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Il pensiero debole del nostro mondo a portata di click

Felice Alessandro Spata
13 Settembre 2016
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Il pensiero debole del nostro mondo a portata di click

Commento all’articolo apparso su La Repubblica il 31 luglio 2016

“…È come se dalla mia anima si fosse scostato un sipario e la scena della vita senza fine si fosse tramutata davanti a me nel precipizio della fossa perpetuamente spalancata…Una vertigine carica di paura i miei pensieri… Non vedo altro che un mostro che inghiotte eternamente, che eternamente rumina…” 

“I dolori del giovane Werther”. Libro primo. 18 agosto. Johann Wolfgang Goethe.

Prendo spunto dalla tesi sottolineata dal’autore dell’articolo sopra citato per qualche considerazione di ordine più generale. Secondo Recalcati gli esseri umani fanno fatica a rinunciare alla presenza dell’oggetto che deve essere sempre a portata di mano e da cui sono irrimediabilmente dipendenti e perciò stesso instupiditi in qualche modo. L’incapacità di sperimentare l’assenza dell’oggetto ci preclude la strada generativa del pensiero perché il pensiero nasce nell’assenza. Questo agire senza pensare è spesso alla base, secondo Recalcati, anche della nostra “incapacità ad elaborare simbolicamente i conflitti che tendono ad essere evacuati direttamente nella realtà attraverso passaggi all’atto violenti”.
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Dunque, sembra proprio che l’oggetto (l’idea stessa della sua esistenza) ci attragga in maniera irreparabile prefigurando qui una sorta di dipendenza “compulsiva” dal contesto. Quasi fossimo in preda ad una “sindrome d’uso” o “sindrome da dipendenza ambientale” per cui proviamo la pulsione irrefrenabile ad “usare” gli oggetti (per possederli) per il semplice fatto che ci si presentano; pulsione a sua volta che si accompagna alla tendenza ad esibire comportamenti di imitazione di azioni o gesti altrui. Una sorta di degradazione di comportamenti normali che sono adattivi in età evolutiva, ma che poi sono destinati a scomparire e la cui persistenza in età adulta prefigura simbolicamente una sorta di immaturità o di fissazione o di regressione all’età infantile (i “comportamenti di imitazione” infantili degenerano in atteggiamenti di omologazione, massificazione, uniformazione nell’età adulta).

“Il pensare esige tempo”. Ma non c’è più tempo per pensare, poiché s’impone il linguaggio del bisogno che appiattisce la dimensione cronologica del tempo. In questo contesto tutto è transitorio, accidentale, tutto diventa essenziale. E allora “bisogna cogliere l’attimo”; urge che tutto sia posseduto e consumato velocemente, pena la sua “scomparsa”: bisogna usufruire prontamente dell’oggetto perché esso è destinato a deteriorarsi in fretta ai nostri occhi.

Ma “l’impulso ad agire” e “l’onnipresenza” dell’oggetto, in qualche modo “indotta”, sono a fondamento del successo del nostro sistema economico-finanziario dove il “vuoto”, di fatto non sussiste in quanto lo “stock turnover” dei beni di consumo permette un ricambio continuo degli oggetti in modo da bloccare immediatamente qualunque pericolosa percezione di “assenza”.

Inoltre, l’incapacità di sperimentare l’”assenza” e la “presenza-permanenza” pervasiva dell’oggetto connotano all’interno del nostro sistema economico-finanziario una peculiare tipologia di individuo che non soltanto si distingue per un’attitudine sempre più marcata a cadere in una qualche forma di “dipendenza”, ma che appare soprattutto cedere in maniera sempre più manifesta a quella forma di pensiero che definiamo “catastrofico”.
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Rimanendo brevemente in un contesto di lettura lacaniano (mi perdoneranno i puristi studiosi dell’autore per qualche eccesso di parafrasi) potremmo dire che il sistema stesso sia troppo “presente” e che “non senta la domanda” cioè che anticipi i bisogni dell’individuo e prima che questi si manifestino, in tal modo la persona non prova appagamento alcuno, ma sente, semmai, più forte la terribile sensazione di “girare a vuoto”. Si verifica una discrepanza tra il desiderio, la domanda espressa dalla persona e il senso abnorme che il sistema gli infonde. E in molti casi la risposta paternalista del sistema non si fa attendere quando permette, ad esempio, alla persona di ottenere comunque alla fine gli oggetti del desiderio grazie all’autorizzazione (non necessariamente richiesta) di spendere più denaro di quello che potrebbe nel tentativo di placarne gli umori: il sistema ti concede di rateizzare l’acquisto dell’oggetto ad interessi zero non spiegando però quale sia questa filantropica finanziaria che presta il denaro senza interessi e consentendo persino una rateizzazione a iniziare addirittura dopo alcuni mesi dall’acquisto del prodotto. In sostanza, il sistema stesso sembra organizzato apposta per impedire di fatto al cliente di “differire la gratificazione”.

