Spunti & Appunti

“Esser-ci” o ”Non-Esser-ci”

Felice Alessandro Spata
18 Giugno 2017
Nessun commento
“Esser-ci” o ”Non-Esser-ci”

Ovvero, dubbi metafisici e provocazioni semiserie intorno a “Essere” e “Ente”, “Natura” e “Tecnica”

“Tutta la vita è prendere posizione, ma farlo in modo fondato e motivarlo con chiarezza non è semplice”.

I “Quaderni neri” sono da considerarsi degli errori di percorso di una mente eccelsa o soltanto le bassezze di un uomo che non conosceremo mai veramente?
Mi sono appellato ultimamente alle edizioni recenti della Bompiani e Bollati Boringhieri per tentare di capirci qualcosa, sebbene io segua la questione da qualche anno. Ovviamente, anche in questo caso è seguita l’immancabile ridda di interpretazioni e di dichiarazioni contrastanti sull’antisemitismo di Heidegger e sorge forte il dubbio che non ci abbiamo (che non ci ho) capito granché del sommo filosofo o che comunque non lo abbiamo mai capito fino in fondo. Probabilmente abbiamo amato di Heidegger soltanto quelle parti che abbiamo creduto di capire una volta per tutte (o che ci hanno dato meno “angoscia”), cioè che vengono più “facilmente” (o così crediamo) incontro a noi, alla nostra comprensione (si fanno “prendere” senza sforzo) e che diamo ormai per acquisite, quindi. Quegli aspetti della sua filosofia che più si prestano ad essere considerati in una sintesi manualistica, per così dire: tipo il concetto di “Dasein” o quello di “cura”, ad esempio.
Per la disamina che segue mi appello al presupposto che – Ermeneutica non è pretendere di recuperare l’intenzione originale dell’autore…Interpretare è un atto di “precomprensione” o scaturisce da un pregiudizio…Interpretare significa allora emettere un giudizio influenzato dalla propria visione del mondo che tuttavia non costituisce un inconveniente, bensì una condizione fondamentale del processo cognitivo – (Gadamer).
D’altra parte, come si fa a buttare via il “pensiero” di Heidegger? Soprattutto dopo che al liceo spendemmo ore e ore all’insegna dell’angoscia metafisica tentando caparbiamente di spiegare a noi stessi di che diavolo l’immenso filosofo volesse parlare con l’ “Essere e il suo tempo”? E con l’unico risultato di maturare alla fine, tutti storditi, i fatali interrogativi metafisici: “Ma dove sto andando? Da dove vengo?” Ma soprattutto “Che ci faccio qui? Mentre insane immagini di te stesso spaparanzato all’ombra delle palme della calda spiaggia di Isola Bella di Taormina ti baluginavano nella testa in uno sforzo disperato di “dissociazione” estrema dal filosofo di Meßkirch.
È anche vero che ormai siamo imbevuti stabilmente del pensiero di Heidegger. Tuttavia, forse ci siamo limitati a una lettura parziale del filosofo. Forse i “Quaderni neri” fanno parte a pieno titolo del corpus filosofico di Heidegger e vanno quindi riletti alla luce della sua filosofia? Allora, si dovrebbe interpretare l’ “incommensurabile capolavoro” che è “Essere e tempo”, alla luce di certe sconcertanti asserzioni del filosofo?
Tutta la sua vita (come anche la sua filosofia, del resto) sembrerebbe svolgersi all’insegna del “dire e non-dire”, del rivelarsi e del nascondersi (“questo “essere” che fa capolino, ma soltanto per ritirarsi prontamente”) Forse leggendo l’immenso capolavoro “non ci siamo raccolti abbastanza per cogliere in quel che è detto ciò che rimane non-detto?”. Forse hanno ragione coloro che pensano che bisognerebbe trattare il linguaggio del filosofo come pura “poesia”. E la poesia non si interpreta. La poesia “comunica” al lettore sempre un significato diverso. Come dire che la poesia di “Essere e tempo” ha un senso diverso per ogni lettore che si rispetti e che a quella si accosti.
Ed è in tal modo che mi sono accostato al linguaggio di Heidegger. Ed è così che vi descrivo ciò che la sua “poesia” mi evoca.
*****
Arriva però un giorno che bando a qualsiasi “non-detto” Heidegger “sembra” scriverlo a “chiare” lettere. Quindi, non ci sarebbe tanto spazio per l’interpretazione, mi pare: – Lo sterminio degli ebrei è in realtà un autoannientamento, il compimento del destino dell’Essere nella storia della metafisica. Di antisemitismo metafisico, dunque si tratta (ma questo non lo renderebbe meno deplorevole) Aggiunge che l’Ebreo è l’oblio dell’Essere. La questione ebraica è una questione metafisica.
Si è parlato anche di “antisemitismo sofistico” o “paranoico”:- L’Ebreo agente della modernità è personificazione di quella “Tecnica” tanto temuta dal grande pensatore, che ha deturpato lo spirito occidentale e ha poi contribuito all’annientamento del popolo ebraico -. La Shoah, “sommo compimento della Tecnica”, quindi. Auschwitz è il culmine, la purificazione dell’Essere. Della dimenticanza dell’essere, e del conseguente nichilismo, sarebbe responsabile l’ebraismo mondiale. Ecco il salto: – L’essere è minacciato dagli ebrei (‘agenti  della  modernità’), dal pensiero del calcolo e del commercio, dalla tecnica, dal capitalismo e dalla finanza giudaica. La modernità è sinonimo di complotto, attività occulta finalizzata alla presa del potere, macchinazione. La ‘macchinazione  dell’ente’ (intesa come la “fattibilità dell’ente che tutto fa ed estingue”) o “l’interpretazione macchinale dell’essenza dell’ente” è  uno  dei  topoi  nella filosofia  heideggeriana. Dunque, la conclusione del sofisma è che gli ebrei si sono autoannientati: se  sono loro gli agenti della modernità e se la  modernità ha prodotto le camere a gas, allora gli ebrei sono i  soli responsabili della Shoah.
