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Gioco leale, parliamone a carte scoperte

Redazione
13 Dicembre 2015
1 commento
Gioco leale, parliamone a carte scoperte

Convegno SAPAR

Si discute sull’assetto attuale dell’uso delle slot machines e di altri giochi, non senza note polemiche nei confronti di provvedimenti miranti a limitarlo.

Dipendenze, sappiamo che il gioco d’azzardo vi può rientrare, insieme all’uso di sostanze, anche perché con queste condivide alcune dinamiche e motivazioni: la ricerca del rischio e le connesse fantasie di onnipotenza.

Ciò è ovvio per il gioco, meno per l’uso di sostanze: ma anche per questo incide la spinta a superare e possibilmente ignorare i propri limiti, anche pericolosamente.

Forse la ricerca del rischio ha in sé qualcosa di nostalgico: nostalgia del tempo in cui il primitivo, l’“uomo di natura”, non era tutelato da altro che dalla propria capacità di affrontare i pericoli a mani nude. Si può sfidare potentemente il rischio con attività socialmente accettate o perfino ammirevoli, come certi sport estremi che tuttavia non hanno il carattere dell’azzardo perché richiedono (richiederebbero?) grandi abilità da acquisire con pazienza; oppure, in modo più diretto e apparentemente più facile, assumendo onnipotentemente sostanze che sconvolgono la mente, o ancora mettendo in gioco i propri beni economici, anche fino all’estrema rovina.

Una buona chiave di lettura è il “semicerchio della salute mentale” del mito di Ulisse. Questi, volendo ragionevolmente sottrarsi al servizio militare nella guerra di Troia, si era finto folle; ma Palamede è stato più furbo di lui, posando suo figlio Telemaco – all’epoca infante – davanti all’aratro che Ulisse, da buon re pastore-contadino, stava spingendo. Ulisse ha evitato di uccidere il bambino deviando con un semicerchio attorno a lui, per poi riprendere la linea rettilinea del solco da tracciare; ha così dimostrato senza volere la sua salute mentale, e ha dovuto partire per Troia. Salute mentale è dunque perseguire i propri soddisfacimenti ma con gli aggiustamenti imposti dal principio di realtà; è quel che manca nelle addictions.

La fantasia di onnipotenza del giocatore compulsivo è espressa fortemente da Dostoevskij ne “Il giocatore”: il protagonista, nel perseguire l’illusione di dominare la sorte, si fantastica vincitore e – se non ricordo male – sogna a occhi aperti una ricchezza tale da poter un giorno trasferire in Russia una vera gemma paesistica: il lago di Como! Pare evidente il rapporto con il pensiero magico, anche questo condiviso con l’uso di sostanze, basti ricordare Castaneda che nelle sue opere vi attribuisce la capacità di ottenere poteri magici sulle cose.

Il problema è entrato necessariamente a far parte dell’infinito capitolo del rapporto spesso conflittuale delle esigenze individuali con quelle collettive incarnate nelle istituzioni: del disagio della civiltà di Freud. Il problema del confronto di ogni tipo di cultura dominante con le dipendenze, o meglio con le usanze a rischio di dipendenza se lo ponevano già i greci: il razionalista Euripide ci presenta nelle Baccanti il contrasto, conclusosi tragicamente, fra il re Penteo e il Dio del vino induttore di ebbrezze incontrollate, Dioniso. Da allora non si è trovata una soluzione: per parlare della nostra cultura, la politica ha oscillato fra: divieto totale o quasi come per i derivati dell’oppio e della coca; strisciante semi-tolleranza come per la marijuana e derivati; accettazione e consenso all’inserimento esplicito e diffuso nel costume e nelle attività commerciali e produttive, come per l’alcool. In altre culture le scelte sono state ovviamente diverse, ma sempre rispettando tali parametri differenziali.

Quando una sostanza – o attività – a rischio di dipendenza è stata per secoli accettata, e si è profondamente inserita nella cultura – pensiamo fra l’altro alle complicate e seducenti mitologie legate al vino – è molto difficile tornare indietro vietando o disincentivando efficacemente, come ha tragicamente insegnato l’esperienza proibizionistica statunitense. La politica fa ricorso, come nei riguardi dell’alcool, alla leva fiscale, peraltro dal senso ambiguo: serve a far soldi in qualche modo o a limitare il consumo? Nel caso specifico del provvedimento di cui si parla, certo non contribuirà significativamente a risolvere il problema delle dipendenze patologiche ma neppure provocherà gli sconquassi economico-occupazionali temuti dalla SAPAR. Forse esso va ritenuto complessivamente positivo, come tutto ciò che in qualche modo disincentiva il gioco: inaccettabile ed equivoco, a questo proposito, l’intervento del Presidente SAPAR che equipara il gioco d’azzardo – perché tale è – al diffuso gioco con i telefonini, non esente da problemi che però sono del tutto diversi.

