OPERATORI DELLA SALUTE MENTALE E MUSICISTI.

LA MUSICA AIUTA A VIVERE

di Stefano Balocco & Giulia Luchetta

 

PesciinbarilebandPremessa


Stefano Balocco è un educatore professionale del Gruppo Redancia, ma è anche un musicista affermato. La musica come bene si comprende è importante per lui; è questo il motivo per cui gli ho chiesto, insieme a Luca Gavazza (dirigente del gruppo anche lui appassionato di musica), di farsi interprete della fondazione di un gruppo musicale nel quale inserire anche gli ospiti delle nostre comunità: la Pesci in Barile Band.
Ho inteso, come spesso faccio, utilizzare la sua competenza in campo musicale, ma soprattutto il suo piacere di far musica per introdurre un elemento di stimolo piacevole da donare ai nostri pazienti.
La passione quindi come elemento determinante una relazione fuori dagli schemi di una musicoterapia schematica ed infatti non si tratta di terapia, ma di utile intrattenimento.

                                                                  Giovanni Giusto

 

La musica scorre nella vita di ognuno di noi come un fiume invisibile: colora i nostri giorni e traghetta stati d’animo, emozioni, ricordi da un lato all’altro della nostra esistenza.

Le parole sussurrate dalla mamma che compongono le dolci note di una ninna-nana, si trasformano nella sigla del tuo cartone animato preferito, poi prendono le sembianze della tua rockstar di riferimento e possono aiutarti a trovare un pezzo di identità nell’adolescenza, ti fanno ricordare quella ragazza conosciuta in discoteca, attraversano le vittorie e le sconfitte della vita, raccontano la nostra storia.


Quelle note, non sono solo colonna sonora di un’esistenza, ma un vero e proprio specchio in cui ritrovare vissuti ed emozioni disegnate sulla pelle: chiudi gli occhi, ascolta una canzone legata a un ricordo significativo e avrai il privilegio di rivivere quell’emozione dimenticata e lontana.


Detto questo, la musica non è solo un “nastro trasportatore” di ricordi ed emozioni passate, ma vive nel presente dei nostri giorni, accompagnandoli, sintonizzandosi perfettamente con i nostri stati emotivi e con le varie fasi della nostra vita.


I giovani sono continuamente alla ricerca di musica nuova, progressiva, dinamica e stimolante, la musica del “futuro” che diventa trend e contamina la moda, gli Hippies della fine degli anni sessanta si sono trasformati nei Punk degli anni settanta e poi nei Dark, nei Metallari e Paninari degli anni ottanta, poi la generazione grunge degli anni novanta e i Rappers del nuovo millennio fino ad arrivare agli Hipsters e alla musica elettronica in tutti i suoi sotto generi che rappresenta la moda di oggi giorno.


Musica del “gioco” per i bimbi, del “divenire” per i giovani, musica del ricordo per gli anziani, note che si tramutano in modi di vestire, di riconoscersi, di parlarsi, di capirsi, di scontrarsi, di unirsi o isolarsi, che ci ricordano chi siamo e chi siamo stati o che lasciano intravvedere chi saremo.


Non so se la musica salva davvero la vita, di sicuro è un supporto, ci fa sentire meno soli, ci aiuta a entrare in contatto con le nostre emozioni, a stare con gli altri e a riconoscerci.
Può funzionare come un minimo comune denominatore: attirare tante identità diverse in un unico risultato che le definisce tutte, trasformandosi in uno strumento di coesione: basti pensare all’effetto dell’inno prima di una partita della nazionale, magari non fa vincere la partita ma ci rassicura e ci fa sentire forti ricordandoci chi siamo e da dove veniamo.


La suggestione della musica e del suono può sicuramente agevolare il benessere delle persone: nel caso della musicoterapia, per esempio, creando nuovi linguaggi e modi alternativi di espressione e comunicazione in pazienti affetti da patologie che limitano o escludono la possibilità di interagire con l’altro, come l’autismo o gravi forme di ritardo mentale.


La musica suonata, cantata, danzata rompe le barriere e i pregiudizi, si declina nella realtà del momento e diventa un canale attraverso il quale ognuno può essere, o imparare ad essere, se stesso, regalandosi la possibilità di entrare in contatto e condividere emozioni e parti di sé che difficilmente affiorano nella vita di tutti i giorni.


