Spunti & Appunti

Insegnare ↔ Imparare Come si trasmette la conoscenza?

15 Giugno 2020
3 commenti
Insegnare ↔ Imparare                                         Come si trasmette la conoscenza?

Lo giorno se ne andava, e l’aere bruno

toglieva li animai che sono in terra

dalle fatiche loro; e io sol uno

m’apparecchiava a sostener la guerra

sì del cammino e sì della pietate,

che ritrarrà la mente che non erra.

(Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, Canto II)

Da diversi mesi sto pensando, studiando e radunando materiale su un argomento divenuto per me assolutamente prioritario rispetto ai miei interessi e tuttavia, o proprio per questo, fonte di aspettative, ansia e dubbi perciò rimandato, covato, perso e ritrovato a più riprese.

Si tratta di un discorso su l’insegnamento che nasce dall’intento di apprendere meglio dagli artisti e si precisa nella passione di trasmettere conoscenza che comporta tuttavia l’ affrontare le modalità di comunicazione della nostra epoca segnate da distorsioni e falsificazioni spesso pericolose anche per la salute mentale.

La prima tappa di questo percorso prevede una serie di interviste ad artisti su questo tema, cioè un raccogliere dati, suggestioni e fascinazioni.

Vorrei iniziare questo progetto coinvolgendovi in un dialogo a puntate dove mi proporrò da tramite, da collegamento per tradurre in senso quasi etimologico da linguaggio a linguaggio catene di rimandi, che possano condurre a nuove idee ed aprire canali di comunicazione per contestualizzare questo tema nella nostra attualità quotidiana.

Ci sono alcune esperienze da cui vorrei partire, tutte però, senza che fosse premeditato, musicali. Vengo a proporle:

Un viaggio in Giappone alla fine dell’anno scorso e l’esempio di una lezione tenuta da un musicista giapponese amico che frequento da molti anni per comuni interessi e attività musicali  . È un virtuoso del pianoforte, cultore e divulgatore della musica e della cultura italiana in Giappone, che ha tenuto una lezione ad una classe di maestre di musica sue allieve mentre ero in visita da lui, perciò ho potuto partecipare e intervenire con l’aiuto di un’eccellente interprete, sua moglie Mariangela, italiana, riuscendo ad entrare in contatto con una dimensione orientale dell’insegnamento….

Durante la mia permanenza in Giappone abbiamo avuto modo di discutere con Takairo Seki un libro di Murakami Haruki (“Assolutamente Musica”) dove appunto viene intervistato da Murakami un altro artista, il famoso direttore d’orchestra Ozawa Seiji. L’intreccio delle loro arti: far musica e scrivere trova la sua specifica espressione nel ritmo e la comune passione per la musica diventa il racconto di una speciale guida all’ascolto e all’insegnamento della musica: non c’è un modo stabilito di insegnare… dice Ozawa parlando di un meraviglioso seminario residenziale dove sembra di vederli, docenti e allievi  suonano tutto il giorno vivendo insieme a Rolle sul lago Lemano in Svizzera. Su quest’ultimo aspetto, cosi evidentemente sostenuto dalle particolari possibilità di entrare in relazione, tornerò tra poco a proposito della formazione in presenza e a distanza .

Un’altra esperienza più recente, fortemente connotata dalle vicissitudini della “clausura” da Covid-19 riguarda appunto l’approccio alla formazione in rete. In particolare una lezione che ho tenuto via Skype agli allievi della Scuola di psicoterapia Gaetano Benedetti, un gruppo di allievi attenti e sensibili con il quale abbiamo trattato di “musica e relazione”.

Era il 9 maggio 2020 e come premessa di contestualizzazione manifestavo il piacere di essere di nuovo in qualche modo con loro se pure mancando la presenza reale e citavo “L’incontro non può che essere in carne ed ossa” riprendendo un breve video dove Carlo Sini, da filosofo par suo, chiarisce i problemi della formazione in rete: Sini si interroga sulla natura della formazione che ne può derivare, cosa può essere perduto e/o guadagnato. La questione Presenza/Assenza risale alla scrittura, cioè nasce con l’introduzione dei libri.