E ancora gli ebrei (giudicati sempre questione “metafisica non di razza”) sono – quella  specie  di  umanità  che, essendo  per eccellenza svincolata (senza territorio), potrà fare dello sradicamento di ogni ente dall’essere il proprio “compito” nella storia del mondo -. Già in Essere e tempo, il filosofo evocava in diverse occasioni «l’assenza di suolo» e lo «sradicamento» («lo sradicamento di tutto è fuori dall’essere», scriveva). Col senno di poi certe locuzioni assumono tutto il sapore del – “cosmopolitismo apatride” pronto alla giudaizzazione dell’universo -.  Ma senza voler arrivare a certi estremi sembra comunque risuonare in quelle espressioni (profetiche, per certi versi) l’opposizione attuale alla “società multiculturale”. Mentre si fa un gran parlare di cittadinanza e di “comunità dei cittadini”, le leggi e i codici che regolano l’acquisizione della cittadinanza stessa vengono inter¬pretati in termini di nazionalità (Gallissot, Kilani, Rivera, 2001) La distopia del “cittadino del mondo” (quindi “sradicato”, privo di territorio per definizione, il “polide con cittadinanza umana”) è sostituita dalla realtà di un “individuo portatore di interessi particolari”, interessi nazionali, legati ad un territorio dai contorni ben delineati. Ecco che la “radice” riacquista la sua autorità (con buona pace di Husserl) e la nazionalità prevale sulla cittadinanza, alla fine. E “il carattere della contrapposizione commisurante” tipico dell’essere sembra fare di nuovo la sua tragica apparizione.
Ancora leggiamo sui Quaderni neri che “Il popolo tedesco, avrebbe dovuto salvare l’Occidente dall’ebreo”. Visto che “elementi estranei continuano a deturpare la nostra essenza” è così che doveva finire, ecco perché i tedeschi si sono arrogati il compito di fermare gli Ebrei -.
Che dire, allora? Sembra (a me) quasi che attraverso profonde speculazioni filosofiche egli abbia voluto tentare semplicemente di dare dignità ad un pregiudizio comune tipico di certe menti non propriamente inarrivabili. Comunque la pensiamo, possiamo sempre interrogarci, almeno, su quali possano essere le “ricadute anche della filosofia più alta nella realtà sociale più concreta e in un determinato periodo storico”. Si può mai pensare che la filosofia anche quella più sublime e speculativa non abbia alcuna applicazione o connessione al di fuori di essa? Lo stesso “Heidegger intende e pratica la filosofia non come…un sistema di teorie e dottrine indifferente alla vita, ma come comprensione della vita che implica una forma di vita e dà forma alla vita. La filosofia non osserva la “vita” dal di fuori, ma è in qualche modo la vita stessa…”. Quindi, sussiste un nesso inestricabile tra vita effettiva o “fattizia” e filosofia. Quindi, la domanda “Ma che centra la filosofia con i “Quaderni neri?”, non è ammissibile, secondo me.
Personalmente, continuo a guardare al “Dasein” come il risultato non semplicemente di un’astratta teoria individuale, ma come – concreto strumento di organizzazione delle masse, in senso gramsciano, utile a raggiungere un compromesso tra interessi storici contrapposti -.
In questo senso il “Dasein” seppure mai completamente realizzato, al momento, almeno, rappresenterebbe pur sempre un “progetto di realizzazione in anticipo sui tempi, ma che spinge all’azione fin da ora”. Un’ “utopia realizzabile”, in effetti. Ora, purtroppo il “Dasein” abbiamo scoperto che è un concetto un tantino più complesso se non proprio contorto, ma trattandosi di Heidegger “il più grande dopo Platone”, qualcuno dice, allora ci facciamo percorrere la schiena da qualche brivido e ci sforziamo di ripensare tutta la faccenda. Allora, mi chiedo, tanto per chiacchierare: Ma cosa centra l’Essere, o meglio, l’ “Esser-ci” con le camere a gas? Come fa l’ebreo a diventare la personificazione della tecnica disumana? Come fa l’ebreo ad essere responsabile del proprio stesso annientamento?
*****
Realtà e verità in Heidegger
Forse la domanda giusta non è se Heidegger sia stato “nazista dentro” o no, poiché non dovrebbero esserci più dubbi che Heidegger sia stato nazista (per breve o lungo tempo? Per opportunismo o per convinzione?)
Uno psicologo della gestalt potrebbe dire che la soluzione del problema è preclusa dal fatto che il solutore rimane fissato ad un’assunzione non necessaria e che il problema potrebbe essere risolto se questa fissità venisse eliminata. Purtroppo in questo caso non possiamo confidare in un lampo di insight e nemmeno nel suggerimento di qualche mente illuminata. Possiamo soltanto vivere uno stato perenne di disarmonia, di dissonanza (viste le “contraddizioni” in cui sembrano cadere costantemente l’uomo Heidegger e la sua filosofia) che hanno se non altro il merito di spingerci a porre interrogativi che si spera ci facciano approdare ad un’idea buona, almeno.
Allora cominciamo col dire che con Heidegger l’ “ambiguità” (della sua filosofia, del suo linguaggio sibillino, della sua vita stessa), ha avuto, forse, un modo molto “controverso” di trasformarsi in realtà. Che lo vogliamo o no Heidegger finisce per diventare il filosofo che è da considerare come il rappresentante massimo dell’intera epoca in cui ha vissuto, come portavoce privilegiato della visione del mondo del suo tempo. Proprio la sua “enigmaticità” e “contraddittorietà” di fondo rispetto alla “questione ebraica” si esprimono in un tempo in cui l’antisemitismo purtroppo (purtroppo pure per Heidegger, forse) raggiunse la sua più concreta e agghiacciante e efferata manifestazione dell’epoca cosiddetta moderna.
Tuttavia, se qualcuno sta cercando nella sua filosofia o nella sua vita di uomo privato e pubblico le “tracce di sangue” sta perdendo il suo tempo con buona probabilità. Perché qui non si sta discutendo esattamente di come cercare di collegare un sospettato a un crimine. Qual è l’arma del delitto? La filosofia? Le parole? Non è che nei suoi libri (nemmeno nei Quaderni neri) ha descritto lo sterminio degli ebrei nei minimi particolari. Questo no! Forse, soltanto in un tribunale, e nonostante certe asserzioni presenti nei “Quaderni neri”, si potrebbe dire ancora che “le prove non sono consistenti e che non ci sono casi analoghi”.
Ma qui non si tratta di fare il processo ad Heidegger. Non è questo il punto. Ovviamente! Sebbene a volte ho l’impressione che l’approccio ad Heidegger rimanga di natura prettamente giudiziaria. E quando si parla dei Quaderni Neri è come se si lavorasse sull’ammissibilità di una prova in giudizio contro di lui. E i “Quaderni bianchi”, cosiddetti, sembrano la presentazione disperata di “indizi a discarico”. Ma l’arena di un tribunale (un “tribunale mentale”) non è quella più adatta per dirimere certe questioni. Considerando anche il fatto che alla lunga l’unico risultato che si ottiene in certe sedi è di fomentare l’emozionalità (vedi certi “processi in tv” all’insegna del “Quarto Grado” della cronaca nera). E chi si avvantaggerà, alla fine, di questa dilatazione delle emozioni? I difensori? Gli accusatori?
