Storie

Verità, post-verità

Tiziano Stefanelli
12 Aprile 2018
2 commenti
Verità, post-verità

Verità, post-verità

di Piero Gianotti

“Per dialogare non basta parlarsi, scambiarsi delle parole. Anche i potenti di questo mondo parlano tra loro, ma quasi sempre ciascuno parla per se stesso o per i propri amici. E due monologhi non fanno un dialogo. Ci si può servire della parola per nascondere le proprie intenzioni più che per manifestarle, per ingannare l’avversario piuttosto che per convincerlo.” (N. Bobbio)

La parola, il dialogo, si fanno portatori di verità e menzogne laddove verità e menzogna appaiono, come peraltro sono, indiscernibili. Chi dice la verità conosce solo quella, mentre chi mente conosce la verità e la sua alterazione. Per alterare la verità occorre mettersi nei panni dell’altro, interpretare rapidamente le sue attese, studiare i suoi comportamenti ed evitare nel contempo di fare apparire troppo trasparenti i propri.

Mentire come forma sofisticata di intelligenza, quindi. Si impara a mentire da bambini, nel gioco, nel “far finta di”, nel mettersi nei panni di, così come antropologicamente, interpretare i falsi segnali ha certamente contribuito a mutazioni importanti per la specie.       
L’inganno, dunque, appartiene alla logica del vivente, anzi molto spesso è la condizione della sua vita. Siccome per ingannare bisogna essere almeno in due, la bugia non è solo il primo segnale dell’intelligenza, ma anche il primo veicolo della socializzazione. Chi dice il vero, infatti, è esonerato dall’entrare nella mente dell’altro, mentre chi mente non può esonerarsi da questo lavoro di intima penetrazione su cui si fonda ogni relazione sociale.

Parlare di verità e menzogna qui, non vuole implicare contesti etici o morali, ma si riferisce a ciò che in ambito analitico può significare arrivare alla verità, che potrebbe essere espresso con ciò che è utile per il soggetto in quel momento specifico del suo percorso. L’azione dell’analista è ciò che buca il sapere dell’Io, il sapere già dato, già conosciuto, già saputo, per produrre un nuovo sapere che nella formula del discorso dell’analista viene al posto della verità. La Psicoanalisi è una talking cure e conferisce all’esperienza della comunicazione la sua linfa vitale.

Lo psicoanalista deve guidare il paziente nella comunicazione per far emergere quelle verità rimosse che si sono rese testi leggibili solo all’analista: i sintomi. Una volta emerse, devono poter essere sfruttate per un riordinamento della biblioteca che è la storia del soggetto, affinché tutto assuma un senso. In questa direzione, il linguaggio assume una funzione strutturante. (Lacan)
Compito del terapeuta è dunque, per Lacan, quello di non saturare la domanda, ma di riconsegnarla ogni volta al soggetto che troverà la propria risposta. La domanda, che non riceve risposta, rimette il sapere al suo posto, nel luogo dell’Altro. Solo da questa dimensione si può formulare la questione della verità sottesa alla propria domanda ed espressa dal sintomo.

Pertanto la verità non si può cercare e svelare per intero. Se si dà è solo nella forma del compromesso, del dire a metà.
Si potrebbe parlare quindi di processo verso la verità, riguarda il divenire di persone che si impegnano nella ricerca della verità: noi diventiamo la verità, non la deteniamo. Un processo attraverso il quale una persona diventa se stessa, chiunque egli sia.

Questo è un punto nodale: la verità non può essere posseduta né dall’analista, né dal paziente. La verità non può essere estratta o imposta a nessuno e tantomeno ad una persona che viene in cerca di aiuto. La verità non può essere data. Si può solo cercare di diventare verità.

Fuori dal contesto analitico, mi sono soffermato a pensare ad un lemma coniato negli ultimi anni ad Oxford, divenuto “Parola dell’anno 2016”, che ci segnala una questione proprio della cultura contemporanea: la verità è divenuta di secondaria importanza, se non irrilevante, pur non essendo falsificata o contrastata.

