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I semi di psiche. Sogni, immagini, psicosi: una visione psicoanalitica evoluzionistica

Pasquale Pisseri
31 Agosto 2016
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I semi di psiche. Sogni, immagini, psicosi: una visione psicoanalitica evoluzionistica

Recensione al libro I semi di psiche. Sogni, immagini, psicosi: una visione psicoanalitica evoluzionistica di Maurizio Peciccia, Giovanni Fioriti Editore, 2016

Contributo importante, ricco di dottrina, ambizioso. Tratta di una serie di topiche, tutte importanti: il confronto sul peso relativo, in psicanalisi, dell’attuale e dello storico; il rapporto fra il concetto neuropsicologico di memoria implicita e quello psicanalitico di quella parte di inconscio non pensabile che non è frutto della rimozione, rapporto che ha condotto Kandel a parlare di “inconscio procedurale”; il collegamento di questo con la scoperta dei neuroni specchio e la formulazione del concetto di simulazione incarnata; gli studi sul sonno REM che mostrano

l’eccitamento genitale associato a una inibizione della muscolatura volontaria che potrebbe svincolare il Sé dal corpo attivando l’identificazione onirica, poiché il sé corporeo radicato nella motricità è il nucleo dell’ipseità: “i movimenti, i gesti, le emozioni e le sensazioni che percepiamo nell’incontro con l’altro – e che coscientemente ci fanno sentire distinto dall’altro – potrebbero essere memorizzate inconsciamente come rappresentazioni speculari, ovvero come schemi del nostro corpo che rispecchia il corpo altrui. Potrebbero essere la componente recente dell’inconscio procedurale”. Il sistema specchio potrebbe essere coinvolto anche nelle allucinazioni oniriche. Il desiderio, che investe l’ambiente sociale sognato, nasce da una interazione fra stimolo attuale e riattivazione dei desideri del passato. Credo che oggi Eraclito non ripeterebbe identica la sua pur acuta osservazione: da svegli condividiamo le esperienze, ma sogniamo da soli.

Segue un paragone fra la ricombinazione attuata nel sogno e quella nella gametogenesi; quindi la citazione di Gaetano Benedetti sul valore del sogno come “creatore di tessuto psichico”, che mi ha richiamato alla mente il Dostoevskij dei Karamazov: “nei sogni, e specialmente negli incubi, provengano da un disturbo di stomaco o da qualch’altra cosa, accade che all’uomo appaiano tali visioni artistiche, realtà tanto complesse e concrete, tali avvenimenti o addirittura un mondo intero di avvenimenti collegati tra loro da un intreccio tale, ricchi di tante inaspettate particolarità, dalle tue più elevate manifestazioni all’ultimo bottoncino che hai sulla camicia, che (ti giuro) Lev Tostoi non saprebbe comporre niente di simile, e invece codesti sogni appartengono spesso a persone tutt’altro che dotate di fantasia, alle persone più ordinarie del mondo: impiegati, scrittori d’appendice, popi…”.

Quasi superfluo ricordare Jung, nel cui pensiero il sogno ha un aspetto finalistico e anticipatore, strumento del processo di individuazione, con una sua creatività e autonoma dignità. Il sogno sarebbe un importante fattore anche di adattamento sociale, tanto che Blechner – citato da Peciccia – ha parlato di darwinismo onirico.

L’attività onirica ha punti di contatto con quella sorta di sogno artificiale che è fornita dai mass media, e ciò diviene occasione di una attenta riflessione dell’Autore, che paragona anche le sostituzioni oniriche di una immagine con l’altra alle dissolvenze incrociate dei film. Sviluppa quindi il confronto proponendo una prospettiva “cinema-topografica” che tende a superare un’ottica puramente economica, ritenendo i meccanismi onirici determinati anche da un movimento delle rappresentazioni nello spazio psichico. Citando Anzieu, ritiene che il complesso rimaneggiamento che ha luogo nel sogno potrebbe esser collegato alla pregressa interazione fra ambiente familiare e neonato: rinnoverebbe quindi una situazione di holding con la sua fondamentale componente di contatto corporeo.

Dopo un raffronto con lo stato ipnotico, L’Autore entra poi in campo schiettamente psicopatologico, iniziando con il rilievo di Abraham, (ripreso poi e sviluppato da Bion come da Benedetti e Peciccia) sul difficile verificarsi del sogno nella psicosi, dove è sostituito dal delirio; paragone fra i due stati fatto proprio da Racamier. Vengono citate poi le posizioni di Bleuler, Bion, Klein, Segal e altri ancora, sulla rottura dei legami associativi comportante la frammentazione psicotica. Questa può essere letta come rottura dell’equilibrio unione – separazione (che a me ricorda quello, proposto da Kohut, fra empatia e introspezione); quindi nella psicoterapia delle psicosi è fondamentale il formarsi, accanto al paziente e al terapeuta, di un terzo soggetto: il soggetto transizionale.

Ciò comporta una riflessione sulla intersoggettività e pertanto un collegamento alla prospettiva fenomenologica, che prende in esame la dialettica fra la posizione allocentrica e quella egocentrica, in cui l’interocezione è esperienza di base ma non senza un contributo della esterocezione, poiché secondo Benedetti e Peciccia l’identità origina anche dalle percezioni cutanee, già nell’utero. Può emergerne una sintesi da denominare ex-centrica, che consente di confrontare e integrare il proprio punto di vista con quello dell’altro; l’A. ravvisa la possibilità di confrontare questa concezione con quella, empiricamente studiata, della simulazione incarnata di Gallese.