Tuttavia, è pur vero che non si tratta soltanto di “parole su un pezzo di carta” e i maliziosi dicono che Heidegger “va dritto alla giugulare, ma lo fa filosofando”.
Intanto, se Heidegger avesse voluto tenere privati certi particolari volumi per ragioni personali non avrebbe dato mandato di pubblicare in un futuro prossimo interi passaggi di certe sue cosiddette “riflessioni private”. È grazie a quel mandato che possiamo oggi “rovistare” tra i suoi “effetti personali”. È lui che dall’alto del suo “ufficio” ci ha permesso di condurre ricerche, di fare interpretazioni, di esprimere opinioni. Oggi abbiamo libero accesso ai suoi scritti. Ed è un po’ come se avesse letto lui stesso quegli stralci dei Quaderni neri ad alta voce e a degli sconosciuti in un luogo pubblico. È pur vero però che egli ha talento da vendere. Egli è talmente intelligente da rendere arduo discernere spesso il reale dal falso. Il suo potenziale creativo è enorme. L’inventiva è una capacità che va nutrita, sviluppata, perché è dannatamente rara. Egli è un genio perché ci stimola a rielaborare le nostre esperienze di vita. Il vero genio dovrebbe essere vezzeggiato e graziato o compatito, al limite. Ed ecco servito l’ennesimo sofisma, l’ennesima chiamata di correo generale: Dovstoievski fu intellettuale contraddittorio, progressista e reazionario accanito ed era uno scommettitore della peggiore specie, poi; Poe era un’alcolista e discretamente oppiomane e non ci stava nemmeno tanto con la testa; Wagner era un ladro e un adultero e discretamente razzista, anche. Erano tutti uomini disdicevoli sotto molti aspetti e incoerenti soprattutto, forse. Ma nella loro arte cercheremo invano, probabilmente, un incitamento, ma neanche subliminale, a darsi al gioco d’azzardo o alle sbornie del sabato sera, o a farsi di eroina, o a frequentare bordelli e a tradire le proprie donne e tantomeno scoveremo, il vagheggiamento di una qualche “soluzione finale” (ma potrei sbagliarmi, s’intende). Quando leggo Heidegger non mi viene esattamente voglia di invadere la Polonia (come Woody Allen che era preso invece da questa insana voglia quando “ascoltava Wagner).
Questo no! Viviamo pur sempre in una società che ha la tendenza a ignorare le “bricconate” se compiute dai grandi testimoni della storia, qualunque sia il campo della scienza, delle lettere, dell’arte in cui si sono espressi (il regista Roman Polanski ne è un esempio vivente emblematico, forse) Ed è così che parte immediatamente come un riflesso condizionato la campagna “salva il genio” sui media. Per qualche “singolare” ragione si creano, allora, due fazioni: coloro che attaccano Heidegger sono tacciati di glorificare il conformismo e accusati di essere abbarbicati al passato e coloro che invece lo sostengono ad oltranza passano per strenui assertori della creatività e del coraggio intellettuale e della modernità. Una logica dicotomica s’impone: la logica del capro espiatorio che tra le altre cose non ha mai permesso di giungere ad alcuna “verità”, mi pare. Allora, sarebbe meglio se l’universo intero lasciasse un genio in pace senza mai sindacare niente di quello che fa o che scrive? Ma siamo esseri umani e ci viene spontaneo giudicare altri esseri umani, seppure diventi, alla fine, stucchevole, tanto è inutile, “colpire” qualcuno che non risponde ai nostri scossoni. Heidegger sembra insensibile a qualsiasi nostro sussulto, refrattario a qualsivoglia “offensiva”, resistente a qualsiasi polemica, immune da qualunque attacco anche quando questo sembra provenire da lui stesso (i Quaderni neri sembrano effettivamente una sorta di karakiri ontologico). Ma sarebbe altrettanto sbagliato trattare Heidegger in maniera diversa dagli altri soltanto perché è capace di scrivere o di “pensare” meglio di tutti noi, immagino. Ma noi così privi di talento chi siamo, in fondo, per giudicare un genio? Allora, siamo felici che abbia scritto dei libri e che abbia fatto le sue conferenze e tenuto le sue lezioni. “Essere e tempo” è la (sua) chiesa che innalza la (sua) coscienza umana fino a convogliarla verso il congiungimento col suo dio. I Quaderni neri sono la (sua) “prigione” che gli trascina in basso la coscienza, che lo schiaccia fino alle zone più arcane del suo animo che tiene serrato (“in sospensione”) tra i quattro lati di un libro, forse.
L’ “ambiguità” di Heidegger ne ha consacrato l’immortalità e questa abita stabilmente fra le pagine dei suoi libri. Egli si mantiene in vita da sé, per così dire. Altrimenti, se volete, manteniamolo pure in vita con le nostre polemiche infinite. Ma comunque la pensiamo rattrista che il modo migliore di aggirare l’accusa di antisemitismo o di razzismo sia diventato per antisemiti e razzisti di varia risma proprio quello di appellarsi alla filosofia di Heidegger (o alla musica di Wagner) e nonostante io continui a pensare che si tratti di un uomo molto criticabile sotto molti aspetti.
L’arte “da una forma alla vita”, anche a quella di noi mortali più comuni e disapprovando Heidegger uomo e la sua arte si corre il rischio di biasimare un’intera società, forse? A tal proposito sorge spontanea una riflessione seppure banale. Il valore della vita è davvero assoluto? Diciamocelo francamente. Il valore della vita va bene, cioè è totale, è pieno, forse, nel Vangelo della domenica, nell’Omelia di Papa Francesco in chiesa o in una conferenza o in un articolo o in un bel libro, sebbene nemmeno in certi libri o “Quaderni” la vita sembra essere poi così sacra. Di sicuro nel mondo reale il valore della vita umana è relativo. E allora, possiamo fingere nella migliore delle ipotesi di essere innocenti spettatori del sistema, o ritenerci soltanto un ingranaggio del sistema in modo da poter sempre razionalizzare le cose addossando la responsabilità finale sulle spalle di qualcun altro o rannicchiandoci sugli alti scranni di certo sublime intelletto. Ma arriva un momento in cui non possiamo più fingere e lo vediamo chiaro come la luce del sole che siamo noi “individui” il sistema, siamo noi il boia (un antico senso di colpa ontologico si tramanda dalla famiglia Karamazov in poi per metterci in guardia dall’insano proposito di voler “uccidere il padre”). Siamo come cecchini appostati dietro un cespuglio armati unicamente del fucile dell’indifferenza o della pura “tecnologia (tecnica) del pensiero”, eventualmente. Perché è giusto non fare di Heidegger un capro espiatorio all’interno di una vicenda immane di un secolo scellerato, ma altrettanto giusto è impedire che elementi confusivi di natura politica o “metafisica” siano introdotti al solo scopo di equiparare le responsabilità e assolvere dalle colpe (o attribuirle).