Si tratta della parola post-truth, dopo/oltre la verità, un aggettivo «che fa riferimento o indica circostanze in cui i fatti oggettivi hanno minore influenza nella formazione dell’opinione pubblica del ricorso alle emozioni e alle credenze personali». Il termine descrive una situazione in cui i dati di fatto non sembrano avere molta presa nella comunicazione (politica e non solo), né costituire un criterio di riferimento. In questo senso, più che “dopo” ci troviamo “oltre” la verità.

Il fenomeno presenta le caratteristiche salienti del mondo globale e digitale, ossia radicato e alimentato dalle dinamiche dei new media. Siamo dunque alle prese con gli effetti reali del mondo digitale, anzi con la gestione di quella sorta di mutazione antropologica che la tecnologia digitale produce poiché impatta sulla nozione di tempo e di spazio, sulla percezione di sé, degli altri e del mondo, sul modo di comunicare, di apprendere, di informarsi. Nella società post-truth ci si sente liberi non solo di dire cose “politicamente scorrette”, ma anche “palesemente false” per screditare chi è considerato un avversario, senza che questo susciti alcuna reazione collettiva o provochi conseguenze: di fatto è considerato un comportamento legittimo. Nel flusso comunicativo le fake news (notizie artefatte o “taroccate”, oltre alle note “bufale”) vengono rilanciate esattamente come la buona informazione e acquistano la stessa credibilità. La post-verità ci balza agli occhi, ci destabilizza e ci destruttura, ma al tempo stesso ci interpella, anche se non è né chiaro, né scontato in che direzione ci stia portando.


Tag:, , , , , ,

2 risposte.

  1. Pasquale Pisseri ha detto:

    La verità sulle fake news ce la svela il dottor Sacks.
    [Repubblica, Robinson, 15/4/18]

    Titolo un po’ succube all’attualità sensazionale, ma testo ancora interessante. Oliver Sacks ci parla del problema dei falsi ricordi, importante specie quando si tratta di ricordi traumatici; della possibilità che essi vengano indotti con tecniche di lavaggio del cervello, o con vere torture; dell’impatto, che può essere devastante, sulla attendibilità delle testimonianze; della virtuale impossibilità di discernere il falso ricordo da quello autentico sia con mezzi di indagine psicologica sia con tecniche di neuroimaging. La nostra sola verità – conclude il testo – è la verità narrativa, le storie che raccontiamo gli uni agli altri e a noi stessi, le storie che continuamente ricategorizziamo e rifiniamo. Tale soggettività è incorporata nella natura stessa della memoria…

    E’ un tema decisivo nel pensiero di Freud che, confrontandosi con le esperienze di seduzione infantile rievocate dai suoi pazienti, le ha considerate fantasie nate dal desiderio, non ricordi di eventi reali; ha costruito anche su questa base il suo impianto teorico, e qualcuno gli ha rimproverato di aver con ciò quasi assolto preventivamente gli adulti tutti da possibili accuse di abusi reali. Si è in ogni caso sviluppato un orientamento teorico che spinge il discorso fino a considerare il processo psicoanalitico più come una narrazione che come una ricerca archeologica…

    Colpisce poi come il tema sia stato almeno sfiorato da S. Agostino nelle Confessioni, nelle sue grandi pagine sulla memoria: “Là c’è tutto quello che ricordo di aver vissuto o creduto. Da questa ricca provvista, cioè, mi vengono le immagini non solo di cose incontrate nell’esperienza, ma anche di cose semplicemente credute sulla base di queste: immagini via via sempre nuove che io vado intessendo a quelle passate, così che ne emerga anche la trama del futuro: azioni eventi e speranze”. Borgna ha ampiamente ripreso, in anni non lontani, queste tematiche, ricordandone il collegamento anche al problema della ricerca della felicità: come la spieghiamo, chiede Agostino, se non con un oscuro ricordo di una felicità che abbiamo concretamente vissuto? Per noi laici questo inespresso ricordo di una felicità perduta è illusorio come lo sono tanti altri, quindi può rientrare nel tema che trattiamo (sempre che non la consideriamo la traccia lasciata da una simbiosi originaria).