È un contesto questo in cui può risultare oggettivamente più difficile razionalizzare le proprie “pulsioni”, rappresentarle ed esprimerle; l’“Altro-sistema” non ha alcun interesse (e non è nemmeno “l’autorità” preposta in verità) a favorire l’affermarsi di una relazione simbolica tra gli individui considerato che è animato essenzialmente dalla propria pretesa di “monopolio privilegiato” sull’individuo medesimo: “il consumatore è mio! E me lo gestisco io! Io soltanto so cosa egli vuole!”.

E non ha tutti i torti, in effetti, questo benemerito “sistema”. In tale contesto, la persona finisce soltanto per ridursi ad una mera “proprietà dell’industria”; in quanto finiamo per essere nient’altro che “segmenti di mercato”, clienti potenziali di merchandising, sponsorizzatori ufficiosi di brand più o meno noti, target pubblicitari, meri cluster definiti da indagini di mercato. Miliardi di informazioni accumulate quotidianamente attraverso i network telematici e sulla base di “saggi” algoritmi permettono di stilare dei profili personologici che classificano le persone in funzione degli oggetti di mercato che consumano. Altro che i “tipi psicologici” di junghiana memoria o gli “Stili nevrotici” di Shapiro. Il ritorno trionfale della psicologia ingenua applicata all’economia di mercato?
Questa “disposizione” del sistema sembra covare in sé i germi dell’infantilismo. In altre parole la società con i suoi perversi meccanismi della domanda e dell’offerta, non sembra nutrire alcun interesse ad aiutare la persona nel suo processo di separazione-individuazione-identificazione, ma coltiva sapientemente la tendenza dell’individuo a perseverare in un “atteggiamento fusionale di stampo narcisistico”, per così dire.
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La stirpe “di tutto-o-nulla”. E “tutto” deve essere qui ed ora o mai più!
Una strana selezione sembra essersi sostituita a quella naturale di darwiniana concezione. Non si tratta soltanto di darwinismo sociale, per così dire, ma di una “selezione artificiale” di tipo economico e finanziario che tende a privilegiare l’isolamento di una strana specie di umani il cui scopo non è di per sé l’adattamento all’ambiente, ma la sopravvivenza stessa di questo ambiente. Davvero bizzarro questo tipo di “selezione ambientale” che impone una interdipendenza “tossica” tra l’individuo e la collettività, tra persona e ambiente.

E questo genere di umano ha sviluppato un significativo cambiamento strutturale interno indotto dalla necessità di adattamento ad un contesto artificiale la cui mission principale sono “plusvalore” e plusvalenza. L’organismo non deve lottare contro gli elementi naturali per sopravvivere come i nostri progenitori umanoidi. Non è la natura il “nemico”, ma un certo qual modo divenuto ormai naturale di regolare i rapporti degli esseri umani tra loro. Il nemico è la “reificazione” direbbe forse Marx, cioè sussiste la necessità di adattarsi ad una logica che impone la riduzione degli esseri umani a merci e la trasformazione delle relazioni tra loro a mero scambio di merci.

In sostanza, si tratterebbe di incrementare un tipo di “dipendenza necessaria” in un ambiente che poggia le proprie basi su colossali trasformazioni economiche e finanziarie, cambiamenti che stanno modificando l’individuo non soltanto nei suoi comportamenti quotidiani, ma persino a livello della sua plasticità neuronale tanto da produrre finanche un’alterazione permanente del circuito della serotonina quello attivato da stimoli associati alla gratificazione. Allora, proviamo ad immaginare che l’acquisto dell’oggetto provochi l’iniziale liberazione massiva di serotonina che ci concede quella sensazione di eccitazione, di esaltazione, di forza che anestetizzano qualsiasi mal di vivere.

