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Cambiamo Strada

19 Ottobre 2020
2 commenti
Cambiamo Strada

Edgar Morin, Raffaello Cortina Editore, 2020

Recensione di Pasquale Pisseri

Un pressoché centenario Edgar Morin ci propone una articolata riflessione stimolata dall’attuale contingenza Covid, inserita peraltro in più ampio e articolato momento storico. Essa ci parla innanzi tutto della fragilità e precarietà della condizione umana e del suo necessario rapporto con la morte: tema non nuovo certo, ma che dai tempi di Giacomo Leopardi (vedi Dialogo fra la Natura e l’Islandese) pareva oscurato dai progressi di una tecnica presunta onnipotente; mentre oggi anche scienza e medicina mostrano i propri limiti.   E ci parla dei riflessi – non tutti negativi – sulla vita sociale, poichè il confinamento ci invita a un rinnovato “viaggio intorno alla mia camera” alla De Maistre; della dialettica fra egoismo e solidarietà, con possibile risveglio di questa; del diverso impatto su diverse classi sociali e su differenti comunità nazionali. Morin entra quindi nel campo che più gli è proprio, quella complessità che forse è meglio definita come epistemologia anziché come teoria:  insistendo  sulla esigenza che il nostro pensiero giunga ad afferrare meglio la complessità del reale. Egli si occupa di antropologia e sociologia, non di psichiatria; ma tutti sappiamo come il tema della complessità sia entrato nel  patrimonio tecnico e culturale degli operatori psichiatrici, e certo non solo  per quelli di noi che  si sono impegnati in quella prassi terapeutica specializzata che è la terapia della famiglia.

  Cardine è l’idea di relazione.   La nozione di grandezza possibilmente misurabile (come nelle rating scales) perde centralità poiché l’eccessiva dipendenza dal pensiero matematico porta a uno astoricismo dei sistemi umani e biologici.  Diviene centrale invece il concetto di funzione, nell’ambito di sistemi fatti di elementi e connessioni non lineari. Essi sono retti da relazioni di tipo circolare, retroattivo, più o meno fluide oppure irrigidite come nella famiglie degli schizofrenici. In quest’ottica, ogni cambiamento sostanziale potrebbe avvenire solo per crisi del sistema; pertanto non avrebbe senso un intervento che non mirasse alla globalità. Ciò non è necessariamente in contraddizione con l’esigenza di un intervento mirato, poiché in questo schema di pensiero la parte è per intero nel tutto e il tutto è per intero nella parte (ciò ricorda lo schema teorico dei frattali).   L’osservatore è sempre partecipe, e non fotografa ma costruisce la realtà non soltanto creandone un modello mentale  ma anche con interventi attivi e prescrittivi. Ciò porta a introdurre il tema del rapporto con l’epistemologia  costruttivista.    

  In questa visione, il cambiamento indotto dalla terapia, o anche spontaneo, può esser visto come riorganizzazione di un sistema, possibile soltanto in condizioni vicine al “margine del caos”, in cui cioè coesistono elementi di disordine caotico con spinte alla organizzazione (tema che ci avvicina a quello dell’entropia). Infatti,  l’ordine indiscusso cristallizza il sistema, mentre il caos totale rende impossibile ogni organizzazione. Il tema può incarnarsi a molti livelli: nelle rivoluzioni politiche, violente o meno; nelle rivoluzioni scientifiche; nelle crisi psicologiche e psicopatologiche che possono essere mutative, con un margine di imprevedibilità spesso ampio.    Infatti, come ricorda Morin,la definizione dell’umano è trinitaria perché comprende l’individuo, la società, la specie biologica.