La trasmissione del sapere attraverso i libri, cioè in assenza, produce un’Influenza sul modo di insegnare. Come oggi la rete. Se ne trarranno conseguenze ancora inimmaginabili anche in termini di creatività. Con gli strumenti informatici, la formazione a distanza può produrre Competenza senza Sapienza, ci dice Sini, ciò che viene inevitabilmente perduto è l’azione comunicativa del gruppo.

La differenza è che i mezzi a distanza non danno l’esperienza di un gruppo di esseri umani che si trova insieme ad abitare in uno spazio comune e vive l’esperienza  nelle sue ovvie declinazioni relazionali.

Non c’è formazione senza la capacità di stare insieme, di creare COMUNITÀ (formazione è politica) come nelle arti dinamiche che Platone rivendicava espressione di sapienza umana in esercizio.

Fatto tacito,  ma istitutivo della collaborazione, suggerisce uno stile comportamentale idoneo: una regolata libertà gerarchica.

L’altra esperienza da cui ho tratto spunto riguarda una giornata seminariale davvero preziosa: personalmente mi ha consentito di vivere meglio il lutto per la perdita di un grande maestro della psichiatria che è stato Fausto Petrella. Della giornata di presentazione del libro “l’Ostacolo e l’Ascolto” ho già scritto, ma qui mi interessa ricordare che in quell’occasione si esemplificava una modalità dialogante di insegnamento particolarmente propizia a trasmettere conoscenza e pensiero in psichiatria.

Il dialogo che Petrella animava nelle sue lezioni esprimeva molto bene come dentro una relazione si sviluppi conoscenza con un sistema di apprendimento che può avvenire appunto all’interno di relazioni.

L’ultimo punto di questo mio progetto di studio sull’imparare e l’insegnare nel loro intreccio potrebbe riportarci alle origini e cioè a riflettere sui fondamenti della conoscenza alla luce delle “novità” che ci arrivano dalla ricerca neuroscientifica. Senza dare spazio ad intenti “neuromanici”(vedi Legresti e Umiltà 2009) e relative riduzioni, Ugo Morelli recensisce in un recente articolo su Doppiozero di S. Deheane How We Learn , sintetizzando il concetto di riciclaggio neuronale e la definizione di quattro pilastri dell’apprendimento: attenzione, curiosità, ritorno sull’errore , consolidamento.

Sulla base di queste di queste esperienze e le interviste che man mano proporrò vorrei costruire una sorta di viaggio selezionando letture che mi paiono creative intorno a questo temi:

  • Le basi dell’apprendimento
  • Salute mentale e apprendimento                          
  • Passione estetica per il destino dell’uomo
  • Disciplina e silenzio
  • Psichiatria e formazione

Comincerò con l’intervista a TAKAHIRO  SEKI e vorrei alternare artisti e insegnanti estranei alla nostra disciplina a cultori della psicopatologia e della Clinica psichiatrica.


Tag:, ,

3 risposte.

  1. Pasquale Pisseri ha detto:

    Qualche riflessione a ruota libera stimolata da questo importante approccio.

