Spunti & Appunti

Il TeRP nel trattamento dei pazienti affetti da disturbi alimentari

Redazione
15 Agosto 2015
1 commento

di Barbara Solari
Tecnico della Riabilitazione Psichiatrica

La Riabilitazione Psichiatrica nasce dall’esigenza di superare l’approccio tradizionale alla disabilità consistito in una combinazione dinamica di interventi farmacoterapici, psicoterapici e contenitivi. Proprio per la sua complessità, essa rappresenta una sintesi sistematica di contributi teorici provenienti da diversi campi delle scienze umane e si basa su una serie di valori specifici che hanno come denominatore comune il concetto di persona.

La citazione del filosofo E. Morin “una teoria non è la soluzione ma è la possibilità di trattare un problema” riassume in parte quanto vuole essere oggetto di riflessione in questo articolo, ovvero che i riferimenti teorici cui si ispira la professione del Tecnico della Riabilitazione Psichiatrica (TeRP) non rappresentano solo dei criteri ai quali far riferimento per delineare una pratica clinica adeguata, bensì il punto di partenza per attuare un intervento terapeutico riabilitativo efficace.

Spivak (1987), ha posto come prioritario il processo di risocializzazione; Anthony (1993), ha elaborato il concetto di “recovery”; Liberman et al. (1985), si sono soffermati sulla psicoeducazione per intervenire sulle competenze relazionali; mentre gli autori inglesi (Faloon 1988), ricorrono alla psicoeducazione per cogliere i sintomi premonitori delle ricadute; (Brown et, Al 1962, Leff e Vaughn 1985), hanno individuato le emotività espresse e altri (Wehman e Moon 1988,) hanno centrato l’attenzione sulle dinamiche presenti nell’inserimento lavorativo. Altri ancora (Ridgway 2008) hanno individuato prassi connesse all’abitare (supported housing) o il lavoro del Case Management (Baker e Intagliata 1992).

La Riabilitazione rappresenta un sistema di intervento complesso che richiede molteplici risorse: essa si occupa della cura delle persone affette da disturbi psichici gravi e persistenti che presentano difficoltà significative nel fronteggiare i bisogni primari della quotidianità e si caratterizza di una prassi teorico/osservazionale che si discosta dal “buon senso comune”.
Il trattamento dei pazienti affetti da disturbi alimentari richiede un intervento interdisciplinare integrato dove professionisti diversi (psichiatra, psicologo, TeRP, internista, dietista, IP) collaborano in maniera sistematica affinché il paziente ottenga risposte su più piani. L’assenza di una complementarietà comporta la rischiosa perdita di un intervento globale: fare terapia significa delimitare i campi di competenza, definire il tipo di intervento, gli obiettivi e gli esiti attesi, purchè il tutto avvenga all’interno di un costante atteggiamento di confronto multidisciplinare.
Al fine di consentire una buona presa in carico del paziente è necessaria la consolidazione di una valida relazione terapeutica.

Uno dei momenti più complessi per chi giunge a dover affrontare un percorso di cura è il l’ingresso: il paziente si trova a dover entrare in contatto con un nuovo luogo di cura, a dover raccontare di sé ancora una volta, a dover familiarizzare con nuovi operatori e ospiti, spesso, ad affrontare una temporanea separazione da persone care.
La cura della quotidianità si configura tra gli elementi specifici dell’intervento terapeutico del TeRP perché è soprattutto attraverso di essa che è possibile sperimentare con il paziente un “fare insieme” progettuale.

Spesso chi giunge al Centro Terapeutico Villa del Principe necessita di un livello di cura più intensivo rispetto a quelli già sperimentati o è reduce da percorsi precedenti fallimentari: talvolta, i pazienti, hanno una scarsa consapevolezza di malattia, oppure, nel raccontarsi, sono in grado di fornire spiegazioni “tecniche” di alcuni loro meccanismi patologici senza però un’autentica partecipazione emotiva. Talvolta la loro stanza viene arredata con fotografie nelle quali risulta difficile riconoscerli; nel tentativo di entrare in contatto con l’operatore, solo in apparenza verbalizzano un desiderio di cura.

