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Intervista sul libro “La Fattoria Terapeutica”

Redazione
21 Gennaio 2020
1 commento
Intervista sul libro “La Fattoria Terapeutica”

Intervista condotta da M. Meistro a P. Pisseri, S. Rivolta, C. Vecchiato, sul libro: “La Fattoria Terapeutica. Interventi di Psicoterapia Residenziale”.

Autore: Giovanni Giusto

Edizioni: Bruno Mondadori

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Una risposta.

  1. FELICE ALESSANDRO SPATA ha detto:

    Sembra un tantino surreale, ma mentre stiamo qui a discutere in modo benemerito di andare “oltre la comunità”, siamo già da qualche anno “ex-comunità”. Non sarà sfuggito che le “CTR” Comunità terapeutiche riabilitative (ancorché residenziali) sono diventate per quel che ci concerne più direttamente “SRP1.2” – strutture residenziali psichiatriche ad alta intensità riabilitativa e moderata intensità assistenziale (ex CT) e aggiungiamoci pure “SRP1.3” – struttura residenziale psichiatrica ad alta intensità riabilitativa e bassa intensità assistenziale (ex CAUP ad alta intensità riabilitativa)
    Ed è con questo acronimo dal vago e, sotto certi aspetti, sinistro, sapore “informatico” che l’update della “Comunità” è stato effettuato “con successo” o almeno sotto il versante più strettamente legislativo. Dico questo perché si fa un gran parlare dei simboli e della loro importanza in un contesto di “cura” come giustamente l’ultimo libro del Prof. Giusto sottolinea. Ma siccome siamo immersi in un bagno di linguaggio cioè nel regno del simbolismo per eccellenza, mi chiedevo dal punto di vista “simbolico” cosa possa comportare concretamente o se volete cosa possa celarsi dietro questo shift, questo spostamento “abissale” (secondo me) nell’uso delle terminologie. La certificazione di un certo andazzo? O un reale progresso nella presa in carico della sofferenza mentale/psichica?
    In sostanza, questo richiamo a “ritornare alla terra” come si declina in un mondo dove il rispetto per “l’ambiente” non sembra in cima alle nostre massime preoccupazioni e nonostante la disperazione di Greta Thunberg e se quello che cresce come i funghi sono al limite i grattacieli in vetro e fibra di carbonio seppure capaci di assorbire grandemente CO2 e altri veleni quotidiani eventualmente? Effettivamente il Prof. Giusto potrebbe apparire in questo milieu come – l’attivista Greta della Psichiatria italiana – in un contesto in cui i vari Trump della situazione liquidano gli ambientalisti-contestualisti-sistemici e via discorrendo come “profeti di sventura”.
    Personalmente il “ritorno alla terra” preconizzato dal Prof Giusto lo interpreto simbolicamente come un’esortazione a “ritornare a noi stessi” cioè a riappropriarci del nostro ruolo “originario” di “curanti”. Su quale sia questo ruolo e su come coniugarlo col resto del mondo circostante il dibattito è aperto immagino. Il testo mi pare non voglia essere soltanto un’esercitazione distopica sulla “buona cura”. C’è del realismo forte quando veniamo “esortati”, mi sembra, a non vedere nella “cura” un mero esercizio di spontaneità e nemmeno la rituale applicazione di leggi e regolamenti e metodologie e tecnologie di intervento. Se mi posso permettere direi che non c’è una tesi precostituita da avallare semplicemente, non fosse altro che per il motivo ovvio che non ci sono “Comunità” pardon “SRP” buone per tutti, ma trattasi più verosimilmente di “sentieri di riflessione” scoperti/maturati, battuti nel quotidiano insieme ai tanti collaboratori attraverso errori, insuccessi, responsabilità, gioie e frustrazioni, tensioni e soddisfazioni. In altre parole, “l’esperienza quotidiana della cura”. Simbolicamente parlando, sempre, si capisce.
    In quest’ “opera di ripensamento” è indubbio lo stimolo rappresentato dal paziente medesimo, la sua sofferenza, il suo “funzionamento” che si esprimono non di rado con lamentele, recriminazioni che hanno una base concreta in diversi casi, cioè colgono davvero alcune disfunzioni dell’organizzazione sanitaria della cura. Da qui anche credo nasca la nostra disposizione di curanti all’introspezione, all’esercizio del pensiero critico che si ribella agli stereotipi di certa sanità.
    Sarebbe interessante nell’ambito simbolico della “fattoria terapeutica” approfondire effettivamente il ruolo e la funzione dell’operatore qualunque sia la mansione che è chiamato a svolgere. Come si innesta nella dinamica tra le altre parti, pazienti compresi, in questa idea di “cura”?