Qualsiasi artista che abbandoni volutamente la propria arte è per definizione incapace di intendere e di volere, è stato detto. Ma Heidegger non era pazzo. In che senso avrebbe abbandonato la sua arte, allora? Se vogliamo escludere che la sua arte contenesse tra le pieghe la soluzione di un Olocausto (e in questo caso non avrebbe rinunciato alla sua filosofia, ma ne avrebbe carezzato semplicemente gli esiti, semmai), allora dobbiamo pensare, come lui stesso pensa, che la filosofia “è in qualche modo la vita stessa”, ma in quanto tale allora essa dovrebbe essere pur sempre “inautentica”. Il che non vuol dire che sia “insignificante”, ma che essa stessa, la filosofia, semmai, esorta a “non prenderla (a non prendersi) troppo sul serio” in modo da farne un antidoto alla “rigidità implacabile” di certo pensiero unico, un rimedio contro la crudeltà dell’accanimento insita in certe visioni unilaterali di ogni tempo, di ogni luogo.
Egli non era esattamente “angosciato” dal pensiero della morte seppure ritenesse fondamentale “vivere-per-la-morte” (“essere-per-la-morte”). La morte costituisce il progetto dell’esserci in quanto tale e occorre fare della morte il fondamento delle proprie possibilità di scelta. Quindi non è esattamente uno che pensava alla morte come a semplice assenza di vita sebbene io sia convinto che su Heidegger la morte esercitasse un “fascino” particolare e tutto sommato per lui la vita non doveva essere poi tutto quel bene prezioso che la gente “media” si illude che sia. A volte si ha l’impressione rileggendo il filosofo che morte e vita sono uguali e che non è così fondamentale scegliere, alla fine. È tutto qui non c’è nient’altro, dunque? Non proprio!
Allora, non essendoci consenso sull’antisemitismo di Heidegger, nemmeno dopo la pubblicazione dei “Quaderni neri”, potremmo consolarci dicendo che non c’è alcuna “verità”. Oppure, sbrigativamente che la verità è nella “bassezza” e nella “elevatezza” di Heidegger contemporaneamente. O ancora che essa è tutta frantumata in una miriade di opinioni soggettive, le quali, proprio in quanto relative, finiscono per essere considerate comunque valide ed equivalenti in uno sfavillio di relativismo gnoseologico. Atteggiamento un tantino “sofistico” di chi per “difendere” Heidegger, intende, per esempio, con la solita chiamata generale di correo, cancellare – la differenza filosofica e “popolare” tra essere nazisti e non esserlo, fra vittime e carnefici, fra logica e delirio, fra “Illuminismo e Auschwitz” -, nella spirale perversa dell’ “interpellazione” infinita ed abissale all’ “essere” originario. Come a dire “tutti nazisti, quindi nessun nazista”.
Dopo Heidegger (e grazie anche ad Heidegger, forse) siamo diventati tutti un pò più in-differenti e in-distinti? Egli ha fatto di noi tutti dei “sofisti”, impenitenti?
E se i Quaderni neri fossero semplicemente il “fondo scuro del cielo entro il quale l’essere di Heidegger diventa visibile”? La verità sulla natura interiore di Heidegger, la sua “essenza” più profonda non potrebbe essere l’oscurità, allora?
L’eccesso di elevatezza speculativa può portare al suo opposto, dunque, cioè alla bassezza della “perversione intellettuale” o teoretica? In questo caso dovremmo dire, forse, della “perversione pura” o “autentica”.
Parafrasando le parole del nano, che siede sulla spalla di Zarathustra, e la critica di Heidegger stesso alla sua espressione (del “nano”) pensiamo ad elevatezza-nobiltà e all’abisso-meschinità come ad un continuum, ma non come una linea diritta, ma ricurva, circolare. Quella che a noi può sembrare una linea diritta che procede verso quote sempre più elevate di pensiero, di sublime intelletto, è in verità la parte per ora più visibile di un grande circolo che rischia di ritornare continuamente sul lato opposto, quello “basso”, quello dell’abisso della “depravazione contemplativa” in una china inarrestabile una volta innescata. Il che vorrebbe significare, forse, che a forza di ostinarsi a ricercare l’essere dell’esser-ci c’è il rischio di dimenticarsi l’Ente e il suo corpo fatto di carne e sangue. E se ci dimentichiamo che l’ente può sanguinare allora da qui ad infierire su di lui/lei con ferocia inenarrabile il passo può essere davvero breve. Perché è proprio dell’Ente quello di dimenticarsi che può soffrire, che può morire.
Il principio di autorealizzazione di Maslow portato però alle sue più estreme e atroci conseguenze, quindi:  a questo porta l’esistenza di un sé particolare, o meglio di un talento o destino particolare che si celerebbe dentro di noi in attesa di “essere” realizzato? – Meglio allora non presupporre affatto l’esistenza di alcun sé speciale, se questi sono i risultati.
È vero che l’essere umano ha in sé una certa dose di elevatezza e di bassezza in percentuali variabili. Ma in che modo possiamo connettere quanto di più elevato c’è in noi con le parti più basse di noi e – senza che questo comporti perdite in elevatezza della nostra verità, della nostra realtà? -. La domanda può apparire retorica, ma neanche tanto.
E allora sforziamoci pure di “comprendere” Heidegger. Ma con la consapevolezza che niente garantisce che “la realtà della verità” di Heidegger sarà qualcosa di necessariamente positivo.
E allora non chiediamoci quale sia il grado di realtà-verità dell’antisemitismo di Heidegger, cioè se si possa parlare di antisemitismo rilevante o lieve, deplorevole o “perdonabile” (leggerezza o opportunismo?) al tempo stesso filosoficamente significativo, più privato e metafisico o popolare e razziale.
