Cultura

Anni ’60 – ’70 gli inizi della psicoanalisi a Genova

Carmelo Conforto
6 Novembre 2014
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[Tratto da “Il Vaso di Pandora”- Vol. XIII, n° 2, 2005]

Relazione tenuta al Convegno Nazionale “Progressi nella conoscenza della Mente. Psicoanalisi e Psichiatria tra Genova e l’Italia”, Genova, 5 Novembre 2004.

 

Mi è stato chiesto di affidarmi alla memoria per recuperare, tra avvenimenti interiori e i fatti che ne sono testimonianza, come si è introdotta a Genova, all’incirca negli anni ‘60, la psicoanalisi.
Non mi è certamente facile e i motivi, accavallandosi dentro di me, mi forniscono un aiuto nebuloso.
Non mi sento spinto a rifugiarmi (questo sarebbe il termine che mi verrebbe da usare) in una storia degli accadimenti di quegli anni, tentando una lettura esplicativa, una sorta di composizione di un micro documento che aiuti chi ascolta a storicizzare il percorso che pochi (sopratutto) neuropsichiatri operanti in Liguria, specie all’Università, hanno iniziato a compiere, tardivamente non solo per quanto riguarda l’Europa, le Americhe ma anche se confrontati a colleghi di altre città italiane (Trieste, naturalmente, Roma, Milano, Pavia, ad esempio).

Non siamo nei primi anni del novecento, non vi è nell’aria l’atmosfera di un percorso rivoluzionario, occupiamo probabilmente una posizione di retroguardia.
Se in Italia si è costruito dai primissimi anni del dopoguerra un iniziale movimento psicoanalitico, esso riguarda, con poche eccezioni, liberi professionisti che si impegnano (nel “setting” tradizionale) con pazienti neurotici.
Chi lavora nei Manicomi o nelle Cliniche Psichiatriche, a contatto con la dimensione psicotica, sembra (con alcune eccezioni di cui alcuni attori e testimoni sono oggi presenti tra noi) assai lontano dal mondo dell’inconscio, del moto pulsionale, dalla pensabilità di una relazione che trasporti in quelle sede qualcosa del modello analitico.
La separazione tra i due mondi, i diversi luoghi della cura, lo studio privato e la grevità istituzionale, sembrano non avere nulla da dirsi, da scambiarsi (parlo della Liguria psichiatrica di quegli anni).
Chi si è, con buon anticipo su di me, iniziato a formarsi come psicoanalista (uno spicciolo di psicoanalisti in formazione e in continuo errabondare tra l’Istituto di Training di Milano e la nostra città), assume ai miei occhi di studente interno, poi specializzando in Neuropsichiatria, una dimensione ricca di fascino, di mistero, di privilegio.

Ai miei occhi, perché?

La memoria che mi consente questo passaggio è ora una memoria guidata, sostenuta più dal bisogno di comprendere (di aver compreso) che di fornire spiegazioni che chiedono eventi in successione.
Propongo una memoria emotiva, la mia, che non riesce (non vuole) procedere linearmente ma a tracce, immagini, stati d’animo, disposizioni d’animo più profonde che solo la successiva analisi mi ha svelato.
Per cui terrò per me alcune risposte intrapsichiche, come penso sia doveroso verso di me e tenterò di raccogliere i frammenti di quello che (mi è accaduto).

Cercherò di raccontare allora quali percorsi si sono avviati e intrecciati

Seguirò nella narrazione delle tracce, che, seguendo Ricoeur, posso definire come il tentativo di costruzione di un intreccio, capace di ricavare una storia dall’insieme di molteplici avvenimenti.
L’avvenimento che scelgo per iniziare, credo per l’emozionata curiosità che mi ha suscitato, ha certamente orientato la mia scelta di lavoro.
Pensate ad uno specializzando in Neuropsichiatria, vagamente insoddisfatto delle proposte etiopatogenetiche sulle psicosi.
L’ “endogeno”, concetto inquietante quanto noiosamente immobile così come inquietanti e immobili si proponevano i pazienti “endogeni”, nella loro dimensione senza tempo, nella bruscamente, tragicamente interrotta storia del loro divenire.
Scoprii, tra i libri ereditati da un paziente strettissimo, un volumetto di Freud, il “Sogno”, tradotto in italiano nel 1919 da uno psichiatra di Nocera Superiore, il prof. Levi Bianchini.
Mi colpirono, in successione:
– Il motto stampato sotto il titolo, NON AMBULABIT IN TENEBRIS.
– La breve prefazione di Levi Bianchini:

“ Noi siamo abituati in genere ad osservare i processi psichiatrici (….) “ a piatto” (…); noi li rileviamo sinteticamente e superficialmente, li trascriviamo nei diari clinici, nei lavori scientifici, nelle frettolose consultazioni, senza indagarne con sistematicità la genesi ideo-emotiva, il punto di partenza nel tempo passato, la evoluzione successiva nell’ambiente interiore dell’Io e sotto l’azione dei fattori esterni. È questo un lavoro che va fatto e di cui la Psicoanalisi intende insegnare la metodica psicologica (…) che apre allo psichiatra ( che deve essere sopratutto psicologo) campi nuovi di ricerca, mezzi interessanti di indagine e spesso insperati risultati pratici”.