  Segue una parte del testo, diciamo, “prescrittiva”, dove l’Autore si pone quasi come profeta laico proponente metamorfosi tecniche  guidate da metamorfosi etiche, culturali, sociali.  Suggerisce: limitare i consumi, contenere l’urbanizzazione, limitare il potere degli esperti, coniugare crescita con decrescita, sviluppo e responsabilità  con solidarietà, correggere le patologie amministrative, ridurre le disuguaglianze e il potere delle oligarchie economiche, riformare imprese e democrazie, avviare una ecopolitica.  Proposte condivisibili e di per sé scontate: il problema è  come realizzare un programma così ampio. Per l’Autore occorre  fondamentalmente farsi guidare sempre meno da un  pensiero riduzionista, superare il paradigma di disgiunzione – riduzione, cercare un pensiero più aperto, globale e a un tempo complesso; dedicarsi a una razionalità aperta e cosciente dei propri limiti. Propone un umanesimo rigenerato, che “riconosca la nostra animalità e il nostro legame diretto con la natura, ma anche la nostra specificità spirituale e culturale”. Anche in questo, come in tutta l’ottica della complessità, si riconosce il generale rifiuto delle alternative secche, del bianco o nero: non per rifugiarsi in un informe grigio ma per riconoscere l’interdipendenza delle alternative, non su un piano meramente teorico ma come guida all’operare.


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2 risposte.

  1. Gg ha detto:

    Come al solito una chiara esposizione di Pisseri che stimola inevitabilmente una riflessione.
    La vita scorre inevitabilmente verso la morte, il problema é come lo si accetta e di conseguenza come se ne gode : della vita appunto.
    Boé ,il mio cane non si pone questi problemi , vive la sua vita secondo quanto la biologia prevede per lui e gode del rapporto con la sua e la nostra natura, io e mio figlio dobbiamo invece riflettere e indirizzarci verso un umanesimo rigenerato come ci propone l’autore avvicinandoci di più al “sentire” del cane e al rispetto degli elementi : terra aria,acqua.
    Quando ho proposto ,nel nostro campo, di andare oltre la comunità terapeutica, proponendo la fattoria terapeutica intendevo proprio questo: stranamente il Covid 19. I ha rallentato ammonendoco