Bensì, chiediamoci in quale grado l’antisemitismo espresso dal filosofo abbia raggiunto la massima realtà possibile in quelle sue particolari condizioni storiche e politiche. La realtà ha diversi gradi, è vero, tuttavia una persona può essere più “reale” in un modo piuttosto che in un altro e senza per questo che si debbano operare confronti tra le persone e i loro rispettivi gradi di realtà. Sicuramente il filosofo fu meno antisemita di Goebbels se non altro per il peso che il ruolo di quest’ultimo ebbe nel concretizzarsi della soluzione finale. Però, è anche vero che ci sono “casi”, fenomeni che richiedono per “esistere”, per essere “veri”, cioè reali anche soltanto un “grado minimo di realtà” nel senso che pur esprimendosi a livello individuale al “grado più basso” della soglia di “pericolosità” presunta, possono pur sempre dare origine potenzialmente a eventi immani di portata sociale planetaria se le condizioni socioeconomiche e politiche alimentano certe “spinte aggregative” intrinseche ai fenomeni stessi, per così dire. Razzismo, antisemitismo sono alcuni di questi fenomeni (anche l’espressione “grado più basso” indica una dimensione soltanto presunta perché in questo caso “basso” non equivale necessariamente a “meno grave” o semplicemente “innocuo” di per sé. Perché pesa anche la visibilità, cioè lo status, il ruolo di chi una “posizione” esprime).
Quindi, è inutile, secondo me, chiedersi quanto la caratteristica dell’antisemitismo fosse reale (cioè poca o tanta) in Heidegger perché ha comunque un peso nella sua identità, nella sua storia e nella “storia del mondo” persino, secondo me. Poco importa con quale vivacità e intensità il sommo pensatore abbia incarnato o trasfigurato o incorporato nella sua filosofia la realtà dell’antisemitismo come fenomeno umano ricorrente, alla fine.
 È possibile allora comprendere la verità di Heidegger il suo “essere reale” slegandolo in parte dalla realtà esterna? E per realtà esterna consideriamo anche il linguaggio con cui si è espresso, ovviamente.
Comunque la pensiamo, forse è proprio sul concetto di “verità” che intanto dovremmo cominciare a concentrare i nostri sforzi.
Potremmo dire, ad esempio, che la verità in Heidegger è questione metalinguistica cioè riguarda le proprietà degli enunciati e delle proposizioni espresse nella sua filosofia? A questo punto, sarebbe legittimo dire che la “giustificazione”  heideggeriana dell’Olocausto è “ideologica” nel senso marxiano del termine, cioè  mirante a motivare mediante una “falsa teoria” una concreta realtà dei fatti materiali indipendentemente da essa, ossia  per altri motivi (“l’antisemitismo è un fatto materiale, cioè esistente, reale, ma lo si maschera dandone una surrettizia “spiegazione” ammantandolo di idee e principi astratti). Forse questa “contraddittorietà” dei suoi giudizi sul nazismo (anche all’indomani della sconfitta del terzo reich) evidenziano tutta la difficoltà del filosofo nel giustificare dal punto di vista della sua stessa filosofia, certa aberrazione di cui egli stesso non poteva non essere consapevole in qualche modo. Per Heidegger il linguaggio è fondamentale. Lui stesso esorta l’uomo a porsi davanti all’essere rispettando e coltivando il linguaggio, rifuggendo la “chiacchiera”, ponendosi in una situazione di ascesi, di “raccoglimento-che-lascia-essere”, ma avendo presente il pericolo di un “offuscamento che può essere provocato dalle tecnoscienze e dalla minimizzazione del decadimento cognitivo ed etico di una determinata epoca”. Potrebbe essere stato lui stesso vittima “inconsapevole” di questo stordimento tecnoscientifico? In fondo lui stesso “è uomo-nel-mondo” tra gli altri uomini, ma sempre in bilico tra cielo e “suolo”, tra l’aprirsi dell’essere e il suo nascondimento in quella terra di nessuno che serba gelosamente la propria ricchezza e la propria povertà: la terra che “sorregge la sontuosità dell’essere occultandone la sua miserabilità”. Nemmeno ai “poeti” è concesso di sottrarsi alla deiezione, dunque? Nemmeno Heidegger riuscì a sfuggire alla “medietà”? Dunque, egli fu l’espressione più “sublime” dell’uomo “medio”? Quello che coltiva la “chiacchiera”, la sciatteria e l’approssimazione, il pressapochismo e l’illazione, alla resa dei conti? Ed è per questo, forse, che discettando della “questione ebraica” non riuscì a sottrarsi nemmeno lui all’incuria del vaniloquio, seppure “sublime”? O forse con il suo linguaggio enigmatico, oracolare Heidegger cerca di disgregare e disturbare (sdegnandoci letteralmente) i nostri schemi di comprensione comuni allo scopo di “pro-vocare” un pensare e un domandare che noi normalmente non domandiamo? (Bernstein,  1994) Oppure è Heidegger stesso che ama nascondersi? Che gioca a velarsi e dis-velarsi nel perfetto stile della sua filosofia? Secondo Heidegger la verità è un modo di asserire o non-asserire, un disvelamento o non-disvelamento (un “dire tutto e il contrario di tutto?”. Il tripudio speculativo dell’ “Annullamento retroattivo?”).
Per Heidegger disvelamento e non-disvelamento non possono ridursi soltanto ad asserzioni, o enunciati (che riguardano soltanto il linguaggio o qualcosa di linguistico, comunque, quindi) Disvelamento e non-disvelamento finiscono per diventare questioni anche personali – non disse mai, in effetti, quanto fosse profondo il suo rapporto con il nazismo -. Ma non aspettiamoci che sia Heidegger a svelarci la verità con i suoi scritti. Perché la verità si svela da sola (aletheia) e non è il “soggetto” che la rivela. La verità è un disvelarsi  e nascondersi. Allora, ci immaginiamo che la pubblicazione dei Quaderni neri in questa “epoca” è il segno che “l’essere di Heidegger prende l’iniziativa e svela un altro pezzo di sé” a poco a poco. Egli sarà gettato dal suo “essere” stesso nella verità, alla fine? Ma non illudiamoci. Perché mi sa che “l’Essere rimane pur sempre nascosto dietro quello che fa apparire”. L’Essere in quanto alétheia, in ogni epoca, se per un verso «si dà» e si disvela, per l’altro rimane sempre in qualche misura in se stesso, in “sospensione”, ossia nascosto. Vista la struttura stessa dell’essere ricco com’è di un groviglio inesauribile di aporie, antinomie, incoerenze e dilemmi, forse possiamo soltanto sperare che prima o poi in qualche “epoca” a venire l’arcano si risolva da sé, finalmente. Perché al momento possiamo soltanto limitarci a fare l’ennesima esperienza di una “poesia” che rivela e occulta al contempo un bagliore dell’essere costantemente avviluppato in uno sfondo primordiale di oscurità, nel perenne “inganno” dell’alternanza di luce e tenebra.