– Poi ciò che il libro mi offrì , il lavoro del sogno, l’accesso all’inconscio e ai suoi travestimenti e l’iniziazione a quello che poco più tardi ebbi modo di meglio apprendere.
– Il libro mi riavvicinò a quel po’ di psichiatria psicologica che avevo intuito leggendo lo statunitense Sullivan e la sua “Teoria interpersonale della psichiatria” e che, negli anni immediatamente seguenti ripresi assieme alle notazioni cliniche, di grande spessore emotivo, della psicoanalista tedesca Frieda Fromm-Reichman, emigrata negli anni trenta in America, nell’ospedale psicoanalitico ove lavorava Sullivan, il Chesnut-Lodge.
Una psicoanalista che negli anni trenta-cinquanta scriveva “ Psicoterapia della schizofrenia” e “uno studio su dodici casi di psicosi maniaco-depressiva”.
– Così appresi che esisteva una via psicoterapica che era in grado di dare un significato e una promessa di terapia ai pazienti gravi, e una teoria, la psicoanalisi, da cui era possibile trarre gli  strumenti per procedere. Allora presi a leggere , in italiano, francese, spagnolo, quello che di Freud in quegli anni era rintracciabile.
– Una seconda serie di avvenimenti coinvolsero non solo me ma alcuni medici della Clinica delle Malattie Nervose e Mentali: venne organizzato da Giberti, allora già professore di psichiatria e uno dei tre colleghi che avevano iniziato l’analisi didattica, una giornata dedicata alla terapia analitica di gruppo.
– Rappresentò per un paio di noi più giovani una svolta decisiva; ricordo le parole di Gaburri, Carloni e, soprattutto, il “gruppo esperienziale” (siamo alla fine degli anni ’60) condotto da Corrao. Incontrammo, attraverso lui, la dimensione gruppale proposta da Bion e l’intensità emotiva delle fantasie inconsce che ne animano il campo.
– Iniziai a pendolare, Genova-Milano, (tra analisi di gruppo, analisi didattica, supervisioni mi sarei fermato circa dodici anni dopo) la sera e la notte e l’obiettivo (iniziale) era un gruppo in cui mi proposi ovviamente come paziente.
– Disagi fisici e psichici, parole e proiettili emotivi, le interpretazioni di Gaburri, il tentativo di capire quello che mi veniva detto, quello che avveniva.