  2. A F. Spata ha detto:

    E in tempi come questi che impari ad apprezzare (ancora di più, voglio dire) l’importanza di certi autori. Soprattutto chi è cresciuto e si è “formato” fedele all’idea di “Complessità” della realtà non può non riconoscere quanto sia stata importante la nozione di “sistema” nel campo delle scienze psicologiche e umane più in generale. Sebbene il concetto di “sistema” rischi tante volte di essere banalizzato e reificato perché si tende a considerare solo il tutto come unità. E si ignorano le parti e le loro proprietà; le interrelazioni tra le parti e il tutto. Il sistema non può essere considerato alla stregua di un oggetto.
    Per non parlare poi della sua applicazione nell’ambito più stretto della clinica quotidiana. Mi limito qui a sottolineare il contesto clinico perché un approccio sistemico all’argomento e alle sue implicazioni nell’ambito più allargato dell’ambiente di vita richiederebbe molto più spazio.
    E dunque, penso alle ricadute, soprattutto sulla relazione con le persone pazienti o potenzialmente sulla pratica della “diagnosi”, del concetto di “conoscenza”. La conoscenza che genera, questa volta, soltanto risposte probabili. Genera incertezza. Le nuove conoscenze acquisite non producono verità, ma soltanto nuova ignoranza. E ancora, soggetto e oggetto si implicano e si modificano a vicenda. L’atto osservativo è già di per sè una relazione perché riguarda non tanto i due poli soggetto e oggetto quanto il loro rapporto. Cade così definitivamente l’assunto dell’Oggettivismo che indica la separazione tra osservatore e osservato. Diventa inconcepibile la sola idea di un osservatore neutrale e indipendente rispetto all’oggetto Osservato. Nella nostra pratica quotidiana del “lavoro psicologico-terapeutico” siamo tutti un po’ come dei novelli “Palomar” la cui osservazione dell’oggetto vicino quotidiano si trasforma in una riflessione sul soggetto osservatore. In sostanza, una descrizione osservativa finisce per diventare anche un’auto descrizione dell’osservatore. Notate, tra gli altri, il cambiamento di paradigma in questo spostamento dall’espressione “ho osservato che…”, alla forma “Si può osservare che…”. Secondo von Foerster – questo spostamento dalla prima persona al “si” impersonale è una strategia per scaricare ogni responsabilità: “si” non può essere responsabile di nulla; per di più, “si” non può osservare un bel niente -. Quando si dice che il linguaggio è importante. Occhio alle “facili diagnosi”, quindi.
    Da ciò consegue (o così mi piace credere) la necessità di – ricercare regole individuali per spiegare fatti individuali -. Quando osserviamo-valutiamo una persona paziente assumono fondamentale importanza i “dettagli”. Cioè assume sostanziale valore – il ruolo di certi indizi che tendono a sfuggire normalmente al controllo della coscienza -. Allora, l’attenzione si rivolge agli “scarti”, i particolari apparentemente secondari, i fatti formalmente insignificanti, allo scopo di indagare l’identità prima e il problema psichico poi della persona paziente. Così a partire dal “frammento” proviamo a ritrovare (ma qualcuno direbbe a “inventare”, ma senza attribuire al termine un’accezione negativa) una regola che possa spiegare con un buon grado di approssimazione (ma tutta da verificare) la tendenza del “tutto” della persona paziente. Che è cosa ben diversa dall’appellarsi ad una regola generale per spiegare lo stile idiosincratico dell’individuo affetto da una sofferenza psichica. La cosa forse funziona nella teoria, non necessariamente nella clinica. Mi piace la metafora del “curante investigatore” che diffida delle formule precostituite, dei fatti “evidenti” e considera significativi elementi trascurabili che sembrano però in contrasto con l’evidenza dei fatti (o della categoria diagnostica). L’idea sarebbe che la clinica beneficia grandemente della ricerca di coerenza di “indizi” fondata però non soltanto su una serie di conoscenze riproducibili in un manuale diagnostico, ad esempio, ma anche, e soprattutto forse, esterne allo specifico campo di indagine. Su quali e quante conoscenze il dibattito è aperto. Ma questa è un’altra storia.
    A proposito di linguaggio, e di come le parole possano subire slittamenti semantici in base ai contesti e alle epoche. Mi viene da pensare all’espressione ormai abusata di recente di “immunità di gregge” il cui significato, a parte denotare la scarsa considerazione nutrita per gli animali pecore e gli animali umani, ci rimanda ad un senso etimologico del termine “osservazione” che implica ancora una volta una separazione fra soggetto e oggetto. Osservare ha la stessa radice indoeuropea di “servo” nel primitivo significato di guardiano del bestiame più il suffisso “ob” che significa “di fronte”. La funzione del guardiano-osservatore è quindi quella di stabilire e mantenere l’integrità e l’identità del gregge o della Mandria confinandola in appositi spazi che ne impediscano la dispersione (o il pericoloso “assembramento”, eventualmente). Qui si potrebbe dare l’idea che da una parte ci sia un governante-osservatore-guardiano di mandrie ottuse alla deriva e dall’altro appunto un gregge osservato a distanza che nutre la poco igienica abitudine a mettersi pericolosamente nei guai e totalmente irresponsabile, dunque. Mi piace di più l’espressione recentemente ascoltata in tv di “immunità di comunità” che prevede oltretutto una interdipendenza reale tra governanti e governati, tra osservatori e osservati e un loro maggiore coinvolgimento e responsabilità reciproci nella partecipazione ad un mondo comune. Giusto per sottolineare che il sistema non è un monolito, ma una complessità fluida in cui le parti continuano a rivestire una fondamentale importanza.
    “Non siamo più i soli signori e custodi della nostra soggettività. I confini tra noi stessi e gli altri si fanno più permeabili e tuttavia sono ancora presenti. Un Sè differenziato è condizione di intersoggettività” (Stern) e insieme di responsabilità delle parti nell’organizzazione del tutto. Ma l’accenno alla questione pandemica diviene obbligato a questo punto se pensiamo che in mancanza della medicina definitiva, e in assenza dei vaccini e in attesa di rimettere mano allo stile di vita, l’unica chimica che funziona davvero è quella del “gruppo” e dei suoi membri pur diversissimi tra loro che però agiscono all’unisono non come un “gregge”, ma come un “sistema” e per un obiettivo comune. Insomma, quando è a rischio l’attuabilità stessa dell’esistenza, la socialità o meglio ancora la socializzazione delle idee e delle condotte costituiscono l’unico rimedio ancora – salvifico -.

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