    In Agostino c’è comunque l’intuizione, certo non sviluppata, della memoria come costruzione, non come semplice rievocazione, e del rapporto col progetto, col desiderio, con l’emozione; rapporto scrutato a fondo, tanto tempo dopo, da Marcel Proust. E’ uno di quei campi in cui oggi si può registrare una benvenuta confluenza degli apporti di scrittori e filosofi con quelli degli psichiatri e dei neuroscienziati.

  2. marco borreani ha detto:

    Ho letto con attenzione quanto da lei scritto e sono grato per gli argomenti che sfiora perché ripropone ciò che al giorno d’oggi sembra essere un perder tempo , una cosa antica , una elucubrazione inutile : occuparsi di clinica Psicoanalitica. Pertanto non mi sottraggo a queste sollecitazioni e riporto quello che ha suscitato in me il suo scritto articolato ed interessante . Entrando nello specifico la prima considerazione che mi è sorta è questa : gli elogi che faccio a Lei ,sono menzogna o verità? Lei non può saperlo ne mai lo potrà sapere, mentre io scrivendo ho la coscienza se sono o no onesto . E’ evidente che se scrivessi menzogne dovrei domandarmi a chi sto mentendo perché la menzogna non è diretta a lei che non conosco e di cui non posso nemmeno farmi un’immagine ..ma lo sarebbe a ciò che lei presentifica, qualcosa del mio Altro… dunque mentirei a me stesso denunciando gravi problemi nelle mie relazioni interne, più che astuzia dimostrerei che qualche cosa non quadra nei confronti dell’Altro…. e la questione sarebbe davvero molto importante ..
    La seconda considerazione è questa : se scoprissi che mio figlio mente non sarei per nulla contento anzi mi preoccuperei per questioni etiche ,cioè per la via intrapresa che lo condurrebbe sicuramente alla infelicità perché escludendo la sofferenza mancherebbe di coraggio, di fatto si sa che la verità è strettamente legata al giudizio dell’Altro , cioè ha a che fare con il Reale quindi con la castrazione, c’è del rischio nel tentarla perché ci si assume la responsabilità anche di quello che si intende, esponendosi al giudizio altrui che però….. ne affina la consistenza . E’ dunque più difficile dire la verità che mentire, perché mentire è facilissimo(come disse Amleto a Guildenstern atto III, scena 2). Quando si mente si teme qualcosa, ci si mette in gabbia da soli, quando si cerca la Verità ci si sente potenti, forti , profondamente umani non si teme , ci si fida del proprio desiderio che è il punto a cui ogni uomo in ogni epoca anela arrivare.
    La terza considerazione riguarda la post‐truth che secondo me altro non è che la scoperta nella sociologia del “fantasma” ( la relazione Soggetto Barrato-Oggetto di J. Lacan) che poi è la stessa struttura che permette la menzogna e crea l’illusione di una equipollenza con la verità (vedi le aporie di Zenone) che è la posizione del Paziente se l’Analista mantiene però la sua posizione di Oggetto-causa le cose si sbrogliano e la verità diviene l’indimenticabile…… la fine della cura.
    La ringrazio ancora per avermi offerto la sollecitazione per rispondere a questa mia domanda , in cui la vera novità che riscopro , anche nell’era digitale, è di non far cadere le domande nel vuoto perché la richiesta parte sempre da una voce incarnata fosse anche da chi legge, non da un tablet.

Rispondi a marco borreani Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Scopri come vengono trattati i tuoi dati