Nell’esperienza di lavoro a Villa del Principe, è stato possibile prendere sempre più consapevolezza di quanto sia il paziente a guidare il processo di cura: è fondamentale che sia lui a fare scelte per sé purché supportato nella comprensione e nell’individuazione di quelli che potrebbero essere i desideri raggiungibili sulla base delle sue risorse. L’esserci nel quotidiano è quindi la chiave che può consentire l’instaurarsi di una buona relazione terapeutica: è attraverso l’osservazione, l’ascolto attivo, l’empatia e il continuo monitoraggio dell’ospite che è possibile riconoscere ed accogliere il suo bisogno di aiuto; la possibilità che il paziente possa sentirsi accolto presuppone che egli possa sperimentare nel tempo un nuovo canale comunicativo, quello della parola, e non quello attraverso il cibo, imparando così a familiarizzare con le proprie emozioni, le proprie preoccupazioni, le proprie aspettative, giungendo a riconoscerle per poi arrivare ad esprimerle.

Quanto descritto ricorda un ospite che da ormai due anni sta affrontando un percorso di cura: l’instaurazione di buoni legami terapeutici con i curanti, il conseguimento di un diploma di maturità nonostante le precarie condizioni fisiche, il raggiungimento di una graduale accettazione dell’incremento ponderale e le significative relazioni amicali create, sono tutte realtà di cui la paziente ha fatto esperienza perché nonostante la chiusura dettata dalla malattia, è stato possibile, con il lavoro di tutto il gruppo degli operatori, aiutarla ad esplorare nuove prospettive. Ecco perché il fare insieme, le uscite estemporanee quotidiane, il supporto durante le ore di studio, la presenza dopo un pasto, l’accompagnamento ad una visita endocrinologica, il passare a salutare l’ospite in stanza, la condivisione di un’uscita strutturata in barca, l’affrontare quindi un’esposizione in costume, Un colloquio, la condivisione di una scelta da prendere, consentono al terapista di provare a comprendere quanta responsabilità di sé il paziente è in grado di assumersi e di restituirgliela.

Le persone con una disabilità psichica desiderano le stesse cose cui chiunque altro nella società aspira: un luogo dove vivere, un impiego, una adeguata istruzione/formazione, una famiglia, degli amici, delle attività ricreative… La presenza di comorbilità tra i disturbi del comportamento alimentare ed altri disturbi psichiatrici rende complessa la formulazione di un progetto riabilitativo; accompagnare il paziente a comprendere che si può sperare e desiderare è sicuramente un importante obiettivo nel trattamento della sofferenza di cui egli è portatore.

In un’intervista ad Alda Merini, venne domandato quando la società la facesse più soffrire; rispose: <<Quando qualcuno decide per conto mio. Nessuno di noi può decidere per conto di un altro, neanche per conto del più misero, neanche per conto di un bambino>>.



Una risposta.

  1. Guest ha detto:

    Non credo che i nostri pazienti anoressici aspirino consciamente alle stesse cose di ogni umano. Credo di immaginarmi la catastrofe psichica come la condizione di crollo delle ragioni che danno senso al desiderio di vivere e credo anche che proprio col grave anoressico vi sia in genere un difetto empatico, in cui l’atteggiamento ‘ermeneutico, il comprendersi e il concedere al terapeuta l’immedesimazione nelle dimensioni emotive dell’altro corrisponde ad un “mai avvenuto” che ha i caratteri dell'”eterno ritorno”. Così mi lasciano perplesso termini come “riabilitazione” in quanto penso al non accaduto, al non costruito, a quello che sembra non sia mai esistito. Così diffido dell’altro termine “comorbilità” che propone un modo di indagine che si regge sull’ obiettivazione e non sul tentativo di dare un senso (parziale, imperfetto, interumano) ai modi che il paziente mai ha trovato per dare un senso a sestesso, e ai tentativi di costruirli, magari deformati, per ricucirsi al mondo della vita.
    Conforto

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