    Rimane forte mi pare l’idea ancora valida che non è il paziente a doversi adattare alle tecnologie degli operatori vari ma sono gli operatori a doversi “reinventare” ogni volta a contatto con il paziente. Detto questo che può apparire abbastanza retorico se il dire non è sostenuto da un fare adeguato con quali tipologie di pazienti dobbiamo prepararci a dialogare sempre più frequentemente? Persone che “sembrano mute al pensiero rappresentativo e anche agli affetti definiti”.
    Proprio perché l’interno e l’esterno delle “comunità” (mi ostino a chiamarle tali) non possono non essere come dei vasi comunicanti qualcuno ha parlato del “disagio dell’inciviltà” parafrasando Freud e del bisogno di riscoprire le regole pur salvaguardando la libertà e la creatività individuali. Grandissima sfida davvero. In una “civiltà” ormai sollevata in buona parte da un Super-io castrante ed opprimente il lavoro del curante è tutto teso a costruire i confini di un adeguato senso della realtà e ad arginare un’ondata di “narcisismo asociale”. Compito indubbiamente ingrato ma necessario e complesso. Si sta parlando dei pazienti con importanti problematiche borderline, disturbi narcisistici tanto per semplificare.
    Mi vengono in mente i pazienti-fantasma di Racamier fatte le dovute proporzioni che non mantengono la continuità dell’essere nel tempo e nel flusso emotivo, ossia sarebbero carenti nelle funzioni della holding materna, nell’accezione di Winnicott. Se partiamo da tali presupposti il ruolo dell’organizzazione comunitaria rimane quello di garantire alla persona-paziente le condizioni per sperimentare il movimento spontaneo, diventare padrone delle proprie sensazioni e stati emotivi consentendo contemporaneamente alla persona di sentirsi sicura ed integrata sia fisicamente che psicologicamente.
    Ora se posso azzardare pazienti e operatori vivono una medesima contraddizione in questo contesto non nel senso che sono sprovvisti dell’interiorizzazione della holding materna, non proprio e non sempre (gli operatori quantomeno si presume abbiano superato con discreto successo certe fasi di sviluppo) ma nel senso che ambedue operatori e pazienti vivono la medesima speranza seppure su versanti se non propriamente opposti, ma complementari, per così dire, di un “oggetto esterno” finalmente positivo e nutritivo; ma poi incappano fatalmente in un eccesso di realtà che è data dalla stessa necessità di rispettare confini temporali e spaziali e di riconoscere l’esistenza dell’altro. L’altro inteso qui come realtà che confligge con i nostri desideri e ideali.
    Allora, immagino che nel contesto sottolineato nel libro se guardiamo al versante dell’operatore ciò non significa nascondersi dietro certe fantasie onnipotenti, ma al contrario c’è la necessità di venire a patti con una realtà quotidiana che non sempre consiglia l’ottimismo della ragione e confligge pesantemente a volte con i valori personali.
    Quindi, in qualche modo si necessita di favorire la “continuità dell’esperienza” facilitando una sorta di crasi tra opposti cioè tra i nostri ideali e la realtà alimentando al contempo non la capacità di essere soli, ma al contrario di assumersi la responsabilità di vivere con gli altri oltre che prendere consapevolezza dei limiti propri e di quelli dell’ambiente circostante.
    Ecco allora la “diversa” o meglio la più precipua funzione dell’operatore che nella “fattoria terapeutica” sembra esserci, e di fatto c’è, ma al contempo resta nello sfondo. Sostanzialmente, si ricrea l’illusione, questa volta non più onnipotente che sia il paziente comunque il protagonista che “determina” (non magicamente) la situazione che vive, vale a dire che si sente responsabile finalmente del proprio progetto di vita attraverso l’impegno e il dialogo con chi è chiamato professionalmente ad affiancarlo nel percorso. Questo non vuol dire spero che l’operatore finisca per confondersi con lo sfondo. È beninteso che il ruolo del curante non può ridursi a quello di mero osservatore partecipante. Permane comunque la necessità di un’osservazione sistematica pur sempre. Insomma è vero “il lavoro continua” e ci “sono promesse da mantenere e miglia da percorrere”.

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