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Il Male in Adolescenza

20 Settembre 2022
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Il Male in Adolescenza

 Contributo di ampio respiro nell’ambito di una visione psicanalitica intesa, mi pare,  non tanto  come  indagine su  specifici traumi quanto come ricerca del significato del comportamento, della intenzione inconscia che lo sottende. Questa ricerca di senso dovrebbe iniziare già a proposito della domanda di intervento, che il più delle volte non proviene dal ragazzo ma dai familiari in difficoltà, quando non dall’Autorità giudiziaria.

   La matrice psicanalitica  è esplicitata fin dall’inizio con il riferimento al freudiano concetto di perturbante, cui uno spunto letterario era stato offerto da “l’uomo della sabbia” di Hoffmann. Perturbante è agli occhi dei genitori l’adolescente  sofferente, e – aggiungo – non solo questo; il rapporto fra generazioni  ha sempre anche qualcosa di conflittuale. Anzi, l’effetto perturbante può verificarsi nei confronti di ogni novità, ed essere la radice di varie forme di conservatorismo e misoneismo. 

Se è vero  (Kancyper) che la crescita comporta processi di dis-identificazione dai familiari, essi  sono in varia misura  traumatici e sollecitanti sensi di colpa. Un altro aspetto, complementare,  è additato da Kaes: i conflitti più o meno manifesti non escludono la possibilità di alleanze inconsce. C’è nella famiglia un patto narcisistico originario: esso  può prendere connotati delinquenziali, come in certe famiglie di mafiosi. Non è un caso che in ambito mafioso si usi e si abusi del termine “famiglia” per denominare singoli gruppi e organizzazioni delinquenziali.

   Il problema del rapporto, a volte conflittuale,  fra vincolo familiare e autorità statale  ci riporta alla mitica figura di  Antigone, che come ben sappiamo privilegia il primo. Si parla di lei  come esempio di super Io umano, contrapposto al super Io sadico di Creonte, di legge degli affetti che supera la legge positiva. Ma può essere interessante ricordare la posizione opposta di Hegel, che denunziava il “familismo amorale” di Antigone (concetto sviluppato qualche decennio fa in altro contesto da Banfeld): per lui la solidarietà familiare si contrappone alla legge dello Stato, e quindi è di fatto distruttiva e amorale. Si può, da un lato, ricordare che il gruppo solidale mafioso era definito “famiglia”; ma dall’altro ricordare che Hegel riconosceva la suprema ideale sintesi come realizzata  nello Stato Prussiano, in cui il privilegiare disciplina e obbedienza ha creato una delle basi  di quello nazista con la sua delinquenza di Stato.

   Per Grassi, la famiglia che si sente minacciata da un crollo narcisistico può reagire con difese maniacali, perdita del senso del limite. I fattori di rischio endofamiliari più segnalati in letteratura sono l’uso di punizioni fisiche, una disciplina incoerente, scarsa sorveglianza e controllo, carenza di rinforzi positivi. Si possono instaurare cicli coercitivi ripetitivi (Patterson), una serie di feedback negativi fra trasgressione e repressione.  Per Bowlby, è in gioco uno stile insicuro di attaccamento.

  Dinamiche più complesse intervengono con l’ingresso dell’adolescente in un gruppo dei pari, che può avere la funzione di protesi narcisistica, di supporto a una identità personale in via di formazione e consolidamento. E’ una funzione in sé positiva: ma può sollecitare vissuti di onnipotenza e la spinta a ignorare l’Altro esterno al gruppo, per messa in crisi di quella che Bollas chiama identificazione percettiva (termine scelto per assonanza con l’identificazione proiettiva?). La spinta all’agire delinquenziale può essere il bisogno di essere temuti, perché solo ispirare  timore può essere il modo di essere riconosciuto e rispettato, ciò che può non lasciare spazio alla capacità di riconoscere l’Altro. Tutti noi abbiamo presenti certi scontri anche sanguinosi fra ragazzi, scatenati da uno sguardo sgradito.

  Se viene a mancare “il riconoscimento che l’oggetto ha una esistenza distinta da quella del Sè, ma anche che il Sè subisce un effetto conoscitivo ed esplorativo di sé stesso, dall’entrare in contatto con esso”, il disconoscere l’Altro può dunque aprire la strada a comportamenti trasgressivi o francamente criminali, a fallimentari (ma non sempre) tentativi di acquisire una identità sociale di valore riconosciuto. Essi possono essere  potenziati o sollecitati dalla appartenenza a un gruppo. Questo può divenire un branco, animato da pulsioni regressive e violente.