Anche se da addetti alla salute mentale siamo sensibili al dramma di tante persone che giungono alla personale rovina economica e affettiva, dobbiamo riconoscere che il problema difficilmente si può tagliare con l’accetta. Sarebbe centrale la possibilità di distinguere il giocatore moderato da quello che si avvia su una brutta china. Il gestore del gioco, se lo si identifica e si dimostra che è consapevole di comportamenti a rischio del giocatore, può esser perseguito, e lo è stato anche efficacemente, in sede penale; ma non sempre ciò è attuabile. Importante la collaborazione dei familiari nel segnalare il problema al gestore stesso, ai Servizi, se necessario all’Autorità Giudiziaria.

Ben più complessa, e difficilmente delineabile, una soluzione organica del problema.



Una risposta.

  1. FELICE ALESSANDRO SPATA ha detto:

    Leggevo che gli incassi del gioco d’azzardo sono un sostegno sistematico dell’erario di molti governi settecenteschi. Dal 1735 lo Stato gestisce direttamente il gioco e lo considera il primo cespite dopo i dazi diretti e indiretti. Appare incredibile, ma pare che con i ricavi delle lotterie a Londra ci abbiano costruito persino il primo ponte sul Tamigi e il nucleo originario del British Museum. Per non parlare poi dei musei vaticani a Roma. Si sfruttano i peggiori vizi umani per opere meritorie, dunque. Se tanto mi da tanto non oso immaginare cosa potrebbe farci lo stato con i proventi scaturiti dalla tassazione della prostituzione. Si potrebbero aumentare in modo consistente le pensioni sociali o costruire il ponte sullo stretto di Messina o altre cosucce di interesse più o meno sociale. Vabbè! Credo sia meglio mettere le briglie alla mia immaginazione, al momento.
    Diciamo che il gioco d’azzardo e quello di Stato ancora meglio sfrutta tra gli altri un aspetto peculiare della psicologia di massa: la tendenza a considerare gli eventi della vita come il risultato di una linearità causa-effetto (tutto deve avere per forza una causa sia essa un dio, un santo o la dea fortuna) piuttosto che essere frutto del caso. Antonio Gramsci osserva che le lotterie sono una manifestazione della religiosità popolare: chi vinceva o sperava di vincere pensava di avere, si augurava di avere “qualcuno lassù” che lo aiutasse, e credeva di essere in qualche modo un eletto.
    Dato l’aspetto scaramantico del gioco non serve a molto utilizzare il raziocinio e mettere in guardia le persone che il superenalotto ad esempio è una scommessa ingiusta, disonesta, un modo per tassare. Oppure dire che esso è immorale perché disincentiva il lavoro e deresponsabilizza. E immorale è anche forse possedere di per sé tanti soldi e concentrati in un’unica persona per di più. Inutile anche ricordare che non c’è legame stocastico tra un’estrazione e l’altra ovvero che il caso è il caso e non è prevedibile e vano sarebbe in questo caso appellarsi persino alla teoria del caos. Molti giocatori e anche quelli più accaniti, ma non necessariamente patologici, sanno benissimo che le probabilità di vincere sono davvero infinitesimali, e che il tutto è organizzato in modo tale che sia il banco a vincere in buona sostanza sempre; quindi diciamo che si tratta di un gioco delle parti prima di tutto in cui la prima regola non scritta è “lo so ma non me ne importa” e poi ci pensa il fatalismo a sanare qualunque dubbio e contraddizione. Insomma, il pensiero che l’unica mossa vincente è non giocare non ci sfiora nemmeno per fortuna o purtroppo dipende dai punti di vista.
    E mi appello al punto di vista soggettivo perché a seconda dell’idea che abbiamo del funzionamento della società nel suo complesso cambiano anche i contorni e dintorni dell’idea del gioco d’azzardo. È vero infatti che il gioco d’azzardo costituisce pur sempre una valvola di sfogo alla rabbia e al malcontento sociali o un modo neanche tanto facile (perché non è affatto facile vincere) per emanciparsi dalla classe sociale di appartenenza soprattutto quando questa non è tra quelle più blasonate. Quindi il gioco d’azzardo come deterrente all’odio di classe. Qualcuno dice che senza l’illusione e la speranza delle lotterie saremmo nel bel mezzo di una guerra civile da un pezzo. Del resto, per Croce e per Gramsci la lotteria era “oppio della miseria”, provvidenziale, rassicurante.