Immaginiamo, adesso, che gli acquisti protratti nel tempo o l’abitudine ad essere “ricompensati” con oggetti fin dalla più tenera infanzia producano a lungo andare un effetto opposto, cioè determinino il “blocco” o comunque una notevole diminuzione della sintesi di serotonina. Sempre più “oggetti” saranno necessari per placare la voracità del consumatore-folle e dal carattere triste e per riportare la serotonina a dei livelli che assicurino un’adeguata sensazione di benessere. Nel frattempo, però i recettori cellulari della serotonina si sono un po’ ridotti per proteggere le cellule nervose da una superdose di acquisti inutili che potenzialmente potrebbe rivelarsi fatale.

Allora, sostenere che questo individuo neofita sia un tantino “decerebrato” non è una forma di insulto gratuito semplicemente, ma vuole fare riferimento più banalmente alla descrizione di un correlato organico risultato di questa deplezione serotoninergica che ha prodotto sul lungo periodo una perdita di assoni serotoninergici, in analogia con la perdita di serotonina provocata dall’abuso di certi narcotici, che risulta più marcata guarda caso proprio nella neocorteccia sede delle funzioni superiori, o nello striato che è attivato da stimoli associati alla ricompensa, tra gli altri.

E come se fin dalla nascita questo individuo rinunciasse a sviluppare tutte le sue potenzialità cognitive inibite come sono da una scorpacciata quotidiana di zuccheri semplici e dal possesso di una pletora di oggetti più o meno sofisticati. Non so quanto pertinente, ma ripensavo che certi nostri ospiti di comunità ingurgitano spesso quantità spropositate di merendine e dolciumi e bibite varie che al solo guardarle ti si alza la glicemia per compensare verosimilmente la mancanza della sostanza o per “commemorare quotidianamente la sospensione di un passato di tossicodipendenza”; non che il glucosio sia di per sé comparabile con le sostanze stupefacenti classiche, però di fatto il suo eccesso rischia in determinate circostanze di favorire una tendenza all’inanizione, di rinnovare una deriva consolatoria, può incentivare l’apatia, intralcia il lavoro su se stessi, ti priva di preziose energie psichiche.

Provocazioni di “neuroeconomia fantasy” a parte, e nonostante gli impicci della serotonina, tuttavia è certo che non si configura una vera e propria dipendenza patologica. Si tratta piuttosto di una dipendenza più subdola, invisibile, più che altro di una blanda sindrome che descrive semplicemente “la ripetizione di qualsiasi comportamento che assume una rilevanza psicologica per l’individuo, nel senso soprattutto di riduzione di stati emotivo-affettivi percepiti negativamente e allo stesso modo di intensificazione ed esaltazione di stati positivi di percezione di sé e del mondo”.

Ma questo tipo particolare di umano non si adatta o muore semplicemente di fronte agli stimoli ambientali come qualsiasi altro organismo vivente: “egli si concede una terza possibilità quella dell’ autocommiserazione che gli permette di crogiolarsi in una visione di se stesso fragile e indifeso di fronte alle ingiurie dell’esistenza”. Ma in fondo che importa se certi oggetti consentono di “arginare pensieri che potrebbero rivelarsi più sconcertanti di certi debiti da pagare o più sconvolgenti di alcuni doveri da affrontare?”.

È pur vero che la missione principale di questa specie umana è prima di tutto la sopravvivenza dell’Io, la sua cura attraverso un’elevata autoindulgenza e autocompassione. Perché cosa ti rimane quando ti senti sopraffatto dagli eventi se non la ferma convinzione che è inutile impegnarsi a fondo e che non c’è alcun motivo per prendersi fino in fondo le proprie responsabilità?

Allora, il cosiddetto “Folle-Consumatore” sembra assurgere a degno rappresentante medio di questa nuova specie che potremmo definire di “Homo Consumer Consumer”. Qui “folle” viene utilizzato nella sua accezione prettamente etimologica di sacco o contenitore “pieno d’aria”. Espressione utilizzata metaforicamente per indicare un uomo di testa vuota di senno, piena di vento, cioè superficiale, frivolo, borioso. Una persona inconsistente come l’aria, arrogante, presuntuoso, ma che risulta alla resa dei conti molto fragile, tutto preso dal “proprio particulare”, un animale davvero molto poco politico, in verità: egli appare come colui che staziona perennemente sul “piano passivo del bisogno e che mai procede verso lo stadio attivo del desiderio”. Colui che ha perso il desiderio di desiderare perché non ha più nulla da desiderare, ma unicamente bisogni da soddisfare (un portatore insano di bisogni), e soltanto “domande” da inoltrare.