   Credo che attualmente la situazione sia complicata dal crescere delle comunicazioni online, in primo luogo dei social network. Si possono formare collettività (forse improprio il termine “gruppo”) caratterizzate dalla assenza di presenza fisica, spesso  labili ma non sempre, e non di rado molto vasti. Possono esser guidati da un capo, che trova la convalida del proprio prestigio nel numero di presenze in questi circuiti; può diventare un “influencer”, con finalità anche di marketing. E forse interferire con l’Altro a distanza, non come  fatto di  carne e sangue, rende ancor più difficile riconoscerlo come persona? Può essere questo il meccanismo di certe diffamazioni via social network? Certo non siamo necessariamente nel campo delle delinquenza: ma è certo che questa evoluzione tende a sminuire la capacità di intervento dei genitori che si muovono   con minor  agio, rispetto ai figli,  in queste tecnologie di comunicazione.

   Venendo di meno per un momento alla sua impostazione psicanalitica, questo testo ci offre statistiche basate sulle classificazioni DSM V, ma proprio perciò ne evidenzia i limiti metodologici. Basti il rilievo della particolare frequenza  della diagnosi di Disturbo della condotta negli adolescenti delinquenti: questa è quasi una tautologia, cui è abbastanza difficile assegnare una connotazione clinica.

L’intervento psicanalitico sull’adolescente,  in particolare quello coinvolto in violazioni di legge, implica un ampliamento del campo rispetto al tradizionale rapporto duale paziente – terapeuta, con modifiche, se non dell’ottica generale, certamente del metodo e del setting, sulla via tracciata a suo tempo da Bion quanto al lavoro in gruppi e organizzazioni e da Anna Freud, Klein, Winnicott quanto all’età evolutiva. La costruzione di un setting “malleabile” è già un lavoro terapeutico. Una allieva di Klein, Susan Isaacs, allarga il campo proponendo una pedagogia psicanaliticamente orientata. Su questo tema può essere interessante ricordare la vicenda dell’Asilo Psicanalitico di Mosca, nato poco dopo la Rivoluzione di Ottobre, nel fervore intellettuale di quegli anni (Majakovskij, Blok, Esenin, Ejzenstein), e presto chiuso col subentrare del gelo staliniano. 

Un altro importante ampliamento dell’esperienza psicanalitica è stata la fondazione dell’Istituto Psicanalitico Berlinese, nel 1929, credo non per caso durante la grave crisi economica che colpiva la Germania (e non solo). L’Istituto offriva a persone disagiate trattamenti gratuiti o semi – gratuiti e impostati con attenzione agli aspetti psicosociali (mi piace ricordare la non dissimile esperienza italiana di Enzo Morpurgo, in anni ben più recenti).

   Un aspetto particolare è quello della consultazione psicologico – psicanalitica breve,proposta dalla Tavistock Clinic. O quella dei Laufer, più vicina a una metodologia psicanalitica classica; o quella piu recente di Senise e Goisis, che richiede una preliminare valutazione testologica; o quella di Giaconia, specificamente rivolta a condizioni di notevole sofferenza individuale e socioambientale, comportanti anche violazioni di legge. In queste difficili situazioni, è importante parlare il linguaggio dell’adolescente, raggiungendolo “laggiù dove si trova”.

   Quale l‘intervento possibile e utile?

  L’angoscia che si esprime nei comportamenti delinquenziali chiede un contenitore adeguato;  non di rado è insufficiente un semplice rapporto duale, necessitando invece un contesto gruppale. Questo può essere non residenziale e non terapeutico in senso stretto, come in iniziative quali “Spazio giovani” – si lamenta il graduale disinvestimento in questo settore –  oppure residenziale: istituzioni con maggiore o minore vocazione terapeutica, Comunità socioeducative  o psichiatriche

   Una frequente prima difficoltà nei trattamenti residenziali sta nel difetto, almeno iniziale, di consenso: ciò che è ovvio nella carcerazione e anche nelle misure alternative ad essa, ma non raro anche in certi ingressi giuridicamente volontari, ma sollecitati da pressioni familiari e sociali o dalla mancanza di alternative. Il ragazzo può vivere ciò come una violenza arbitraria, a volte realisticamente come nel caso, citato da Moroni, di adolescenti coinvolti inavvertitamente nel traffico sulla immigrazione clandestina. Ovviamente in questa fascia il problema assume connotati del tutto particolari e una particolare gravità: come riportato in un messaggio della Comunità di S. Benedetto al Porto, non pochi dei ragazzi immigrati“ sono in primo luogo minori a cui è stata rubata buona parte della vita. Il non farlo (non aiutarli) li trasforma in bombe sociali”. 

