La salute mentale si “gioca” sul lavoro

 
Questa giornata si svolgerà il 10 p.v. in Italia, a Verona. Nel suo ambito sono previsti  fra l’altro un Open day del Centro salute mentale, con  offerta di visite e colloqui; distribuzione di  materiale informativo;  spettacoli teatrali. 
Il focus è da una parte sulla condizione femminile e sui suoi risvolti di interesse psicologico – psichiatrico; dall’altro sulle problematiche relative al lavoro, centrali – come fa notare Mencacci – per l’inserimento sociale del paziente mentale. Fondamentale infatti una attività lavorativa nell’evitare al paziente una condizione di emarginazione ed isolamento, oppure quella di oggetto di puro soccorso assistenziale. Fondamentale, ma non facile.  
 
Conta, evidentemente, l’atteggiamento di diffidenza emarginante e stigmatizzante di tanti di noi di fronte al disturbo mentale, da cui tendiamo a prendere le distanze perché ci sgomenta il pensiero di avere qualcosa in comune con il folle, e quindi impropriamente sottolineiamo ciò che da lui ci divide anziché ciò che unisce (capacità lavorativa inclusa) contrariamente all’insegnamento ormai classico di Sullivan. Questa posizione, ampiamente superata sul piano teorico, è tuttavia ben viva nell’atteggiamento della collettività generale, e chiaramente incide sulla possibilità del paziente mentale di trovare e mantenere un lavoro. 
 
 Coesistono tuttavia fattori strutturali relativi al disturbo stesso, ovviamente variabili  in rapporto alle differenti condizioni psicopatologiche. Limitandoci a quelle di tipologia schizofrenica, credo sia rilevante l’incapacità di conseguire e mantenere la posizione depressiva. Infatti è intrinseco al concetto di lavoro l’offrire una attività – spesso in sé non gratificante – in vista di un compenso più o meno differito nel tempo: la paga mensile, prospettive di carriera e magari di potere… Si richiede dunque la capacità di collegare nel vissuto la fatica immediata ( non di rado percepita come “cattiva” e non a caso richiedente una vacanza)  con il futuro compenso “buono”. Significativo il termine stesso di “compenso”, che richiama  una sorta di risarcimento per ciò che abbiamo dato.
 
Naturalmente, il compenso può essere – speriamo spesso – esser costituito anche o soprattutto dalla soddisfazione per un lavoro ben fatto; ma anche essa richiede un po’ di tempo per concretarsi, richiede di solito una attesa. Ora, sappiamo che la posizione schizoparanoide, prevalente nelle condizioni schizofreniche,  è essenzialmente atemporale, mentre in quella depressiva, grazie alla simbolizzazione dell’oggetto assente se ne percepisce la continuità nel tempo, e solo ciò consente di percepire anche emotivamente come reale un compenso al momento assente, ma che verrà. Non è senza significato che il termine “lavoro” sia stretto parente di quello di “elaborazione” (depressiva). 
 
Il rapporto fra devianza, disturbo mentale e lavoro è sempre stato problematico. Nel secolo diciassettesimo M. Dezza parlando dell’Albergo dei Poveri di Genova, che accoglieva di fatto anche sofferenti mentali, così si esprimeva: “la pietra di paragone con cui in questa casa fasse pruova degli infingardi è l’esercizio indispensabile della fatica, non essendo lecito quindi a veruno porger la mano al pane senza averla applicata prima al lavoro”. Lavoro, dunque, non come opportunità ma come obbligo etico prima ancora che esigenza sociale. Ma qualcuno, non ricordo più chi, ha scritto che l’identificazione del sofferente mentale e la sua estrazione dalla più ampia marea dei devianti emarginati si è basata anche sulla sua refrattarietà a questa politica del bastone e della carota, e di conseguenza a una efficace applicazione al lavoro. E di fatto nelle istituzioni più specificamente dedicate al controllo e assistenza del disturbo mentale, come l’Ospedaletto ( per restare nella realtà genovese) l’enfasi sul lavoro era assai ridotta se non inesistente. 
 
Nei manicomi, la risposta al problema è stata l’ergoterapia, applicata peraltro a una percentuale ridotta di pazienti: per mia personale esperienza, nel manicomio di Cogoleto cui pure era stata attribuita questa specifica vocazione, la frazione di pazienti in essa attivi – riuniti in due specifici reparti “lavoratori” – mi pare non raggiungesse il 10%. Questa pratica è stata peraltro giustificatamente criticata per un fondato sospetto di sfruttamento, data l’irrisorietà del compenso offerto per attività non di rado utilmente produttive per l’Istituzione; e inoltre perché pienamente inserita nella logica di questa, contribuendo  ad una sua sopravvivenza che nulla ormai giustificava.   
 
Attualmente, la situazione non è certo migliorata dalla crisi occupazionale generale. Una risposta di qualche efficacia è offerta dalle Cooperative, attivate  a cura di varie organizzazioni terapeutico – riabilitative, e che costituiscono una via alla ripresa di una significativa attività lavorativa.   Quanto alla vocazione e organizzazione di esse, è stato posto un problema che mi pare non vada visto in termini di alternative drastiche: priorità alla dimensione economica o a quella terapeutica? Alla capacità di stare sul mercato – d’altronde anche questa significativa  in senso  terapeutico e antiemarginante - oppure alla offerta ai pazienti di prestazioni  loro accessibili? La risposta non può essere univoca, essendo l’utenza molto variegata: mi pare importante la disponibilità di vari livelli, dalla  terapia occupazionale fino a un impegno adeguatamente produttivo che porti a un  inserimento a pieno titolo nel mondo del lavoro, con possibilità di percorsi differenziati e adeguati alle specifiche singole condizioni. 
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