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Depressione post partum e baby blues: il lato invisibile della maternità

Quando si diventa mamme sarebbe bello pensare a una vita tutta rose e fiori, in piena simbiosi con il proprio bambino e la propria famiglia. Tuttavia, per molte donne non è esattamente così: le ombre della depressione post partum e del baby blues sono sempre dietro l’angolo, soprattutto alla prima esperienza. Se poi la neomamma non riceve un adeguato supporto da professionisti e familiari, il rischio è ancora più alto.

Nel febbraio 2023 Levante a Sanremo ha aperto una porta verso la conoscenza della depressione post partum come male invisibile che affligge tante donne dopo il parto. La cantautrice siciliana, con il suo pezzo “Vivo“, ha raccontato uno spaccato di vita – la sua – che è comune a molte mamme alle prese con una nuova dimensione, tanto agognata ma allo stesso tempo tanto diversa da quella immaginata.

Secondo i dati diffusi dal Ministero della Salute, la depressione post partum viene riscontrata, su vari livelli, dal 7 al 12% delle neomamme e di solito inizia tra la sesta e la dodicesima settimana dopo la nascita per poi protrarsi dai due ai sei mesi successivi.

 Baby blues: un malessere diffuso

Più lieve della depressione post partum, il baby blues si manifesta nelle prime due o tre settimane dopo il parto come una sorta di depressione leggera. La mamma è spesso triste, stanca, angosciata e si lascia andare a frequenti crisi di pianto.

In questo caso non si tratta di un problema psicologico, bensì di un disturbo fisiologico causato da un’eccessiva e brusca carenza di estrogeni e progesterone. Il fenomeno è fortunatamente passeggero, ma può risultare parecchio fastidioso in un momento delicato come quello di una nuova nascita.

«Potresti sentirti ansiosa, confusa oppure lunatica come quando passi da uno stato di felicità a quello di un improvviso pianto. Questo stato può verificarsi dal 1° al 3° giorno dopo il parto e può durare da pochi giorni ad alcune settimane. Tutto questo è normale – spiega la woman empowering coach Alessandra Bitelli – e di solito scompare da solo e non è necessario alcun trattamento. Ma il 20% di casi di baby blues può progredire fino a una depressione post partum soprattutto quando manca il sostegno dei cari o se la donna non spiega cosa le sta succedendo. Ecco perché è fondamentale rimanere in contatto con i propri sentimenti, comunicarli e sapere quando far chiedere aiuto a un esperto».

La psicologia in aiuto delle neomamme

Come spiegato dalla psicologa e psicoterapeuta Paola Vinciguerra, presidente dell’Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico (EURODAP), la depressione post partum «non viene riconosciuta ed è troppo spesso negata sia dalle neo mamme sia dalla famiglia, che invece deve assolutamente vigilare su ogni donna dopo il parto e non banalizzare mai anche quello che può apparire come un periodo di tristezza».

La gravità della condizione, se sottovalutata, può degenerare fino a episodi pericolosi per la madre e per il bambino. «Nei casi più gravi di depressione post-partum», continua la dott.ssa Vinciguerra, «la donna può subire uno scivolamento psicotico e la depressione si trasforma in psicosi post-partum. Questa è la forma più grave di depressione e richiede misure mediche tempestive. I sintomi comprendono stati di agitazione, confusione, paranoia, allucinazioni, tendenze suicide o omicide nei confronti del bambino”.

Secondo la professionista, il supporto psicologico può essere fondamentale per aiutare le mamme che soffrono di baby blues e depressione post partum. Le cure, infatti, «possono consistere nella psicoterapia e nella partecipazione a terapie di gruppo con donne che manifestano la stessa sintomatologia e nell’assunzione di ansiolitici e antidepressivi sotto controllo medico e sospendendo l’eventuale allattamento. È comunque consigliabile per tutte le neomamme frequentare dei corsi post partum».

Fondamentali, quindi, il dialogo e il confronto: il primo passo verso la guarigione, come per tutti i disturbi psicologici, risiede nell’acquisire consapevolezza della propria condizione e chiedere aiuto prima di tutto ai familiari e poi anche a dei seri professionisti capaci di agire tempestivamente e con coscienza.

Con un corretto percorso terapeutico, la vicinanza dei propri cari e il confronto con altre mamme che hanno già vissuto questa condizione si può venirne fuori in tempi brevi, migliorando non solo la percezione del sé ma anche il rapporto con il nuovo nato.

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