Dall’apertura di un “Quaderno nero” l’essere di Heidegger sorge e può apparire fugacemente prima di nascondersi ancora tra le pieghe di “Essere e tempo”, dunque? I “Quaderni neri” e “Essere e tempo” sono il disvelamento e il nascondersi dell’essere del filosofo, della sua verità?
Il disvelamento intrecciato con il nascondersi, sempre. Ma l’Essere “non può essere esaurito nel linguaggio stesso”, sebbene l’uomo non possa esistere al di fuori del linguaggio. Ed è per questo che forse Heidegger continua a sgusciarci, guizza come un’anguilla dal ristretto recinto della nostra epistemologia di riferimento in cui vorremmo aggiogarlo. Forse, egli vuole “comunicarci” che non sapremo mai la “verità” su di lui. Heidegger ha fatto di se stesso la personificazione della sua stessa speculazione filosofica? Egli ha cercato di diventare la “meraviglia” e lo sconcerto che ha creato nei suoi libri? Egli come l’essere non sarà mai accessibile totalmente. Quindi, è come se lui stesso ci “intimasse” di guardare oltre, ma nel senso di andare avanti e senza di lui.
Heidegger è l’ “essere”, inarrivabile, incomprensibile, impenetrabile e perciò stesso sembra volersi porre al di sopra di tutto e di tutti. Al di fuori della legge umana e del suo giudizio, ma fuori dalla portata persino dei normali processi di funzionamento della mente umana pur sempre troppo “grezza” di suo al punto che può soltanto sperare di lambire certi contorni dell’essere. Allora, in questo moto perpetuo di “disvelamento e non-disvelamento” Heidegger ha eretto la sua fortezza inespugnabile, dunque? Potrebbe il suo corpus filosofico stare lì tutto imbastito per la difesa di qualcuno che sembra volersi permettere di dire “tutto e il contrario di tutto”? Un uomo del nostro tempo in fondo! Ma alla fin fine, non siamo noi “occidentali” gli “inventori” di meccanismi di difesa come l’intellettualizzazione o la razionalizzazione?
Con Heidegger tali difese sembrano assurte ai massimi livelli di astrazione filosofica, persino. “Essere una creatura ragionevole, un filosofo eccelso, è così comodo, perché ci rende capaci di trovare o dare una spiegazione a qualunque nefandezza ci venga in mente di fare o di dire”.
******
La Cura
Anche il concetto di “cura” assume tutto un altro sapore a ben guardare alla luce di certe “sconcertanti affermazioni”. Se volessimo considerare l’etimologia stessa della parola “cura” possiamo  intravedervi qualche elemento di inquietudine.
Oh! Se soltanto, Heidegger non avesse pensato che la tecnica è banalmente quella specie di Leviatano moderno che dispone brutalmente del soggetto privandolo della sua “essenza”. Se soltanto non avesse identificato l’agire dell’uomo (la Tecnica e il suo carattere “strumentale”) unicamente in quell’attitudine “malvagia” (comunque, criticabile, discutibile) ad “alterare” gli ambienti circostanti, le situazioni, la materia, le cose, le persone per “asservirle” alla propria “volontà di potenza”.
E  se la “Tecnica” altro non fosse che una forma di “cura” attraverso la quale l’Ente esprime la necessità di  trasformare se stesso, la sua struttura emotiva e la sua fisicità, persino, per affrontare al meglio il mondo? Il suo modo di sfuggire a quella condizione di d’angoscia cui è ontologicamente destinato e dalla quale tenta di difendersi disperatamente? Sembra quasi che Heidegger abbia visto nell’angoscia una condizione ineluttabile contro cui è impossibile oltre che inutile ribellarsi, anzi la ribellione diventa quasi un atto di insubordinazione inaccettabile. C’è in Heidegger quasi una sorta di adeguamento teleologico a quella stessa società massificata, che si affretta a condannare, e che giudica ontologicamente immodificabile, forse, ma nel senso che l’uomo non si deve nemmeno azzardare a provarci, eventualmente.
“Cura” nel senso di osservare, controllare, stare in guardia. Nella cura può esserci angoscia e timore dell’altro. L’essere-nel-mondo può rivelarsi guardingo, diffidente, sospettoso. La cura stimola il cuore, ma lo consuma anche nella più grave e continua inquietudine. La cura anche quando prende in carico l’altro da sé rischia di essere sempre una questione di affare, negozio, ufficio insomma sempre qualcosa che sollecita e richiede inflessibile vigilanza.
La dimensione latente sembra quella del diffidare perenne, dello scontro potenziale, sempre lì pronto ad esplodere. Quando nasciamo siamo gettati nel mondo, siamo come degli esseri catapultati in mezzo ad altri enti (uomini e cose) la cui origine è altrettanto oscura e inspiegabile per noi e siamo costretti per timore dello smarrimento e per necessità di sopravvivere a relazionarci con gli altri, ma questa relazione è pur sempre “inautentica” in quanto obbligata da una condizione di necessità ontologica, che perciò stesso ti sbarra la strada all’essere. L’uomo, “cacciato  dal  paradiso  terrestre”, vive  l’angoscia  del  suo smarrimento  nel  mondo in  una ferrea dicotomia fra il suo esser-ci nel mondo e il suo “essere” in una concezione ontologica di scissione perenne  fra  “realtà dell’essere” e la “mancanza” di un esser-ci che “sopravvive” smarrito nel mondo. Più che alla ricerca dell’essere, l’uomo sembra in balia dell’essere.
Persino nel mito stesso di “cura” di Igino sembrano assenti proprio l’uomo e il concetto di autodeterminazione: esiste un soggetto denominato “Cura”  che  costruisce  una  forma  d’uomo. Un  soggetto chiamato Giove che dà  l’anima  all’uomo,  un  soggetto chiamato Terra che costituisce la sostanza  dell’uomo  e  un  soggetto  chiamato Saturno che giudica con quale nome chiamare il soggetto. Insomma sembra quasi che l’uomo debba avere cura di sé e del mondo e degli altri per compiacere il suo creatore o i suoi creatori (dio o gli dei).