E’ evidente dunque in quest’opera il richiamo a tutta una serie di indirizzi di riferimento: psicoanalisi – fenomenologia – scienze biologiche e in particolare neuroscienze– evoluzionismo – sociologia: documenta il vasto patrimonio culturale dell’A. e la sua aspirazione alla sintesi.

Il rapporto fra psicoanalisi e fenomenologia è un terreno già dissodato. Rossi Monti, sulla scia di L. Calvi, si chiedeva se la fenomenologia non sia di per sé psicoterapia: tutt’altro quindi che una “glorieuse inutilitè” ( vedi “Il futuro della psicoterapia fra integrità e integrazione”: Congresso nazionale SEPI 2002, con interventi fra gli altri di S. Benvenuto, P. Migone, D. Napolitani, F. Petrella).

Più problematici gli altri collegamenti. Un aspetto fondamentale di questo importante sforzo di sintesi o quanto meno di ricerca di legami fra impostazioni teoriche diverse e di varie origini è la ricerca di una giunzione fra l’approccio psicologico e quello scientifico naturale, specificamente incarnato dalle neuroscienze e più in generale dalla biologia. E’ impresa affascinante ma non semplice, tentata tante volte in passato e attualmente ripresa su nuove basi da molti autori fra i quali mi limito a ricordare l’Edelman de “La materia della mente” . Non semplice per il differente statuto epistemologico dei due ambiti, a partire da quel primo fondamentale elemento che è il rilevamento del dato: quello proveniente dal mondo esterno consente un maggior grado di consensualità, o (se così vogliamo chiamarla) di obbiettività, con messa a punto di parametri accettati e riconosciuti dai vari osservatori.

E’ vero che il dato mentale gode addirittura di un maggior grado di certezza (come aveva mostrato Cartesio); ma questo riguarda il solo soggetto che lo esperisce, ed è dunque soggettivo. E’ questo che aveva indotto Jaspers ad affermare l’inconoscibilità diretta dell’esperienza interna (dell’altro), desumibile soltanto dalle sue manifestazioni esteriori, e con un notevole grado di incertezza: “l’anima come anima non può essere oggetto. Essa diviene tale tramite le sue manifestazioni percettibili nel mondo: fenomeni concomitanti somatici, espressioni comprensibili, comportamento, azioni; si manifesta inoltre mediante la comunicazione verbale, dice ciò che intende e pensa, produce opere”. Inoltre, al “mondo interno” si applicano con difficoltà le categorie kantiane di spazio e tempo (lo rilevava Freud): l’esperienza vissuta non ha una localizzazione spaziale se non immaginaria (“nella mia testa”), e lo stesso modello topografico freudiano è esplicitamente metaforico. Quanto al tempo, lo stesso Freud ha mostrato come nell’inconscio l’ordinata successione temporale venga meno; e quanto alle esperienze coscienti, il tempo vissuto non è il tempo dell’orologio.

Non so se si possa dire che questi ostacoli siano oggi superati, almeno ai fini di una eventuale teoria unificata di psiche e soma; d’altronde mi pare che Peciccia non si proponga questo, ma “solo” la ricerca di possibili punti di incontro e confronto. Del resto, fra gli altri Luc Ciompi ci aiutava a ricordare come il nostro orizzonte conoscitivo sia obbligatoriamente limitato, anche nel campo di quelle scienze naturali (il primo luogo la fisica) che parevano offrirci un sicuro modello di “verità”.

Come ricorda Lo Verso (citato da Di Maria) un metodo di valutazione adeguato alla specificità della clinica e al suo carattere di immersione nella soggettività emotivo – affettiva può essere quello del circolo ermeneutico che parte dalla intuizione fenomenologica di essenza e giunge alla verifica empirica.

Il libro si conclude con una proposta terapeutica: il disegno speculare progressivo terapeutico, ispirato a una proposta di Winnicott, in cui il terapeuta risponde al disegno del paziente con un disegno proprio, affine ma diverso e dotato di un senso terapeutico; ma fondamentalmente il metodo è stato messo a punto insieme a Gaetano Benedetti, di cui del resto l’A. è stato a lungo collaboratore. Sappiamo che la scuola di Benedetti ha unito una riflessione ineccepibilmente psicanalitica a un rapporto quanto meno tormentato con la SPI: il suo compagno di percorso Cremerius riteneva preoccupante lo stato attuale della psicanalisi, con la sua burocratizzazione o addirittura la sua crescente somiglianza ad una chiesa.

Benedetti ha letto lo stato psicotico come espressione di una disintegrazione dell’Io, che invece nel borderline si presenta non ancora completa. Per lui la psicoterapia è anche una ricerca delle risposte giuste alla situazione, attraverso il nostro adeguato essere con il paziente (abbraccio del controtransfert): “se ci si pone come terapeuta nelle fauci del drago, cioè nell’inferno del paziente, allora si può fare l’esperienza della fusione paziente – terapeuta, di quelle “psicosi da transfert” che creano ansia in taluni psichiatri”. Una modalità è quella proposta In Psycotherapie als existentielle Herausforderung (psicoterapia come sfida esistenziale): paziente e terapeuta lavorino insieme alla stessa vignetta.

Peciccia sviluppa e documenta accuratamente questo tipo di intervento nella dettagliata descrizione di due trattamenti, anche con impiego di immagini, in cui il terapeuta risponde al disegno offerto dal paziente non verbalmente ma tramite un altro disegno con modifiche dotate di un senso terapeutico: mostra la progressiva crescente capacità dei pazienti di confrontarsi con le proprie emozioni e il graduale recupero di una significativa comunicazione anche verbale, passando anche per i meccanismi propri del sogno: spostamento, condensazione…

Piena la coerenza fra elaborazione teorica e prassi curativa, che fa del libro una importante avventura culturale ma anche un prezioso aiuto all’operare.


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