Edward Glover, Ella Freeman Sharpe e Sylvia Payne, la prima e la seconda analista di Rycroft, il suo “difficile” amico Massud Khan, Marion Milner (la sua terza analista), Melanie Klein, Anna Freud, Bowlby e Winnicott, l’autore a lui più vicino.
Cassullo, facendo dialogare i protagonisti attraverso i loro scritti, illustra il clima di scontro teorico di quegli anni, e ci tengo a rilevare che ho trovato molto utili le pagine dedicate alla persona e al pensiero di Melitta Schmideberg, un’autrice molto spesso e frettolosamente relegata al ruolo di “figlia ribelle e arrabbiata di Klein”, la quale fu, invece, anche l’autrice di scritti clinico-teorici innovativi per l’epoca – come ben mostra Cassullo -, dedicati a valorizzare il ruolo dell’ambiente nello sviluppo e nella patologia della mente.
Per concludere, aggiungo che il libro è introdotto dal testo di un ex paziente di Rycroft, Jeremy Holmes (un autore che si è dedicato all’integrazione fra psicoanalisi e teoria dell’attaccamento; si vedano i suoi libri editi da Cortina) che illustra, a partire dalla “posizione critica” di Rycroft nei confronti della psicoanalisi predominante fra gli anni ’40 e gli anni ’60, quale fu l’originalità del suo pensiero e quali furono le influenze filosofico-culturali che lo sostennero nel suo percorso teorico. Si tratta di un vero e proprio saggio breve, che completa e impreziosisce il libro di Cassullo.



Una risposta.

  1. FELICE ALESSANDRO SPATA ha detto:

    Rileggevo la recensione di Giuseppe D’agostino e alcuni punti hanno richiamato la mia attenzione:
    “l’atteggiamento di rispetto delle idee altrui e il loro accoglimento per il valore reale e pratico che possono rivestire. E ancora la saggia prassi del dubbio e il piacere di sperimentare una sana curiositas. Alla fine nessuna certezza, ma il sapiente e libero esercizio dello spirito di libertà che il “giovane Charles” praticò trascorrendo tutta la sua vita all’insegna dell’opposizione alla “tradizione”, fino ad arrivare al punto di dimettersi dalla British Psychoanalytical Society. E ripensavo all’intervista, pubblicata qualche tempo fa sul Vaso di Pandora Web, di Semboloni a Cecchin quando quest’ultimo riporta che “l’atto terapeutico spesso è un atto di irriverenza verso le idee fisse, specialmente le idee del terapeuta che è l’unica persona che può cambiare le proprie idee”. Qui “irriverenza” è intesa nell’accezione di ardimento, risolutezza, audacia. Una rottura coraggiosa di schemi prefissati. E allora mi sono chiesto: Che cosa possono avere in comune lo “spirito libero” di Rycroft e “l’atto terapeutico irriverente” di Cecchin? Spontanea mi è venuta l’associazione con “l’atto inconscio”. Da qui sono seguite tutte una serie di elucubrazioni più o meno sensate attraverso le quali riflettevo su quanto tutti noi indipendentemente dall’epistemologia di provenienza dobbiamo ancora oggi al buon vecchio Freud Sigmund.
    Spero di potermi spiegare di seguito! Intanto, dico subito che sono poco interessato alla questione funzionale ed evolutiva relativa all’Inconscio. Cioè alla domanda “A che serve l’inconscio”, “Da dove è saltato fuori? Come si è sviluppato?”. “l’Inconscio c’è e basta”, mi verrebbe da dire, parafrasando Bertrand Russel. La domanda più interessante per me potrebbe essere: “Gli psicoterapeuti, ma tutti gli operatori della “salute mentale” più in generale, a qualunque orientamento appartengano, hanno a che fare, durante la loro pratica clinica, con qualcosa che possiamo qualificare “inconscio”? Credo che a vari livelli tutti ci confrontiamo con questa parte di noi (e dell’Altro) anche se non abbiamo una cognizione particolareggiata e immediata dei suoi meccanismi e sebbene non tutti noi siamo d’accordo sul valore terapeutico individuale e/o collettivo del concetto di Inconscio: questo non è altrettanto scontato, secondo me, ma se ne può sempre discutere. E poi di quale “inconscio” parliamo?
    “L’inconscio” come “rimosso” o che si costituisce in massima parte come conseguenza della rimozione? Non sottovaluto la vecchia idea freudiana della “rimozione” come “causa dell’angoscia”, che contiene in sé l’idea che una rimozione eccessiva possa provocare più problemi di quanti ne risolve. In definitiva, non serve fuggire dalle nostre paure, ma bisogna affrontarle per sconfiggerle (mi appare come una legge di natura, quasi, più che come una tecnica psicoterapeutica).
