Cultura

Il giorno in cui ho smesso di credere in Dio

Giovanni Giusto
18 Novembre 2014
2 commenti

Commento breve e immediato all’articolo comparso su 

La Repubblica di U. Veronesi, 17 Novembre 2014

Mi ritrovo molto nella storia di Veronesi.

Io ho fatto poi lo psichiatra.
Sono stato chierichetto ed ho dialogato coi preti.
Penso che il pensiero di Veronesi sia quello di un uomo di grande intelligenza, di forte dedizione ai sofferenti e tuttora di grande fede e speranza.
Non tirerei in ballo Dio per le miserie e le contraddizioni degli uomini e delle loro organizzazioni; Chiesa Cattolica inclusa.

 

 

 



2 risposte.

  1. FELICE ALESSANDRO SPATA ha detto:

    Credere o non credere in Dio.A cosa stiamo pensando quando citiamo la parola “Dio”?Sono convinto e lo dico con tutto il dovuto rispetto,che coloro che credono in Dio stanno fondamentalmente cercando e trovando al loro modo”un principio esplicativo dell’esistenza del mondo”.Sostanzialmente obbediscono al principio di causalità quello per cui è programmato a funzionare il nostro cervello.Ma non è detto che tutto quello che avviene debba necessariamente avere una causa come diceva Bertrand Russel:l’universo c’è e basta!Credere in Dio è il risvolto più metafisico di una esigenza molto più pratica di trovare un senso all’esistenza,a quello che facciamo,a quello che siamo. La ricerca di senso nella vita scaturisce anche e soprattutto forse dalla certezza che essa è destinata a terminare. E’la la morte senza senso che verosimilmente l’immagine di Dio non riesce a giustificare.Sebbene le cose accadano e non c’è modo di trovare sempre una causa per tutto, nemmeno per la morte.

  2. Dario Nicora ha detto:

    Questa mattina mi trovavo a Roma, sono stato in Vaticano, ho partecipato alla Messa e alla santificazione dei sei beati, quattro italiani, due indiani. Prima della funzione una minuscola suora ha letto alla folla la biografia dei sei beati, che sono stati presentati come esempio di santità, per via delle opere nell’educazione dei bambini, nel soccorso degli oppressi, nella carità. Il Vangelo presentava il brano in cui Gesù preannuncia cosa accadrà nell’ultimo giorno, quando il buon pastore separerà i capri dagli agnelli. Papa Francesco, parlando dei sei nuovi santi e delle caratteristiche del Buon Pastore, ha parlato ripetutamente di vicinanza e tenerezza.

    Ho ripensato all’articolo del dr. Veronesi. La prova del dolore e il mistero della morte ci avvicinano o ci allontanano da Dio? la Bibbia non elude l’argomento, Giobbe, Qoelet, l’intero popolo eletto che vaga nel deserto hanno provato il tormento della malattia, del sentimento del non senso e del vuoto esistenziale, della guerra, della carestia e dell’abbandono di Dio.
    Ci sono due cose per cui continuo a interessarmi di Dio.
    La prima: un Dio che nasce in una stalla e muore su una croce non risolve il mistero del dolore, ma è sicuramente vicino a chi soffre e a chi muore. Gesù stesso nella sua agonia ha provato l’angoscia dell’abbandono: “Mio Dio, perché mi hai abbandonato?”
    La seconda: secondo quanto scritto nel Vangelo di questa mattina, la promessa della consolazione eterna è rivolta non tanto a chi ha creduto in Dio, ma piuttosto a chi ha nutrito gli affamati, dato da bere agli assetati, vestito gli ignudi, consolato gli afflitti, visitato gli ammalati e i carcerati, ospitato i forestieri.

    Credo che il tormento profondo di un uomo che, con la sua professione e con la sua dedizione, pratica la carità sia molto più vicino alle cose di Dio che la devozione infeconda degli uomini indifferenti.
    Se ho capito bene, a Dio interessa sapere se siamo uomini credibili, non se siamo uomini credenti.

    Dario Nicora

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