Bizzarra tipologia di Cordato quella del “Folle-Consumatore” appartenente alla Classe dei “Consumers” che si suddivide a sua volta nell’Ordine degli “utenti mediatici coatti di pubblicità” a sua volta diviso nella famiglia dei teleconsumatori ed e-consumatori. Strani generi di Homo mutanti si aggirano per strada e nelle reti mediatiche, scaturiti da “summary statistics”, “sintesi statistiche”, sorta di X-Men originati da software di telemarketing e “applicativi dinamici”, e appartenenti ad una specie di “folli abituali” molto poco Sapiens che ha perduto il senso del sacro, ma le cui frustrazioni varie non si accompagnano ancora al deterioramento pervasivo e permanente dei disturbi di personalità. L’oggetto “bramato” non cambia visibilmente la personalità di questo individuo, come sembrano fare invece molte droghe. La mancanza di scopi e fini ragionevolmente elevati non mina se non superficialmente la struttura di questa personalità. Non esiste una vera e propria compulsione, essa è sottotraccia relegata entro limiti “ragionevoli”.

Permane perennemente a livello subclinico. Diciamoci la verità chi non ha mai speso soldi per acquistare qualcosa un indumento, un profumo, comunque assolutamente inutili, per tirarsi su il morale? Ovviamente, tutti (me compreso) e anche più di una volta sospetto; quindi, capirete che è difficile considerare questo comportamento come pericoloso o patologico.

Mi appello ancora indegnamente a Lacan e provo ad immaginare un individuo perennemente confinato nell’età della “domanda”. Alla sua “domanda” il sistema risponde, con sicurezza, senza tentennamenti, senza necessità di interpretazioni: la risposta alla domanda è data dall’offerta spasmodica di oggetti vari e di varia foggia, natura e colori. Generoso è il sistema e prodiga è la sua mercanzia sebbene l’oggetto offerto alla fine sia poco importante perché non pretende certo di sostituire “l’oggetto perduto per sempre”. È triste alla fine l’idea che a rispondere a questo “desiderio indefinito e indefinibile” sia delegata la “società di beni e servizi” il cui unico segno tangibile di attenzione è quello di chi pretende di venderti continuamente qualcosa, quello di chi vuole sempre “riempirti di cose”.

Dunque, la risposta del sistema (la risposta dell’Altro) con i suoi oggetti “stupefacenti” non può esaurire fatalmente la “domanda” stessa. L’oggetto assurge allora ad allegoria prosaica di un rimpianto, la nostalgia di qualcosa che un tempo c’era ed è andato perduto, e di cui si sente soltanto un richiamo lontano e irraggiungibile, sfumato, evanescente. L’oggetto di consumo diventa simbolo dell’ “attesa interminabile di una promessa mai mantenuta”. E non è un caso evidentemente che le cose acquistate possano perdere importanza una volta che le possediamo. Esse fatalmente invecchiano, si deteriorano troppo in fretta. Sembra di assistere al classico «arroccamento narcisistico» che tuttavia, non interessa più unicamente il corpo vero proprio, ma si irradia per analogia ai vestiti, alla casa, all’auto, al telefono, agli oggetti di consumo più in generale «caricati» come il corpo della stessa valenza narcisistica e della stessa fragilità. E un’ impercettibile avvallamento nella carrozzeria si trasforma in una macroscopica diaclasi nella nostra corazza caratteriale.

Si assiste ad un’influenza negativa reciproca tra individuo e oggetto per così dire a causa della “personificazione” dell’oggetto medesimo: a chi non è mai capitato di cedere alle “lusinghe” di un indumento o di un auto lasciandosi andare ad esclamazioni spensierate del tipo: “quell’abito è fatto proprio per me!” Oppure “Quell’auto mi faceva l’occhiolino e non aspettava altro che io la comprassi”. E allora capita che mi vedo sempre “poco elegante”; i vestiti assomigliano a degli “stracci”; e la vernice dell’auto si è orribilmente opacizzata; e smetto di “fare cose e di vedere gente”; mi sento stanco, a disagio, osservato (per il “cattivo aspetto”, “per l’auto sgangherata”). Provo a guardarmi di continuo allo specchio: “oh mio Dio! Il viso mi sembra “cambiato”, ma non del tutto.

Cribbio, non starò invecchiando? Un accenno di calvizie ippocratica evolve inesorabile. Provo ad immaginarmi senza chioma. Non mi riconosco, non sono io. Vista l’orrenda chierica ormai dilagante da vero monaco francescano non mi resta che entrare in convento, almeno lì nessuno mi noterà. Eppure sono sempre io, accidenti! (fa capolino un principio di velata esperienza di depersonalizzazione somatopsichica?). D’accordo, al massimo si potrà parlare di “elementi depressivi tendenziali di tipo limite”, ma che non conducono però verso una “psicotizzazione” di questo stesso “nucleo depressivo”. Non sempre almeno.