In effetti, in Essere e tempo Heidegger enfatizza la finalità ontologica della sua indagine sull’uomo: L’oggetto della ricerca non è l’uomo, la sua vita e le sue azioni, ma l’essere come principio e fondamento della realtà: – nel problema dell’essere che stiamo per elaborare, il cercato è l’essere, ciò che determina l’ente in quanto ente, ciò rispetto a cui l’ente, comunque sia discusso, è già sempre compreso” (M. Heidegger , Essere e tempo, Longanesi, Milano 1976, pp. 20-22) Ancora il carattere impersonale e astratto, il  lato  anonimo dell’essere heideggeriano? Invece dell’”esser-ci”, l’ “esser-Si”?
Se l’obiettivo autentico dell’uomo è comprendere o intuire quantomeno il proprio essere ne dovrebbe conseguire che la dimensione pratica e quotidiana della “cura” risulta comunque confinata all’orizzonte “inautentico dell’uomo”.– La proverbiale distinzione heideggeriana tra il “prendersi cura” degli oggetti semplicemente presenti e l’“aver cura” degli altri “uomini” sembra “ricomporsi”, sembra cioè scemare in un tutt’uno che rimane comunque relegato alla categoria inautentica del con-essere, appannaggio di una relazionalità che rimane, comunque effimera e in ogni modo sempre “sottrattiva”, cioè nella relazionalità  l’essere continua pur sempre a “sottrarsi”, cioè continua a velarsi nella manifestazione, nell’apparizione: – … Niente  di  ciò  che  all’interno del  mondo  si  presenta  come  utilizzabile  o  semplice presenza  può  fungere  da  ciò  innanzi  a  cui  l’angoscia  è tale…Il  mondo assume il carattere della più completa insignificatività…… La completa  insignificatività  che  si  annuncia  nel  nulla  e nell’«in-nessun-luogo»… – (Essere e tempo, Longanesi, 2005, pagg. 227-229)
Insomma, “il mondo assume il carattere della più completa insignificatività”. Il “nulla” è un vuoto di significatività che emerge quando l’esserci si relaziona al mondo nella situazione emotiva dell’angoscia, situazione che è strutturale e di conseguenza inestinguibile, quindi. Ne emerge verosimilmente un mondo insignificante al cui interno si muovono “esser-ci” che sono più insignificanti di altri tanto che persino la loro esistenza-presenza diventa superflua, secondaria, accessoria: “strumentale”?!
Pre-occupandoci di un “esser-ci”, di una singola esistenza, ma in generale dei più svariati “enti intramondani”, (cioè le varie cose che incontriamo nel nostro operare nell’ambiente in cui abitiamo) che ci vengono incontro, sperimentiamo una sorta di  apprensione indeterminata, alla quale non possiamo sottrarci, dunque. Ma perché il  rapporto con gli enti dovrebbe per forza causare apprensione o timore? Soprattutto se pensiamo che in realtà l’insicurezza impedisce di fatto qualsiasi rapporto di conoscenza, di comprensione reciproca, anzi può essere tante volte il motore della violenza, dello scontro impietoso.
Insomma. Questo “Dasein” sembra avere ben poco di rassicurante, rasserenante, pacifico, persino. E il mondo che ne emerge è una dimensione essenzialmente di contrapposizione ineluttabile.
Dunque, l’essere-assieme è sempre preoccupato di commisurarsi agli altri: – L’essere-assieme…Esistenzialmente considerato, ha il carattere della contrapposizione commisurante. – (Essere e tempo, 1976, pag. 162) Ne emergerebbe un mondo spaccato in due dove si contrappongono da una parte una massa indifferenziata condannata all’infamia della “medietà” e pure litigiosa e dall’altra dei pochi eletti capaci di approdare alle vette sublimi dell’essere: I profeti? I tedeschi? I nazisti, forse? I poeti, “sicuramente”! Anche i filosofi eventualmente. Insomma, tutti gli uomini della provvidenza che possano prendere in mano la situazione e mettere ordine “energicamente” tra i vari “Dasein” attaccabrighe. Se poi uno fa un raffronto con il quarto capitolo di “Essere e tempo” (pagine 157 e 158 nell’edizione del 1976) quello dove si descrive tra gli altri il tema dell’ “aver cura”, quei passi davvero nobili a cui tradizionalmente ci appelliamo anche nel corso del nostro lavoro quotidiano, diventano ancora più sconvolgenti e aberranti certe “affermazioni” contenute nei Quaderni neri. E allora che fine fanno il “riguardo e l’indulgenza che guidano l’aver cura?”.
La Cura è proprio la struttura dell’essere dell’Esserci, ha detto: esprime la condizione di un’ “agenzia proattiva”, un essere proiettato nel futuro, che progetta le sue possibilità come “essere-avanti-a-sè”; possibilità che al contempo però sembrano rimandarlo coattivamente quasi alla sua situazione originaria, cioè al suo essere-gettato-nel-mondo. Ma in questo progetto di sé chi e quanto e come centra l’Altro? Che fine fa l’ “aver  cura  degli  altri”, quel modo  tipico  d’essere  dell’uomo,  il  quale  è originariamente  “con”  gli  altri  e  dunque  “verso”  gli  altri  da  sempre  e  per  costituzione  aperto? Quanto ci sia di responsabile in questa tensione verso il mondo e in che misura sussista il desiderio genuino di mettere in gioco nel tempo la propria progettualità rivolta al futuro anche quello degli Altri è tutto da decifrare, forse. Qualcuno per salvare capra e cavoli potrebbe dire che siamo “condannati alla fiducia” (Sloterdijk, ivi) ma da un’angoscia senza limiti, aggiungerei.
******
E  l’“Educazione”
L’essere umano è fallace, si sa. Gli “educatori” lo sanno bene: essi si trovano quotidianamente a contatto con persone che “sbagliano” o che “hanno sbagliato” o che possono “sbagliare”. Gli esseri umani hanno questa prerogativa di cadere in errore unita ad una difficoltà, veramente congenita, di imparare dai propri errori. Dunque, l’Uomo: l’animale più stupido che ci sia in natura? O per essere più indulgenti e meno demagogici “The man is falling! The man falling dangerously to the ground!” (Egli precipita! Egli precipita dannatamente sulla terra) parafrasando una canzone di Eddie Vedder frontman del mitico gruppo dei Pearl Jam. Questo per dire che il movimento della vita degli esseri umani è indirizzato primariamente o comunque tendenzialmente verso delle modalità di compimento della vita stessa, che sono per lo più “inautentiche”, direbbe Heidegger. Questo perché la “scelta autentica” è sempre più ardua e più impegnativa di quella “inautentica” (o forse quella “inautentica” è semplicemente sempre più a portata di mano?). Da qui conseguirebbe la “predisposizione” a sbagliare e la difficoltà di cogliere l’obiettivo. Quindi ci sarebbe nella vita questa tendenza a precipitare, cioè a sprofondare in “realizzazioni”, che non sono all’altezza di questa “ideale scelta autentica”.