    Vecchiato ci porta a ripensare il complicato approccio fra conoscenza-apprendimento, ermeneutica, emozioni, esperienza estetica: temi trattati con prospettive diverse da tanti Autori, fra i quali mi limito ai nomi di un Meltzer o un Gadamer. E ci ricorda la pregnanza conoscitiva dell’emozione che oggi riconosciamo, fra l’altro, pensando al controtransfert e al suo impiego terapeutico, senza dimenticare che già Dante le riconosceva ampiamente: “la forma universal di questo nodo – credo ch’io vidi, perchè più di largo – dicendo questo, sento ch’io godo”.
    Tema centrale di questo contributo: la musica. Mi permetto di immaginare che, partendo dal primigenio grido – verso – vocalizzo comune, in varie forme, all’uomo e agli altri animali, vi sia stata una progressiva divaricazione. Da un lato il linguaggio parlato e poi scritto, con tendenza a costituirsi in codice con puntuali corrispondenze significante – significato e particolarmente atto a farci muovere nella realtà esterna. Dall’altro, la musica che, pur poggiando inconsapevolmente su quella struttura matematica riconosciuta già da Pitagora, ha rinunciato a tale corrispondenza, ponendosi come esperienza particolarmente atta a veicolare emozioni. Ciò, anche perchè necessariamente si svolge e articola nel tempo, creando un flusso che in qualche modo è parallelo al nostro flusso di coscienza, e può orientarlo, ordinarlo, evocarne contenuti, incarnarlo totalmente. Non stupiscono quindi gli interessi musicali del citato Murakami, col suo approccio visionario che intreccia vicende esteriori con fantasie appartenenti al mondo interno.
    Il fascino della bellezza è stato consapevolmente usato come veicolo per una comunicazione – educazione efficace. Lo si è visto con particolare chiarezza durante le Controriforma: “tu perdona se intreccio fregi al ver, se adorno in parte d’altri diletti che de’ tuoi le carte”. Aspergere “di soave licor gli orli del vaso…” facilitava il compito di educare il fedele e convertire l’infedele. Pure l’arte figurativa, anche di grande livello, nasceva come strumento educativo – informativo capace di coinvolgere un pubblico in larga parte analfabeta. Ovviamente, anche tanta arte contemporanea intende mandare un messaggio ( e ci mancherebbe!) ma sembra aver rinunciato, il più delle volte, alla seduzione del bello, preferendo una provocazione che scuota il nostro torpore; e magari è bellezza anche questa, ma il discorso si farebbe impervio. E adesso come allora il fruitore del messaggio a volte lo coglie fruttuosamente, a volte finge di coglierlo per non essere censurato ed emarginato.

    Importanti, infine, le riflessioni di Vecchiato sulle differenze fra l’insegnamento – e più in generale lo scambio comunicativo – che si svolge in presenza, in confronto con quello a distanza. E’ un tema che il COVID non ci pone come totalmente nuovo, perchè lo smartphone aveva già cambiato le regole del gioco, con i “social”; ma si trattava e si tratta di scelte personali sia pur diffuse, mentre con l’epidemia il rapporto a distanza diviene un obbligo, creando una condizione non più puramente osservazionale ma quasi sperimentale.

  2. Debora ha detto:

    Ci sono insegnanti di cui non ricordi neanche il nome e ci sono insegnanti che ti sono rimasti impressi nella mente e nel cuore, talvolta hanno segnato il tuo destino. Magari non ricordi più le nozioni, ma ricordi ciò che ti hanno lasciato in eredità, la voglia di approfondire, di andare avanti, di coltivare la passione. Ecco il punto della questione è la Passione, in ogni momento della vita, in ogni lavoro, in ogni scambio personale se c’è lei, puoi star certo che l’indifferenza avrà poco spazio. La mia vicina di casa sta studiando per prendere l’ottavo di pianoforte, indubbiamente è preparata, ha tecnica, ma non mi convince, l’interpretazione è piatta, monotona, non c’è trasporto. Creare interesse, far nascere motivazione, risolvere i problemi con tenacia e ostinazione, che tu sia un impiegato, un insegnante, un educatore, un musicista o un ceramista, ecco cosa fa la differenza.
    Grazie dottoressa Vecchiato, questo argomento ha risvegliato in me la Passione!