Diventa invece più verosimile l’esistenza di uno stretto rapporto di interdipendenza con l’andamento delle relazioni interpersonali e familiari. In questo senso l’Homo Consumer non è certo un “sistema chiuso”, ma “aperto”, nel senso di forte reattività, vulnerabile alle suggestioni dell’am¬biente e notevolmente sensibile ad ogni mutamento del milieu-relazionale. Perennemente esposto ad una indistinta, indefinita “disforia” a causa della sua estrema suscettibilità alle variazioni ambientali; esposto, com’è, alle variazioni di un am¬biente (e alle sue suggestioni) che vorrebbe (e, avrebbe voluto, prima di tutto) più stabile, più rassicurante.

Tuttavia, ciò che teme realmente l’individuo “folle-consumatore” non è tanto l’”assenza” di per sé, forse. Il problema è che la percezione del negativo o della mancanza si accompagna alla certezza-inquietudine che questa non avrà mai fine.
Questa sensazione atroce di perdita permanente si trasforma in un’assenza di speranza. Quindi, gli individui assillati dalla presenza dell’oggetto sarebbero tendenzialmente individui senza speranza che hanno perso la fiducia nel futuro e la capacità di desiderare, dunque?

Dietro questo bisogno ineluttabile di presenza (o di permanenza) che denota l’assenza di speranza si nasconde un equivoco di fondo o “bias della permanenza” ovvero l’dea che l’universo è completamente sotto il nostro controllo, che i fatti possono sempre andare come vorremmo, che le cose non si rompono, non finiscono, non si ammalano né muoiono, e funzionano eternamente.

Visto che il bisogno di consumare pare abbia assunto ormai le forme del vero e proprio rituale quotidiano, allora, proviamo ad immaginare per un momento cosa succederebbe se un bel giorno ci svegliassimo e scoprissimo che il sistema per qualche motivo ha deciso che gli acquisti a rate sono proibiti. Orrore e dannazione! Pensate che l’espressione di una qualche forma di astinenza non si manifesterà nel “consumatore-folle” che si ritrovi all’improvviso impossibilitato a procedere alla sua brava dose di acquisti? Anche solo l’idea di non poter procedere al comportamento dell’acquisto in sé non rischierà di produrre qualche serio sconvolgimento nel delicato equilibrio psichico dell’Homo Consumer? Non è che improvvisamente aumenteranno quelli che invece di limitarsi a guardare languidamente l’oggetto del desiderio esposto in vetrina, viceversa la spaccheranno la vetrina per venirne in possesso? Si prefigurano scenari da “The day after”. Si intravedono metropoli invase da orde di consumatori zombie storditi dal craving che si gettano per strada alla ricerca vorace dell’oggetto ormai perduto per sempre.

E all’indomani della sospensione delle televendite e del ritiro delle carte di credito e con la cessazione dell’acquisto a debito, in definitiva, assisteremo all’estinzione di questa specie e l’inizio di una nuova era si aprirà per l’umanità intera. Forse! Sembrano scenari apocalittici da fantapolitica! Rappresentazioni distopiche di una società fittizia! Seppure non ci sia proprio necessità di preconizzare quadri catastrofici da fantascienza. Pensiamo a cosa succede durante gli scioperi dei camionisti. Ricordate i servizi televisivi che descrivevano sordidi supermercati dagli scaffali ormai desolatamente vuoti da giorni e qualche sporadico cliente che si aggirava per i corridoi con le occhiaie e vagava come disperso alla ricerca di qualche rara scatoletta che lo saziasse o di un prezioso rotolo di carta igienica che gli consentisse una dignitosa “pulizia del sé”? Ma era la visione stessa di quegli scaffali tristi e vuoti che ci suggeriva l’idea una deriva senza fine: “come farò a sfamarmi?”Accidenti, la frutta non cresce mica al discount! È proprio vero!

Dovrò procurarmi un fazzoletto di terra per piantare patate! No! La “tessera del pane” proprio no. Risparmiatemela, vi prego! E file chilometriche di automobilisti fermi alle stazioni di servizio dalla sera prima che si contendono l’ultima goccia di salutare carburante e omini avviliti e umiliati che si abbeverano alle avide pompe con tanto di svariate taniche al seguito ammassate sui tetti degli immancabili Suv e donnine disperate in motorino con bidoncino al seguito (le donne mostrano di essere sempre meno avide oppure mandano gli uomini a fare la fila grossa, più comodamente). E tutti invocano l’intervento divino perché ponga fine a questo flagello.