    A pensarci bene in un contesto in cui assistiamo quotidianamente alla vergogna dell’iniquità sociale e delle disuguaglianze veramente spregevoli del reddito e allo sfruttamento indefesso del lavoro umano è difficile che attecchisca la “morale meritocratica” cioè fidarsi del fatto che la vita sia realmente in grado di favorire i migliori attraverso la concorrenza economica, che in cima alla piramide sociale ci siano veramente i meritevoli (visto che al momento non è possibile mi pare assicurare condizioni di partenza uguali per tutti). D’altro canto, la fortuna fa disinvoltamente giustizia delle baronie di turno in tutti i settori della vita pubblica e ti assicura che non dovrai essere necessariamente il “figlio/figlia di papà o mammà”, che non dovrai lisciare il politico o il mafioso di turno per acquisire denaro, potere e rispettabilità. E allora può tornare comoda l’idea che la fortuna premia alla cieca non distribuisce cioè secondo i meriti, ma a caso e può trasformare in multimilionario ugualmente un ricco o un povero, un grandissimo ingegno o un perfetto idiota, un laureato alla Bocconi o un diplomato al Cepu. Il caso è veramente democratico senza se e senza ma.
    Peccato però che in tal senso il gioco presenti degli effetti collaterali alquanto gravi come il rischio di renderti cinico e nichilista. E quanta dose di nichilismo può sopportare una società? È vero che il gioco anche quello d’azzardo se non è truccato, ha delle regole trasparenti e onestissime (e questo già basterebbe a giustificare l’appello incondizionato alla fortuna), ma aggiungere altra dose di nichilismo ad una società che già di suo è allergica alle regole specie in un paese che attorno ai conflitti d’interesse e ai furbetti del quartierino ci sguazza da tempo immemorabile quanto può giovare alle “magnifiche sorti e progressive…dell’umana gente?”
    Ma un altro aspetto mi inquieta del gioco d’azzardo sponsorizzato dallo stato: dietro il gioco della fortuna o la fortuna del gioco si nasconde la sensazione terribile che l’unico senso della vita è che non ha senso, che la vita non può migliorare gli esseri umani attraverso l’aiuto reciproco. Cade la speranza che nella cooperazione si trovi lo strumento per risolvere i problemi. Crolla anche l’idea che con le sole uniche forze personali si possa dare almeno una direzione dignitosa alla propria vita. Al contrario, un senso di tragica fatalità, di crudele ineluttabilità sembra incombere sulla vita di ciascuno. Non c’è rabbia, ma forse un buona dose di sospettosità e un senso di ingiustizia sembrano permeare la vita.
    In questa fase non ci si affida a risposte clamorose, non serve fare gli eroi, è inutile ribellarsi al destino. Ed è qui allora che la “facile scommessa” può apparire una valida soluzione al dolore, un modo per procurarsi armonia, stabilità, sicurezza. Una resa incondizionata, alla fine? Neanche tanto a dire il vero!
    Forse nella scommessa si può ravvisare una ricerca mai sopita di quel senso nascosto dell’esistenza che continua a sfuggirci. Insomma, se proprio non riesco a trovarlo ‘sto benedetto senso, allora provo a vincerlo! Questo accanirsi a puntare ancora sul tavolo verde della vita e nonostante la vita spesso non ti aiuti granché a ritrovare le ragioni di vivere sembra assumere i contorni della sfida materialistica al fato come unico rimedio alla caducità e fragilità degli esseri umani che vivono la feroce sensazione di essere vittime di uno spietato darwinismo sociale.
    Giocatori sull’orlo di una crisi di profondo “pessimismo storico”: in un era in cui il progresso della scienza e della tecnica, sembra rendere tutto possibile, a portata di mano con un click (l’apparente ovvietà rende ancora più frustrante la condizione di tutti coloro che non possono accedere per qualche motivo a queste promesse di paradisi in terra) in cui lo sviluppo del sapere razionale sembra non lasciare più spazio alla libera immaginazione (perché non c’è più nulla da immaginare perché tanto qualcun altro “si prende la briga e di certo il gusto” di immaginare per conto terzi) dov’è che si può trovare conforto al dolore e consolazione alla fatica del vivere? Quali illusioni ci sono rimaste per sentirci ancora parte della storia o di un progetto di vita nella quale sentiamo di essere comunque coinvolti?
    Triste a dirsi, ma le lotterie varie, i superenalotto, le slot machine, le scommesse in tutte le loro forme più o meno lecite sono la riprova che se non proprio la natura almeno lo stato-biscazziere non è tutto sommato poi così maligno perché tra imposte, tasse e balzelli vari, tra servizi inefficienti e pensioni da fame, in fondo dimostra ancora di aver pietà per l’essere umano se gli fornisce pur sempre una possibilità di immaginazione ovvero l’illusione del gioco d’azzardo che procura almeno una parvenza di felicità.
    Dunque, «A chi parlerò oggi?». A nessuno! Oggi giocherò e dimenticherò la mia pena, finalmente! E che gli dei mi siano propizi!
    PS: adesso credo proprio che uscirò per comprare un biglietto della lotteria Italia. Non si sa mai!

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