Eppure, secondo me partendo da questo livello filosofico teorico rischiamo di coltivare intere generazioni di “esser-ci” che scambiano “la tristezza di un giorno per il tormento di una vita”. Si prospettano sfilze di “Chickens Little” da tutte le parti del pianeta, meri “consumatori distratti di oggetti” la cui preoccupazione – giustificata o no – porta sempre a “dedurre conclusioni catastrofiche che hanno come unico esito la paralisi”. “Chickens Little” individui perennemente “allarmati e angosciati e inquieti e finanche aggressivi”. Non c’è, mi pare, nel pensiero di Heidegger l’idea di un essere umano che può operare delle “scelte”. Dunque, la vita umana è, sì, un progetto, la cui riuscita, però, sembra possa avvenire in un modo, e in un modo soltanto. Ora, secondo me, è il rimanere attaccati ad un ideale di se stessi che ci espone fatalmente alla possibilità di fallire in molteplici modi. Non è il fallimento dell’esistenza che è sempre più facile, ma semmai è lo scacco di una modalità di “essere” che è in agguato.  È la presunzione di una “tendenza connaturata alla specie umana” a fallire piuttosto che a riuscire che rischia di lasciarci in balia di un destino cui non ci si può opporre per definizione e che poi diventa l’alibi dietro il quale si nascondono tante volte tutti coloro che per tante ragioni anche “fondate” decidono di ritirarsi dalla vita. Quando invece il ruolo dell’ “educatore” dovrebbe essere quello di trasmettere l’idea che l’esistenza sollecita di essere pianificata, e per questo essa rappresenta di certo un fardello, una complicazione che va però governata e “curata” cioè seguita, sostenuta, rispetto alla quale, è vero, noi tutti rischiamo sempre di cadere in errore. Ma l’errore è benefico. L’errore non è il fallimento di una vita, ma la percezione e la convinzione che la vita può realizzarsi in modi diversi da quelli che avevamo prefigurato o che ci avevano prospettato.
Questa “tendenza dell’umanità a fallire” ha, secondo me, persino il suo risvolto etico. Heidegger, sembra non nutrire granché fiducia nei vari esser-ci, nei tanti esseri umani. È l’ineluttabilità del destino cui l’umanità è condannata a farsi, verosimilmente, questione anche etica.
Perché non solo siamo condannati a fallire, non soltanto siamo in balia della tecnica, ma non ci possiamo fare proprio nulla. In questo mondo dominato dalla tecnica ogni strumento etico, morale, qualunque virtù diventano inutili anzi impossibili. E che cosa sono l’etica e la morale se non espedienti “tecnici” cioè dell’agire umano con cui gli Enti tentano di regolare i loro rapporti reciproci? Insomma, si prefigura ancora un destino di conflittualità permanente.
Inoltre c’è da chiedersi se nell’ambito di una società multietnica il paradigma ontologico-esistenziale heideggeriano di “cura” contenga in sé dei limiti nella realizzazione e applicazione di un concetto di cura che sia realmente “educativa”; vale a dire in cui – i concetti di reciprocità, preoccupazione, attenzione e responsabilità – costituiscono aspetti realmente praticabili nel confronto concreto tra persone che sono pur sempre uniche e indivisibili e di stirpe, religione, ideologia differenti. Proprio in virtù di queste differenze tra gli esseri umani mi chiedo se nel nostro mestiere di “riabilitatori”, ma nel più ampio contesto psicosocioeducativo il “Dasein” heideggeriano con l’idea di “cura” che implica possa ancora ispirare una prospettiva che sia in grado di concepire rapporti sociali e individuali che abbiano obiettivi condivisi (confronta per la discussione tra gli altri, Lévinas E. Totalità e infinito. Saggio sull’esteriorità, Jaca Book, Milano 1980; Bertagna G. Dall’educazione alla pedagogia. Avvio al lessico pedagogico, La Scuola, Brescia, 2010)
Epilogo
Dunque, come possiamo conciliare queste parti contraddittorie di Heidegger? Forse non dobbiamo farlo. Forse dobbiamo soltanto lasciarci alle spalle Heidegger e andare avanti.
Nel dubbio, intanto, mi annovero tra coloro che pensano che è tempo anche per la nostra categoria di cambiare riferimento “educativo”. Non è così grave, a pensarci bene. “Non ci cambierà il mondo”.
Possiamo con tranquillità continuare ad aggirarci nei dintorni di Husserl. Anzi, andrebbe proprio riscoperto per la sua attualità. Personalmente già da un po’ ho individuato altri maestri che possono benissimo illuminare il mio sentiero. Sto pensando, ad esempio, a “Levinas” che trovo piuttosto “amabile” per l’importanza ontologica che conferisce al “noi”, la sua versione antindividualista dell’esperienza fondamentale di “essere” se stessi. Egli ha compreso le “tentazioni  idolatriche  del  luogo” e intende spezzare le “radici” (“la radice non serve”, direbbe Husserl) e avversava la “territorializzazione del destino etico”. Per Lévinas, la tecnica simboleggiava la capacità  umana di liberarsi dall’attaccamento al luogo. Lévinas sosteneva che possiamo e dobbiamo liberare la nostra considerazione dell’umano precisamente dalla concezione della “primordialità del senso del luogo e del  radicamento” sostenuta da Heidegger. In tal senso, l’attaccamento al luogo diventa “la divisione dell’umanità tra nativi e stranieri” e in quanto tale è “la fonte di ogni  crudeltà”. Forse è proprio questo che abbiamo bisogno di imparare a scuola di questi tempi (vedi per l’approfondimento anche, Lévinas E., Difficile libertà. Saggi sul giudaismo, Jaca Book, 2004) Oppure, meglio, prov   erò ad invocare la “verità” di Gandhi. Lì vado a colpo sicuro. Forse!

Aggiungi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Scopri come vengono trattati i tuoi dati