Ma non tutto il male vien per nuocere, e incredibilmente e per la prima volta gli Homo Consumers si ritrovano a farsi domande sul futuro. È surreale ma è proprio nel bel mezzo di uno sciopero dei Tir che l’angosciato automobilista si pone finalmente interrogativi sul senso della vita. I distributori assurgono a “battisteri purificatori” dove per un momento l’Homo Consumer viene ribattezzato a novello intellettuale come lo sono tutti quelli che si pongono domande sul futuro, del resto: e dunque, “cosa succederà adesso? Cosa ne sarà di me? E chi sono io? Cosa avrò mai combinato nella vita per meritare tutto questo? E in questo fugace, ma intenso esame di introspezione gli vengono in aiuto balsamici vapori di benzene sorta di effluvi d’incenso che lo stordiscono a dovere favorendo la giusta “dissociazione”. Più che l’ottava di Boccaccio poté l’ottano dell’Agip a destare un barlume di “profondità” nell’uomo e nella donna “oggetti”.

Tuttavia, continuo a pensare che non è allarmante tanto il bene di consumo in sé, né la sua pubblicizzazione mistificatoria, verosimilmente. E il problema qui non è nemmeno banalmente eliminare completamente l’oggetto dai nostri orizzonti, né spingere verso una vita monacale fatta di frugalità e rinunce. E ovviamente qui lo scopo non è nemmeno banalmente riequilibrare i recettori della serotonina, eventualmente.

Il problema è semmai rompere il “circolo vizioso del comportamento consolatorio”, che ci fa dipendenti consumatori (quanto inconsapevoli?) di oggetti, dietro i quali si celano individui che cedono tendenzialmente all’impulso, individui incapaci di pensiero critico e scarsamente resistenti allo sforzo sul lungo termine. Il punto è provare a sganciare la nostra autostima dagli oggetti inanimati, semmai.

I punti più interessanti e sconcertanti insieme sono gli altri messaggi impliciti e indecifrati che si insinuano nelle nostre coscienze subdolamente e a cui finiamo per rassegnarci senza avvertirli: sostanzialmente viene favorita la tendenza a rifiutare sentimenti spiacevoli anche i più blandi e si incoraggia la propensione a rimanere “attaccati” ai propri pensieri, vedendoli come cose concrete a cui reagire e non come semplici pensieri (l’anticamera dell’ossessione?); cioè non riusciamo a valutare i pensieri per quello che sono, ma finiamo per considerarli copie fedeli della realtà (e internet e la tv spazzatura danno il loro bel contributo a questo equivoco); in definitiva, ci “immedesimiamo” nei nostri pensieri (il che già di per sé potrebbe configurare l’inizio di una seria deriva psicotica, in un certo senso?).

Ma il problema vero è dato, secondo me, dall’idea esiziale che gli oggetti siano alla fin fine la meta finale del nostro desiderio.
Viviamo in un mondo frastornato da innumerevoli oggetti da “desiderare” di cui finiamo per sentire il bisogno (il desiderio non può non coincidere con il bisogno in quanto la scelta finisce per essere obbligata. Qualcun altro ha finito per scegliere al nostro posto). Allora, il desiderio sarebbe sempre desiderio di qualcosa. “L’oggetto del desiderio è visibile cioè assume delle sembianze immaginarie” (ci sono immagini più o meno seduttive dell’oggetto del desiderio, basta osservare certe scintillanti pubblicità televisive). Nella “concezione intenzionale” del desiderio tipica del nostro sistema economico e finanziario l’oggetto del desiderio sarebbe sempre un oggetto del mondo, un oggetto prodotto e riproducibile dalla tecnologia industriale, eventualmente. In questo contesto, l’“oggetto” finisce per racchiudere in sé “scopo” e “intenzione” di questo nuovo esemplare umano.