– Poi, a Genova, dopo cena, con un collega altrettanto smarrito, ci trovammo ad intraprendere un’avventurosa iniziazione alla conduzione di un gruppo terapeutico.
– Ospitati solo dopo le 21 in una stanza della Clinica ove la neurologia era padrona, disorientati e traballanti, ripercorrendo non solo la strada verso casa ma i percorsi, per lo più oscuri, che avevamo seguito, inseguito tra i nostri pazienti: che parevano dare fede alla nostra presenza, alle nostre parole, fiducia alla terapia ripresentandosi con inaspettata costanza ogni lunedì sera.
– La nostra iniziativa (ritengo) fa proseliti. Altri colleghi viaggiano, si formano come terapisti di gruppo.
Nell’Istituto Universitario si costituiscono un paio di gruppi terapeutici ambulatoriali ed io sento il bisogno di riprendere contatti con Corrao: a Roma, in un appartamento scarno di mobili ma ricco di progetti e pensieri viaggio qualche volta, quando mi riesce e mi trovo dentro a un gruppo (Il Pollaiolo) che si è lanciato, siamo agli esordi, nella terapia analitica “del gruppo”.
Bion è lo spirito che svolazza sulle nostre teste e deposita nuove idee, affascinanti per chi è alle prese con la propria vocazione e la propria gioventù.
Corrao è il riferimento, colui che è (giustamente) “ritenuto sapere”, e noi, Neri, Correale, Cono Barnà, Seganti, Bollea e altri ancora, seduti alla meglio, nei tardi pomeriggi, rincorriamo quello che ricordiamo del nostro stare nei gruppi, cerchiamo verifiche e, credo, soprattutto, reciproco appoggio.
Familiarità che non si sono perdute, poi primi Convegni e la Rivista che contenevano in maniera più strutturata il procedere faticoso del nostro pensiero.
– A Genova, intanto, inizio un’analisi personale e poi quella didattica, insieme ad un secondo spicciolo di colleghi, ci si incontra sui treni, nelle stazioni, pomeriggio, mattino, la sera tardi e si accenna ai nostri genitori didatti e chi ci affascina come supervisore e le lezioni il Mercoledì sera a Milano, con la grande stanchezza che a volte ha la meglio sulla volontà. E l’analisi non è come un corso di psicopatologia, vi è sorpresa, sofferenza, illuminazioni, affetto. Nelle corsie della Clinica si parla, si pensa seguendo i modelli della psicoanalisi e fuori, negli studi iniziamo a fare i conti con i primi lettini, questo “setting” con cui non si viene a patti, le prime aperture sull’inconscio del paziente, l’ansia, la realtà del transfert-controtransfert.
– Nella Clinica, nelle sue corsie e nei suoi ambulatori, alcuni di noi medici, variamente colpiti dal modello psicoanalitico, chi in analisi personale, chi didattica, chi ormai con un piede dentro la Società Psicoanalitica, non rinunciano a promuovere tentativi psicoterapici con i pazienti gravi, schizofrenici per lo più.
– Iniziano riunioni in Reparto con i degenti, un tentativo (ingenuo) di lettura terapeutica. La caposala è un’anziana suora, non comprende quello che c’è in noi (credo ovviamente, dato che noi stessi non sapevamo bene che strada avevamo imboccato), non ci ostacola, andiamo avanti qualche mese.
Tuttavia era un’aria nuova, quella che (seconda metà degli anni ’70) respiravamo e nuovi il modo di considerare i pazienti, noi stessi e ciò che davvero contava nel nostro lavoro.
Conobbi i lavori di Franco Fornari, la sua illuminante proposta kleiniana.
Insieme, con un’impostazione che mi ricordava l’elevato, doloroso, conflittuale coinvolgimento di Searles nella terapia analitica degli psicotici, lessi e trovai grossi stimoli nei contributi (sullo stesso tema) di Stefano Fajrajzen, un’analista in qualche modo fuori dal coro.
Scriveva esplicitamente (negli anni ’60 e nella Rivista di Psicoanalisi) della aggressività controtransferale nel trattamento di pazienti psicotici, delle reazioni depressive dell’analista e del suo paziente; insomma mi permise di meglio chiarirmi e di non nascondermi le più varie risposte emotive, psicosomatiche che la psicoterapia con gravi schizofrenici mi inducevano.
Cosicché quando dopo qualche anno di lavoro scrissi sulle “vicissitudini delle fasi iniziali nella psicoterapia degli schizofrenici” (1978), mi sembrò segno di gratitudine inviarne una copia a Fajrajzen.
Mi rispose quasi subito, una lettera scritta a mano.
Era lui a ringraziarmi nell’avergli inviato un lavoro che apprezzava e mi esprimeva il piacere di aver aiutato colleghi più giovani nel difficile compito, che mi incoraggiava a proseguire.
Mi inviava un suo lavoro del 1966 che riteneva non più rintracciabile.
Ricordo questo episodio come una sorta di attestato di “origine controllata” e poche altre testimonianze e conferme produssero in me una serie di emozioni tanto complesse.
Incominciai davvero a sentirmi, a Genova come in altre sedi, collega tra colleghi, autorizzato, assieme ai pochi compagni genovesi, a frequentare i Seminari di analisti di cui avevo fin ad allora solo letto i contributi: Rosenfeld, Bion, il nostro Mauro Morra e una parte di me cercava d’essere in contatto con quanto veniva da loro offerto, il modo di essere psicoanalista, e un’altra parte, più infantile, inseguiva quella che Bachelard descrive come “poetica della rêverie”, il mio errabondare nel mondo di immagini, di fantasie abitate dalla Klein di Rosenfeld, dagli scambi di Morra con la Segal e il tentativo di lettura dell’indecifrabile mimica di Bion, e come Winnicott si proponeva nella società britannica e io con i miei pazienti, allora…
Sicuramente non sono semplici gli inizi.
Sicuramente non mi è (stato) semplice proporre la storia degli inizi, a Genova, dico, della psicoanalisi.
Ho proposto, consapevolmente o meno, le relazioni tra i frammenti della mia memoria che hanno coinvolto non solo il mio proprio, ma, indebitamente, forse, maestri e compagni di via.
Ho parlato soprattutto di ciò che era per me desiderabile?
Da qualche parte, dentro di me, dentro qualche collega sta l’indesiderabile: un colloquio con chi rappresentava allora Psichiatria Democratica, le accuse di abbandonare il campo in cui si stava davvero svolgendo la lotta, il Manicomio, non i lettini psicoanalitici.
Io rispondevo, con tristezza e sicurezza, così come altri, penso, che i pazienti e i medici, poi, avrebbero avuto bisogno di saper usare le parole, i simboli che trascinano, ed io questo stavo apprendendo: a parlare con loro, con me, a tentare di riconoscermi e riconoscerli.
Posso oggi, mentre scrivo, chiedermi, forse, perché ho scelto la narrazione che ho seguito, gli elementi su cui si è appuntata, le emozioni che ho rivissuto e che mi hanno condotto per mano: o forse no, limitarmi a dire che queste sono le tracce della storia, intrecci, appunto, che si sono consegnati a me, intrecci in cerca d’autore.



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