    Non apprezzo granché il Freud che riduce i simboli a segni con quelle sue interpretazioni che hanno il sapore spesso dell’univocità e dell’assolutismo che mal si conciliano, forse, con la polisemia dei simboli stessi (mi sento più junghiano in tal senso). Non si dovrebbe esigere di ridurre la complessità dei “significati” dei simboli a mere corrispondenze ordinarie, “funzionali alla nostra vita razionale-cosciente”. I simboli non “significano” i simboli operano, è stato detto, tuttavia è anche vero che i simboli operano secondo il significato (per l’appunto) che gli attribuiamo, ma questa è altra storia. Però, se è vero che nelle sue interpretazioni “c’è stato un atto di arbitraria attribuzione di senso”, quando pretendeva di decodificare i simboli, di obbligarli a rinunciare al loro mistero, ri­ducendoli al livello di rebus, quasi, quello si è rivelato comunque “un atto molto fecondo”, evidentemente, per tutto quell’universo di pensieri che ha scatenato negli anni a seguire e che ancora oggi “suggestiona” varie aree del nostro vivere civile (capitalistico-occidentale, quantomeno).
    Invece, ciò che trovo veramente attuale e rivoluzionario ancora oggi (che rende conto dell’associazione precedente, forse) e che mi è utile nella mia pratica clinica (pur non appartenendo alla vulgata degli psicanalisti tout court) è l’ipotesi freudiana dell’inconscio “strutturale”, o “l’inconscio come logica”, l’inconscio permanente, per così dire, che mantiene per me una validità epistemologica fondamentale. La descrizione di un mondo retto da leggi completamente diverse da quelle che reggono il pensiero cosciente. Quel mondo multidimensionale governato dalla logica “simmetrica” come fa intendere Matte Blanco.
    Dunque, l’“inconscio strutturale”, ovvero quella funzione irrinunciabile e “antinomica” della nostra mente dove si trasgredisce costantemente la logica aristotelica in modi che si possono individuare ad esempio nell’idea che i processi del sistema inconscio sono atemporali (“spazio e tempo non sono più le forme obbligatorie dei nostri atti psichici”) il che può apparire un tantino osceno se si pensa che un processo per definizione è qualcosa che si svolge nel tempo dal passato al presente al futuro.
    Ma il vero “scandalo” si intravede nel rigetto del principio della logica classica di non-contraddizione. Affermare che la proposizione A e quella non-A cioè la sua negazione, sono ugualmente vere può apparire un’aberrazione, ma ha delle implicazioni fondamentali per tutti coloro che si dicono “costruttivisti”, ad esempio, perché con tale affermazione viene di per sé avanzato il dubbio che una conoscenza “oggettiva” sia impossibile, in quanto non può esistere una conoscenza assoluta e dunque “l’istituzione totale” che riproducano, in modo autentico, un ordine esterno indipendente dall’osservatore. Quindi, nemmeno l’osservazione diretta dei fenomeni può essere giudicata la matrice privilegiata di un sapere obiettivo. Se poi si aggiunge l’Es come concetto “potenzialmente strutturale in una psiche non organizzata in senso spazio-temporale ai margini della quale vengono depositate le tracce storiche delle frustrazioni e delle gratificazioni e vengono posti i fondamenti dell’Io”, l’Es, dunque, che “ignora i giudizi di valore, il bene, il male, la morale”, allora il guaio è fatto. E il processo per le “accuse” di “soggettivismo etico” o di “idealismo estremo” (la realtà è una costruzione in qualche modo arbitraria) o di “relativismo psicologico” (tutte le teorie sono buone) può essere aperto.
    Il fascino di questa idea di inconscio “strutturale” (la parte più individuale dell’inconscio o meno impersonale nel senso che è più autonomo rispetto ad eventuali archetipi da cui potrebbe essere costituito e che possono condizionarlo eventualmente) risiede per me anche nella sua possibilità di emergere dall’interazione con l’ambiente. In termini generali, si può dire che trattasi di un “Inconscio secondario o rimosso” in quanto esso si forma nel continuo rapporto dialettico (quando va bene) tra le esigenze morali (la volontà altrui o obblighi sociali: l’individuo è visto come parte di un gruppo) veicolate dal Super-Io e la volontà individuale, la soggettività, il senso di autonomia (il bisogno dell’individuo di distinguersi dagli altri) veicolati dall’Io. In definitiva, si tratta di rappresentazioni che hanno avuto accesso alla coscienza, registrate come tracce mnestiche, ma che vivono “sottotraccia” in forma di guide “presimboliche” che determinano il pensiero e il comportamento.