Il termine “intenzione” va utilizzato qui nell’accezione di “programma”: come un bravo computer che si rispetti l’Homo Consumer è stato corredato di un programma cioè uno schema della sequenza corretta delle azioni da eseguire per ottenere un determinato risultato. Allora, “l’intenzione” non è più dell’agente, ma risiede nell’azione stessa, cioè la sequenza di azioni corretta per ottenere il risultato desiderato e il suo scopo (risultato finale dell’azione) coincidono. In realtà, questo esemplare umano non dimostra di possedere veramente degli scopi in senso stretto: egli ha difficoltà a riconoscere il perché esegue una determinata azione, qual è il significato che attribuisce al proprio gesto. Al limite, non gli interessa nemmeno. In fondo, egli si accontenta di svolgere soltanto “funzioni”. E la principale funzione che è chiamato a svolgere è l’azione del “consumare”: nell’ambito di questa azione unico scopo diventa l’acquisto di per sé e il possesso di per sé dell’oggetto desiderato. Dunque, nell’azione si esaurisce lo scopo. È come se egli dicesse: “acquisto per acquistare…Posseggo per possedere”. L’Homo Consumer individuo molto concreto si attesta ad un livello descrittivo-funzionale delle azioni che compie senza mai approdare al piano più elevato dell’interpretazione, cioè quello dell’attribuzione di significati relazionali, affettivi, emotivi della sua azione. In definitiva, la “comprensione dello scopo” e lo “scopo della comprensione” esulano dai suoi orizzonti. Egli non si chiederà mai il perché della propria azione, ma si limiterà tendenzialmente a seguire tutti i passi necessari alla buona riuscita dell’azione stessa. Perché è quest’ultima che gli da piacere, in definitiva; e il piacere è lo scopo finale di tutte le sue azioni, si potrebbe dire.

Tuttavia, “va proprio così, che quel che fa la felicità dell’uomo deve essere anche la fonte della sua miseria”.
Allora, noi non possiamo ridurci semplicemente a contenitori o secchi vuoti da colmare di magnifici oggetti (“né di sentimenti positivi o perfino di una ricca e varia vita interiore necessariamente”). La concezione discretamente dilagante secondo cui solo la “felicità” derivante dal possesso degli oggetti è importante ignora il problema di come siamo noi, noi che dovremmo essere i “felici” possessori degli oggetti. Ma come è possibile che la cosa più importante della nostra vita sia ciò che essa contiene? Allora, le esperienze degli “oggetti di piacere o di felicità”, persino una vita piena di “oggetti relazionali”, di relazioni umane, perché dovrebbero essere più importanti di come siamo noi, noi stessi? Mah, meglio mollarci qui! Troppa filosofia! Ritorniamo con i piedi per terra!

Allora è vero che finiamo continuamente per oscillare tra la ricerca inconsulta dell’oggetto e una fuga disperata dall’Altro, percepito come una minaccia perenne alla nostra integrità in quanto potenziale predatore dei nostri amati “oggetti”. Ma anche qui il sistema bellamente ti viene in aiuto rassicurandoti che nessuno potrà insediare il tuo adorato possesso”: ed è così che le frontiere vengono chiuse, i muri di cemento e filo spinato vengono alzati a tempo di record e uomini e donne in divisa con tanto di cani dall’aspetto feroce sorvegliano affinché i confini non vengano insidiati da orde di aspiranti consumatori affamati che vogliono accomodarsi anche loro al “banchetto occidentale dei bisogni inesauribili”. Che pretesa! Tutto si fa per proteggere gli adorati oggetti e per tutelare il potere di acquisto dei “dipendenti”. Il mercato ha le sue regole e niente deve turbare il delicato equilibrio dell’Homo Consumer sempre sull’orlo di una crisi di nervi.

L’avvento in società di questo esemplare di “Folle-consumatore” contraddice a tratti l’idea di un sistema dominato dall’assenza di limiti e maggiormente propenso ad affermare la libertà individuale.
Secondo me, rimane ancora valida l’idea che Freud esprimeva nel “disagio della civiltà” quando scriveva che l’uomo civile ha scambiato una parte delle sue possibilità di felicità con un pò di sicurezza. Felicità è per Freud l’esercizio della libertà è prima di tutto della libertà individuale di procurarsi piacere, se non interpreto male. Oggi non sono tanto sicuro che questa “libertà individuale di procurarsi piacere” regni poi tanto sovrana. La deregulation è un principio che si afferma nella produzione, negli scambi commerciali, nelle organizzazioni dedite al profitto, ma non è esattamente il principio cui si ispirano i comportamenti individuali e quelli collettivi.