La musica scritta e composta poi richiede un grande esercizio di auto analisi, tradurre un’emozione in musica necessita una certa consapevolezza di quello che avviene dentro di noi, occorre conoscersi e non avere paura di ciò che il momento di ispirazione è andato a scovare.


Facendo così si libera un’emozione, tramutata in una sequenza di note e parole scelte per riprodurla il più coerentemente possibile in una danza di assonanze e dissonanze, pause, forte, piano, il tutto misurato nel tempo, che nella musica scritta si declina in spazio, quasi come se dentro una canzone ci fosse una vita intera con le sue armonie più o meno orecchiabili, i suoi ritmi, il suo inizio, i suoi ritornelli, la sua fine.

 

La Dr.ssa Luchetta è stata mia allieva al corso di laurea in Tecnico della Riabilitazione Psichiatrica, ma è una Valente violinista che ha messo a disposizione la sua competenza musicale per i pazienti della CT a trattamento estensivo Skipper di Masone.

                                                                      Giovanni Giusto

 

Mi viene spontanea una duplice riflessione, da due punti di vista diversi ma a mio avviso non inconciliabili: quello da musicista, plasmata da severi insegnamenti del Conservatorio, e quello da giovane operatrice in formazione.


Come violinista “addestrata” da studi metodici ed esercizi, penso che la musica possa essere percepita a livelli diversi e in modo differente a seconda dell’orecchio che la ascolta. Un orecchio inesperto sente un brano musicale per lo più attraverso canali ancestrali, immediati, istintivi, emozionali; chi è del mestiere, invece, tende ad utilizzare prima canali più razionali, dettati da regole e metodologie apprese ed esercitate nel tempo, di solito “vede” la musica su un piano estetico-tecnico e, di conseguenza, formula nella propria mente un “giudizio”.


Ciò non significa che il musicista non percepisca emotivamente un brano, anzi, ma a mio avviso resta tendenzialmente influenzato nel pensiero dalle proprie conoscenze teorico-pratiche, dalle quali non sempre è facile liberarsi per abbandonarsi meglio agli effetti della musica.


Ritengo che l’orecchio, comunque, possa essere allenato, affinato, anche semplicemente attraverso un ascolto costante e guidato di brani musicali di diverso tipo, non solo a scopo didattico o culturale, ma soprattutto per potenziare il beneficio dell’ascolto, poiché credo che conoscere e comprendere la musica nella sua struttura e forma (anche a livello basico) possa aiutare a coglierne i significati e le sfumature.


Per questo penso che, da operatrice che ascolta musica insieme agli ospiti della comunità, non sia da sottovalutare né l’aspetto emozionale, l’impatto emotivo, né quello della comprensione dei brani scelti.


Noto, però, che spesso i pazienti, ancora prima che io racconti loro qualcosa in merito al pezzo ascoltato, verbalizzano spontaneamente le loro impressioni, si scambiano pareri tra loro e cercano insieme di cogliere i possibili significati di quello che hanno sentito.
Ogni volta che ascolto musica con gli ospiti imparo anch’io, grazie a loro, a scrollarmi un po’ di dosso il velo estetico - tecnico del musicista e a concentrami più sul flusso di sensazioni che circolano da una persona all’altra durante e dopo l’ascolto, a condividere il piacere della musica, magari imperfetta, ma proprio per questo a volte ancor più densa di emozioni.


Noto anche che non ho bisogno di spiegare molto ai pazienti rispetto alla musica che ascoltiamo, perché in realtà, come loro stessi mi dimostrano, è un linguaggio e uno strumento di comunicazione universale, che arriva anche dove non ci sono conoscenze di base, dove non esistono parole che possano sostituire o spiegare il potente e viscerale messaggio dei suoni.


George Gershwin considerava la musica come una sorta di “scienza delle emozioni”, mi piace pensare che possa essere così, che le note, le pause, il ritmo, l’intensità, i “colori”, siano tutti elementi che, se ben combinati insieme, creano un equilibrio (quasi) perfetto.
Non so se la musica ci salvi la vita, ma credo che sia una parte intrinseca dell’esistenza di tutti noi, volenti o nolenti, e che, se abbiamo la possibilità di fruirne, ci aiuti a vivere meglio e ci avvicini ad una misteriosa armonia universale.

 

 

 

 

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