    Freud, pur ammettendo un nucleo ereditario filogenetico, riconosceva altresì che l’inconscio, nella prospettiva della prima topica, almeno, è un inconscio che si costituisce storicamente nel corso della vita dell’individuo anche se essenzialmente durante l’infanzia.
    E ancora nella seconda topica si precisa meglio che “All’origine, tutto era Es. L’Io si è sviluppato a partire dall’Es sotto l’influenza persistente del mondo esterno”. Sembra quasi che in Freud ci sia l’esigenza di rimarcare, seppure velatamente, l’idea che una interazione reciproca costante tra aspetti costituzionali-temperamentali e l’influenza ambientale sia ineluttabile.
    Ma assistiamo anche all’incontro-scontro tra due idee di “passato” “quello preso da altri ” (il Super-Io) e il passato come eredità filogenetica (Es) e l’esperienza attuale e casuale vissuta e nel qui ed ora (e nel passato) rappresentata dall’Io. C’è una commistione tra l’aspetto culturale collettivo e quello esperienziale individuale, tra passato, presente e un futuro preconizzato (l’idea del futuro, la consapevolezza del presente, la memoria del passato si connettono attraverso una reciproca e incessante dialettica e interazione, circolarità o ricorsività; la rappresentazione del circuito cibernetico dell’ “eterno ritorno” sembra profilarsi ancora una volta). La stessa introduzione del concetto freudiano di risignificazione “a posteriori” o effetto retroattivo, a proposito della produzione del trauma, implicherebbe una visione di “causalità reciproca” delle situazioni interne ed esterne (egli parlerà di “situazione traumatica” – così che è impossibile fare una distinzione tra verità e finzione emozionale -). D’altra parte, Freud medesimo affermava anche che tra le caratteristiche dell’atto inconscio c’è “la sostituzione della realtà esterna con quella interna”, e suffraga l’idea di un modello “a spirale” della temporalità, una concezione non più lineare del tempo, ma una visione del tempo ripetitivo e ciclico, “dove futuro e passato si condizionano e acquistano reciprocamente senso nella strutturazione del presente”.
    Bisogna ammettere che persino la teoria classica di Freud non nega che la realtà esterna influisca sullo sviluppo. Per esempio, con il suo concetto di “serie complementari”, rinvia ad un modello che accoglierebbe di per sé l’interazione di fantasia e realtà esterna. Sebbene ci sia in Freud l’esigenza di sottolineare l’importanza della “relazione”, al contempo si verifica una sopravvalutazione del ruolo dell’Altro, dei genitori in particolar modo, sulle inquietudini della prole, in un certo senso. L’introduzione della variabile “ambiente” sembra risentire ancora in massima parte di un approccio fondamentalmente “unidirezionale”, per così dire. Ovviamente semplifico al massimo, mi perdonerete.
    Freud come il costruttivista psicologico ante litteram, dunque? Il “sistemico” per antonomasia? O lo studioso per eccellenza che può venir tirato per la giacchetta all’occorrenza in qualsiasi tempo e in qualunque luogo da tutti coloro che cercano una legittimazione extralusso ai propri “costrutti” teorici?
    Allora, “l’atto inconscio” è fondamentalmente “un atto di irriverenza” verso il conformismo e il settarismo delle credenze dominanti; e insieme un “atto di rivolta”, l’unico possibile, contro la massificazione sempre incombente dei cervelli. E allora Rycroft, per me simboleggia il coraggio di un uomo che reagisce non solo all’ipotesi predominante della “causalità lineare” di tempo e spazio, ma più dichiaratamente si oppone al “monopolio istituzionalizzato” delle idee. Egli era un “rinnegato che aveva rotto tutti i ponti col passato; guardava avanti e senza la condizione di dover sempre tener conto della tradizione”. “Libero, biasimato e solo”, il destino, in fondo, condiviso da tutti coloro che per qualche ragione si rivelano “infedeli”. Non è escluso che abbia sofferto molto di questa sua indole “spregiudicata”. Alla fine, dopo tutto questo volo d’angelo, è qui che volevo arrivare! Mi scuserete, ma non ho mai avuto il dono della sintesi!
    Allora, è vero che l’inconscio “strutturale” nascondeva, anzi, covava dentro di sé il germe della “interdisciplinarietà”, quindi? Ovviamente, questa “radice” non poteva che essere “strutturalmente inconscia”! Ma fa riflettere il rischio di voler essere più freudiani di Freud!

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