  3. A.F. Spata ha detto:

    Mi piace proporre questo confronto tra “la conoscenza sulla/della vita” e un tipo di conoscenza più specialistica come può essere, ad esempio, la “conoscenza scientifica” (seppure anche “vivere” richieda una qualche forma di “specializzazione”, a ben pensarci)
    In sostanza, in ambedue i casi si tratterebbe di una – conoscenza di natura olistica -, qualcuno dice. Con la differenza forse che nella vita non ci sono formule da imparare e poi applicare, semplicemente e pedissequamente.
    Allora, che ruolo svolge la “conoscenza” nella vita? Forse, il suo ruolo precipuo è quello di accrescere il nostro rapporto con la realtà? Ma di quale realtà parliamo, poi? La vita è pur sempre composta da molteplici forme e compositi settori diversamente interdipendenti tra loro. La vita è – avida e sfuggente, confusa e complicata – e non ammette per sua natura una conoscenza esatta, ma nemmeno autorizza un’ignoranza grassa, forse. Però è vero che la sua accuratezza ci sfugge. La sua conoscenza ci incanta e ci atterrisce tante volte.
    Chi non conosce la materia della vita la insegna? Piuttosto ingeneroso come incipit non vi pare? Chi o cosa insegna a vivere, dunque? Questioni retoriche che di per sé non ammetterebbero una risposta definitiva. Ma che contengono in sé, forse, l’idea che alla nostra conoscenza sono date diverse concezioni e particolari della vita che a loro volta racchiudono un’idea diversa degli scopi, dei rischi, delle possibilità, degli stratagemmi e dei rimedi da utilizzare nell’arte di vivere. Dico “arte” perché il vivere ammette in sé una buona quota di creatività e di libero pensiero.
    La verità è che nessuno ci insegna a vivere veramente. Ma siamo noi che scegliamo nel corso della vita i nostri personali modelli che abbiamo eletto a guida della nostra vita molto personale e della sua conoscenza. A proposito! Shakespeare o Tolstoj conoscevano di più della vita del tecnico che mi ha messo a norma l’impianto elettrico di casa? Domanda da un trilione e mezzo di sterline. Vabbè, lasciamo perdere. O sarebbe meglio una vita vissuta senza alcun genere di conoscenza o comprensione? Dubito fortemente di questo assunto dal momento che c’è bisogno comunque di un “sapere” adeguato per poter affrontare la vita, mi pare. Cioè l’azione del vivere non può nemmeno essere lasciata al caso. La vita non è uno schema vuoto in cui ci si può mettere qualunque cosa. Non sto dicendo che vivere sia “conoscere delle verità fondamentali”, non necessariamente. Dipende sempre dai punti di vista. Mi piace di più il concetto che “la vita non è un sapere particolare, ma un insieme di saperi diversi”. Tuttavia, la lista di ciò che bisogna comprendere e conoscere per vivere è vario e differente per ciascuna persona.
    La vita si conosce nell’azione. La vita è conoscenza-in-azione. Bella anche questa! Dal momento che ancora più importante per un “buon vivere”, pare, sia il poter applicare tutto (o una sua buona parte) quello che si conosce. In sostanza non basta soltanto avere conoscenza, ma si dovrebbe anche poterla usare e vivere. La fortuna bacia in fronte coloro che oltre ad avere conoscenza riescono ad applicarla e a condurre una vita conforme ad essa. Quello che riempie della massima soddisfazione è, forse, il poter vivere in un certo modo grazie alla conoscenza e al sapere pratico accumulati negli anni e con molti sacrifici, eventualmente.
    Con questo non voglio dire che la conoscenza sia necessariamente specifica del contesto in cui viviamo e lavoriamo. il campo di lavoro – non va scambiato con il mondo stesso e con la sua ontica -. I limiti fra lavoro e conoscenza non vanno mai cancellati altrimenti diventa l’inizio della fine. Altrimenti apriamo le porte all’alienazione più totale. È ovvio che se voglio “vivere” insegnando filosofia dovrò pur conoscere Platone e Aristotele, immagino. Ciò non toglie che anche la conoscenza di Shakespeare e Tolstoj e di certe loro elucubrazioni sull’esistenza possono essere utili alla vita del tecnico elettricista di sopra. Forse non aggiungeranno nulla alla sua conoscenza degli apparecchi elettrici e dei loro collegamenti, ma al suo amor proprio forse sì. E chissà che un incremento della sua autostima non lo spinga ad imparare tutto quello che può e a diventare il più bravo nel suo settore. Quando si dice che la conoscenza è il vero valore aggiunto nel lavoro.
    Bello sarebbe e quotidianamente cimentarsi nella “pratica dell’astrazione”. Perennemente oscillare tra – lo Zen e la manutenzione della motocicletta -. Tra la falegnameria e la filosofia. E senza incorrere nella “follia”. In attesa di tempi migliori, si capisce.

Aggiungi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Scopri come vengono trattati i tuoi dati