Sotto molti aspetti la libertà individuale è soltanto fittizia. Oggi si afferma un tipo di libertà individuale che non è più guardata con sospetto perché non più ritenuta per l’ordine sociale autodistruttiva. Oggi uomini e donne scambiano una parte della loro felicità-libertà per la sicurezza offerta dal grande e rassicurante mercato dei consumi (un “mercato delle emozioni”, di fatto). Per far parte di questa grande famiglia sono disposto persino a rinunciare a qualche diritto personale non fosse altro perché o “fai parte della famiglia o non sei nessuno” (alternativa dal vago sentore di mafiosità). Parafrasando una canzone di Bennato Edoardo “se non hai nulla da comprare al mercato resti fuori dal gioco”. Quindi, non è poi così vero che abbiamo preferito la società dell’incertezza alla società della sicurezza: quest’ultima sembra oggi più idonea a garantire i diritti di libertà e quindi di felicità, in quanto tutti crediamo di essere più felici, ma semplicemente perché ci sentiamo “liberi” di consumare qualsiasi prodotto il “mercato globale” ci metta a disposizione.

Per una questione di equità sarebbe obbligo adesso guardare alla questione dalla parte dell’individuo. È pur vero che “il sistema siamo noi” qualcuno si ostina a ripeterci. La faccenda, devo ammettere, è davvero un tantino più complessa e per motivi di spazio la rimanderei ad altra puntata.

Tuttavia, vorrei concludere con questa idea. Giusta o sbagliata, “Bene” o Male” che sia, una scelta deve necessariamente essere fatta. Così come è impossibile dirsi a-politici o a-partitici, così dal punto di vista sociale, lo schieramento politico e la vita attiva all’interno della comunità sono inevitabili e dovrebbero essere sempre considerate tappe fondamentali della vita, anzi del percorso di sviluppo ontogenetico (la storia di vita) di ogni buon cittadino che si rispetti. In qualche modo, in qualche tempo qualcosa occorre pur sempre “rendere”. Così è stato detto.

Ed ecco che questa specie di Homo Consumers mi richiama alla mente la categoria degli “ignavi”: «Loro (gli ignavi) non hanno fatto nulla di sbagliato, per la verità non hanno fatto proprio un bel niente». Semplicemente “mai non fur vivi…visser sanza infamia e sanza lodo…angeli che non furon ribelli né fur fedeli a Dio, ma per sé foro… e invidïosi son d’ogne altra sorte”. E non è un caso forse che uno dei tratti tipici dell’Homo Consumer sia un’errata visione della vita reale che porta anche a sopravvalutare le cose che gli altri posseggono conducendo l’individuo ad un malessere o un malcontento cronici, causati dalla convinzione che gli altri possiedono sempre più averi. E il sentimento dell’invidia monta inesorabile.

Adesso qui non si tratta di giudicare spietatamente come faceva a suo tempo Dante Alighieri nella Divina Commedia, ma di evitare possibilmente e più modestamente il destino beffardo degli Homo Consumers da una parte e dall’altra di scongiurare la sorte tragica dei“Chickens Little”, quelli che da un lato si limitano nella loro vita ad essere meri “consumatori distratti di oggetti” e dall’altro quelli la cui preoccupazione – giustificata o no – porta a “dedurre conclusioni catastrofiche con conseguente paralisi”. “Chickens Little” e “Homo Consumers” rimangono pur sempre individui “allarmati e inquieti”. E il peggio è che l’individuo può racchiudere in sé le componenti di entrambi. Perché il senso di disperazione o di passività che ci prende dinnanzi alle brutture quotidiane cui tentiamo di sfuggire singolarmente in ogni maniera si da il caso che poi finisca per “paralizzare le azioni della colletività”, e quest’ultimo effetto forse può essere ben più nefasto che limitarsi nella vita a fare acquisti inutili. L’Homo Consumer e il “Chicken Little” sono attori speculari di una commedia umana tragica, personificazioni di “una vita piena di oggetti da desiderare, una vita solo di ottusi godimenti, di soddisfazioni bovine e di futili passatempi” (ma superficiale e vuota per il resto) e rappresentanti emblematici e tristi di un’idea ingannevole di catastrofe imminente e di destino ineluttabile che insieme indeboliscono allo stesso modo il senso del sacrificio e dell’impegno e rischiano, cosa ben più angosciosa, secondo me, di “fare della vita un’occasione mancata”.

A pensarci bene persino questo elaborato sembra indulgere ad un certo inutile e sterile catastrofismo, seppure mal celato dietro “un fragore di cordiale ilarità”. Perché a ben guardare non può essere poi così vero che “il cielo ci sta cadendo addosso”. Tranquilli! The sky is not falling. È pur sempre soltanto una ghianda quella che è precipitata dall’albero.


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