   Strumenti specifici sono le Comunità, di tipo socioeducativo oppure psichiatrico, certo non tutte specificamente dedicate agli autori di reato. E’ qui particolarmente evidente la necessità di costruire – in azione già terapeutica – un setting allargato, e particolarmente complesso perché fa riferimento a tre gruppi: la famiglia, il gruppo di pari (banda?) la Comunità. Le attività proposte non devono avere carattere di mero intrattenimento (termine impiegato anni fa da Saraceno): dovrebbero mirare a sviluppare  l’ “identificazione percettiva”.

   E’ evidente che in questi contesti non è questione di introdurre trattamenti psicoanalitici classici, bensì di favorire un “modo di pensare psicanalitico”, che persegua una comune ricerca di senso, un cogliere il senso soggettivo e comunicativo del comportamento: come si esprime Conforto, “(ri)costruzione di una ipotesi di significato…condivisa comprensibilità del paziente”. Come da un esempio clinico introdotto dal Coautore Enrico Zunino, si può far ricorso ad “azioni parlanti” come

suggerite da Racamier. Zunino torna pure sul concetto di perdita di rappresentazione dell’oggetto.

  Dal canto suo, Elio Ippolito nel suo contributo coniuga una densa riflessione teorica con la diretta, protratta e quotidiana esperienza vissuta di un contatto “vero” con  ragazzi di cui si occupa.

Le pregnanti espressioni di Conforto introducono al problema della verità psicologica. Freud cercava la “verità”, entrando anche nel problema del possibile  reale verificarsi, nel passato,  di una seduzione esercitata dall’adulto sul  bambino, ipotesi peraltro da lui non condivisa: mi pare che  il concetto di condivisione tenda a mettere in ombra il concetto di verità, almeno nel senso di qualche lontano evento o vissuto da scoprire: una condivisione è di per sé qualcosa di vero. Credo che ciò possa implicare un cambiamento epistemologico. Può essere utile ricordare le riflessioni di Enzo Codignola sul vero e falso in analisi.

 Nel rapporto con il ragazzo, necessario il rispetto per il suo vissuto; rispetto che è anche rispecchiamento, che consente di cogliere il senso di comportamenti impropri o anche violenti.

  La letteratura descrive  una differenza di gravità e di prognosi fra condizioni di early o late onset, intendendo per early le turbe comportamentali insorte prima della adolescenza, e che di solito avrebbero peggiore prognosi. Non è sorprendente, se si considera che il late onset trova alimento negli specifici turbamenti adolescenziali (così ben descritti nel giovane Torless di Musil); mentre l’early onset potrebbe avere radici più strutturali, meno congiunturali.

  E’ pure descritta una maggior frequenza di comportamenti violenti  negli adolescenti maschi: può essere interessante vedere che anche nel campo della trasgressione, della opposizione attiva alle prescrizioni sociali, il genere cui si appartiene mantiene certe caratteristiche considerate classiche: il maschio considerato portatore di certe caratteristiche di assertività, autoritarismo, eventuale aggressività.  Ciò potrebbe alimentare la discussione sul problema della base biologica o culturale di tali aspetti.

Quanto ai test, anche se occorre liberarsi dalla fantasia (presente soprattutto nei magistrati) che la loro valenza definitoria e quantificante consenta un accesso privilegiato alla verità psicologica, è tuttavia indubbia la loro utilità; va sempre tenuto presente che, ancor prima della verifica del risultato, va colta la dimensione relazionale di questo tipo di intervista. E il test non dovrebbe diventare un “trucco” per aggirare le note difficoltà di un colloquio clinico con un interlocutore che in lo svaluta e in qualche modo lo contesta.

  E’ stato descritto nel Rorschach di autori di reato  un c.d. banality profile: un protocollo caratterizzato da risposte sorprendentemente anodine e comuni. E’ ovvio che ciò fa venire in mente la banalità del male descritta da Arendt a proposito della fredda indifferenza impiegatizia dimostrata  da  Eichmann.

 Questo porta alla carenza di empatia, aspetto descritto nel comportamento delinquenziale (specificamente rilevato in quelli che a livello giuridico vengono definiti  “delinquenti abituali”), e alla conseguente possibilità che le ricerche sui neuroni specchio contribuiscano a capire il sostrato neurofisiologico di certi comportamenti.

 Si tratta dunque di un Testo di grande interesse che coniuga riflessione teorica e concrete indicazioni operative. 


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